Per il 25 novembre di quest’anno i gruppi, i collettivi, le associazioni  femminili e femministe hanno deciso di scegliere, tra le tante idee proposte, anche queste due. La prima:  le donne scioperano per 15 minuti. Si tratta di uno sciopero provocatorio e simbolico, inusuale,  che è stato visualizzato anche con un logo: un gruppo di sole donne che incrociano le braccia e si sa che lo  sciopero non è mai stato “solo” delle donne per le donne.

C’è stata dImmagine12iscussione sull’opportunità o meno di questo metodo di lotta , e alcune non l’hanno condiviso perché lo sciopero, si dice, è contro il “datore di lavoro” e qui non c’è. Certo che non c’è.
Ma c’è un padrone. Eccome se c’è. Ho preso in prestito  alcune parole dall’articolo di Fosco Giannini. Le condivido. Gli uomini: padroni, padroni delle donne, col senso pieno della proprietà. E il concetto di “padrone” è decisamente peggio che quello di datore di lavoro. O no? Perché se un uomo tratta la “sua” donna come una merce, che si compra come un oggetto qualsiasi,  e poi quando la “merce” si stufa e lo lascia,  qualsiasi siano le sante ragioni, magari perché stanca di botte e lividi e di “sono scivolata”, ecco che lui si  sente offeso e abbandonato e  scatta il delitto passionale. NO. Smettetela di chiamarli delitti passionali, voi media. Queste sono  stragi di donne, sono femminicidi. Di passione non c’è neppure l’ombra. Anzi si, c’è un’ombra nera, quella  del padrone.
E poi c’è quel corpo femminile che diventando oggetto è anche  colpevole di provocazione. Per tradizione la violenza è stata negata e  il punto di vista delle vittime delegittimato. Un esempio è stata la famosa sentenza di alcuni anni fa emessa da un giudice che sosteneva che se ti violentano e indossi i jeans, è praticamente impossibile che tu non fossi consenziente…perché nessuno te li può levare se tu non vuoi!! Neanche i jeans fossero come la cintura di castità!
E’ la crisi che devasta i rapporti tra le generazioni e le classi, è la crisi che devasta anche il rapporto tra generi e acuisce il fenomeno. È nella società e nella famiglia che si radicano antichi concetti di supremazia e di arbitrio che portano a queste conseguenze. Si, ma non è forse anche il prodotto  dell’incultura di anni in cui ci hanno fatto immaginare donne sia nelle istituzioni che fuori, con dignità  e rispetto pari a zero? Disposte ad ogni tipo di compromesso per il potere e i soldi,  esattamente come gli uomini, e con la differenza che noi  “Né puttane, né madonne”, per anni abbiamo lottato per i nostri diritti, ma non siamo ancora riuscite ad uscire da quell’empasse che “maschio è brutto – ma è meglio” e quindi che per  farti valere in ogni campo, devi imparare prima di tutto ad essere tale e quale ad un uomo?
Anni di femminismo presi a calci.
E adesso ci ritroviamo anche che la parola femminismo ha desolatamente ceduto  il passo alla parola femminicidio.
Femminicidio è un termine capace di suscitare un certo disagio, perfino fastidio e la domanda che alcuni/e si pongono è la seguente: possibile che le donne si vogliono distinguere anche quando si tratta semplicemente di un omicidio? La verità è che non si tratta mai di un omicidio qualunque, si tratta invece di violenza estrema da parte dell’uomo sulla donna “perché donna”. Le istituzioni intervengono in modo superficiale, senza incidere sulle cause strutturali che determinano le disuguaglianze ma nel solito e inutile inasprimento delle pene. E le donne continuano la lotta quasi in solitario, anno dopo anno.
La seconda forma di lotta simbolica e provocatoria, non meno importante della prima ma  che ci  trova tutte d’accordo, è  stata quella di sistemare un drappo rosso alla finestra o al balcone  a ricordare il sangue delle tante donne uccise  e questo non dovrebbe essere difficile per noi comuniste/i  perché nelle nostre case (e nei nostri cuori)  qualcosa di rosso non può mancare.  E l’augurio che mi e vi faccio  è che  sia il 25 novembre 365 giorni all’anno. 


di Marica Guazzora

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