La delegazione “Per non dimenticare, per il diritto al ritorno“ è rientrata in Italia lo scorso 10 Gennaio, dopo aver trascorso nella striscia di Gaza una settimana densa di appuntamenti e di iniziative di solidarietà con tutta la popolazione palestinese della zona. Ricordiamo che la delegazione italiana ha dovuto attraversare tutto l’Egitto per arrivare al valico di Rafah, ed ha anche avuto modo di rendersi conto di quale sia l’attuale situazione della terra delle Piramidi, in bilico tra la guerra civile e la nuova costituzione. Su tutto questo abbiamo raccolto le testimonianze di Enzo Infantino e Bassam Saleh, due componenti della delegazione, che hanno risposto alle nostre domande. Infantino aveva già visto l’Egitto  alla fine del 2009, in occasione della “Gaza Freedom March” che doveva portare a Gaza ben 1.500 persone da tutto il mondo per trascorrere il capodanno a Gaza. Iniziativa che non vide mai la luce, in quanto le autorità egiziane non consentirono il passaggio degli attivisti verso la striscia. Su quanto e come sia cambiato l’Egitto da allora a oggi Infantino ha le idee chiare: “L’Egitto di allora era governato da una dittatura. Girando per le strade del Cairo mi era sembrato di scorgere i primi sintomi di una ribellione che poi l’anno dopo sfociò in una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione gestita e controllata dall’esercito che non si fece scrupoli a cacciare Mubarak fino ad allora sostenuto. Il vero dominus in Egitto è la gerarchia militare che ha in mano anche il potere economico. L’Egitto di oggi appare ancora molto insicuro. La cacciata del Presidente Morsi e la messa al bando dei Fratelli Musulmani continua a provocare scontri tra l’esercito e le milizie della fratellanza. Questa condizione di estrema insicurezza ha provocato l’isolamento del Cairo e del nord del Sinai dove maggiori e copiosi sono gli scontri. Per le strade e nei luoghi di interesse culturale non ho incontrato occidentali. Fino a oggi solo le zone turistiche nel sud del Sinai sono state preservate dall’incertezza sociale e politica”.

Prima di arrivare a Gaza avete attraversato il Sinai. Che situazione avete trovato?

Nel Sinai del nord abbiamo incontrato un vero e proprio scenario di guerra. L’esercito controlla l’unica via di comunicazione e cioè la strada che porta fino ad Al Arish. Nei giorni scorsi ci sono stati diversi attentati contro i militari i cui vertici, ritenendo responsabili i militanti di Hamasalleati dei fratelli musulmani, hanno reagito mettendo il coprifuoco in diverse città e chiudendo il valico di Rafah.

Quali sono state le tappe fondamentali della vostra visita a Gaza?

L’obiettivo del comitato era duplice: politico e umanitario. Abbiamo utilizzato la nostra presenza nella striscia per ribadire la necessità di rispettare il diritto internazionale attraverso l’applicazione della risoluzione 194 dell’Onuche stabilisce il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Abbiamo legato a questo obiettivo politico quello umanitario, portando un aiuto economico di 10 mila euro all’Ospedale Al Awdadi Gaza. Inoltre, siamo andati nei campi profughi per ascoltare la voce del popolo palestinese che è esausto nel vivere quel enorme disagio aggravato dall’assedio israeliano e dall’attuale ostilità egiziana con la chiusura del valico. Significativi  sono stati gli incontri con i rappresentanti politici del FPLP e Al FATAH, ad eccezione di quelli di Hamas, che ci hanno raccontato gli sforzi che si stanno facendo per giungere all’unità delle forze politiche. Ma l’incontro che mi ha provocato una vera commozione è stato con un ex combattente che dopo 15 anni di carcere duro, trascorso nelle galere israeliane, si è dedicato nella battaglia dei diritti umani dei prigionieri politici palestinesi.

Sono passati 5 anni dall’ orrenda operazione militare di Israele “Piombo fuso”. Come ricorda questi giorni la popolazione di Gaza?

Abbiamo visto con i nostri occhi i segni i quell’orribile massacro. Luoghi fantasma dove una volta c’era la vita distrutta dai caccia israeliani. Ma particolarmente toccante è stato il racconto di un uomo che abbiamo incontrato in un villaggio agricolo a nord est di Gaza. Ci ha descritto come l’esercito israeliano ha ucciso 90 abitanti del villaggio 20 dei quali suoi familiari. La maggior parte di quei morti erano donne, anziani e bambini. Quell’uomo con un pianto dignitoso ci ricordava che quei morti non erano terroristi. E quasi rassegnato diceva chenessuno pagherà per quel massacro. Questo è stato “Piombo Fuso“. Voglio ringraziare l’associazione palestinese PNGO che ha organizzato la nostra presenza nella striscia di Gaza, l’ambasciata italiana al Cairo che ci ha sempre fornito assistenza e, infine, a Maurizio Musolino, Bassam Saleh e Gustavo Pasquali che, grazie al loro straordinario lavoro politico-organizzativo, abbiamo potuto fare questa straordinaria esperienza.

Bassam Saleh, giornalista palestinese che vive in Italia da tantissimi anni,  ci fornisce innanzitutto un giudizio complessivo su tutto il viaggio delle delegazione italiana : “Gaza vive ormai da tantissimi anni due veri grandissimi problemi: la prima è il criminale assedio a tutta la striscia che dura ormai da troppo tempo. La seconda è la divisione interna ai palestinesi.Hamas ha la necessità, ora più che mai, di tornare a essere un organizzazione palestinese e di non essere più una costola del Fratelli Musulmani. Soprattutto adesso che i Fratelli Musulmani sono stati dichiarati dall’ Egitto un organizzazione terroristica. L’Egitto di oggi non potrà mai avvicinarsi alla causa palestinese sino a quando Hamas si dichiara vicina alla Fratellanza. A Gaza manca ormai tutto. Manca carburante, manca la corrente elettrica per sei ore al giorno. Mancano ospedali e i servizi elementari per la popolazione civile. E tutto quello che sta accadendo in Egitto ha serrato ulteriormente l’assedio israeliano.

Cosa può essere fatto su tutto questo a livello internazionale?

A livello internazionale si possono fare numerose pressioni politiche , come il BDS oppure le visite alla popolazione civile di Gaza per portare solidarietà. Bisogna rilanciare il processo di pace e la riconciliazione palestinese. Una riconciliazione che preveda l’elezione di un governo palestinese di unità nazionale. In questo modo sarebbero i palestinesi a scegliere chi mandare al governo dell’ANP e rimettere in atto gli accordi firmati sia con Israele che con l’Egitto per quanto riguarda i passaggi ai valichi di confine. Al momento non vedo altre soluzioni.

 

In allegato, il manifesto prodotto dalla FGCI

 

 

PalestinaFGCI

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