Idee che non possono essere cambiate

E’ iniziata. La fase congressuale è finalmente iniziata. I documenti sono pronti, le tesi congressuali anche, e stanno girando per le federazioni, le mailing list, le chat e in tutta la rete. Le assemblee provinciali e regionali stanno mettendosi in moto. E alla fine di questo percorso, il 24-25-26 Giugno ci sarà la triade di giornate in cui (ri)nascerà il Partito Comunista Italiano. Un PCI 2.0 .

E’ strano ed entusiasmante al tempo stesso: il Partito Comunista Italiano, per chi come me è nato poco prima o poco dopo eventi come la Bolognina, il crollo del Muro di Berlino, il crollo dell’URSS, è un qualcosa di “mitico”. Un Partito conosciuto come il più grande Partito Comunista dell’occidente, ma solo sui libri di storia. Non abbiamo avuto la possibilità di viverlo, di preparare le grandi feste dell’Unità, di vendere il giornale la domenica, di andare nelle sezioni territoriali che venivano aperte anche in microscopici paesini delle montagne da pochi compagni, di vedere la storica sede di Botteghe Oscure. Non abbiamo avuto la possibilità di provare sulla pelle il senso di appartenenza e di fratellanza, quel senso particolare che solo la parola “Compagni” può descrivere, vissuto all’interno di quella struttura. Né abbiamo vissuto le discussioni, forti e sempre presenti, in momenti delicati come durante il referendum sul divorzio o sull’ipotesi di compromesso storico con la DC. Quei momenti erano forse lo specchio migliore del PCI: la discussione veniva fatta all’interno, e le influenze erano obbligatoriamente reciproche tra soggetti, militanti o dirigenti che fossero. Con momenti “goliardici”, come leggendari spumanti stappati nelle sezioni dopo il “fallimento” dell’idea di compromesso storico nel 1980. Eppure per la mia generazione questi sono racconti, non ricordi. Per carità, descritti benissimo, con le scintille negli occhi, da parte di chi li ha vissuti. Ma sono racconti, appunto quasi mitici, di un tempo passato.

Il “mito” del Partito Comunista Italiano in molti giovani permane,e ne è prova anche solo il dato di vendita delle bandiere PCI che sono state vendute dal banchetto del partito al concertone del primo maggio a Roma, dato che ha avuto come riscontro reale un’impossibilità di glissare, da parte di testate mediatiche nazionali, sulla presenza delle bandiere stesse tra il pubblico. In poche parole: erano troppo numerose per non essere viste a più riprese.

Ma cosa ha il PCI, quel simbolo, quella storia, di così “magico” per molti giovani ancora oggi ? Perché entusiasma ?

Chiariamo una cosa: dietro quel simbolo e quella storia ci sono anche delle ombre. Molti soggetti che hanno distrutto non solo il PCI, ma anche la sovranità nazionale, lo statuto dei lavoratori, si preparano a distruggere la Costituzione etc etc vengono dal PCI stesso. Erano membri del partito, ne hanno occupato i posti chiave sfasciandone completamente la struttura, finendo per ricoprire ruoli nella politica nazionale contemporanea che ha aperto a sua volta il passaggio a figure come il nostro premier attuale, con le sue politiche antilavorative e spudoratamente di classe (dominante).

Ma da cosa nasce il PCI ? Nasce dalle lotte operaie e contadine di inizio Novecento. Nasce dalla spinta della Rivoluzione Bolscevica del 1917, nasce dalla clandestinità antifascista, nasce dalla Resistenza durante la guerra. Nasce da una storia di lotta, quella che lo porta ad essere il più grande partito comunista dell’occidente. Questa è la sua matrice, non quella dei soggetti, perché di soggettività tra loro complici si tratta, che lo hanno distrutto.

Ho sentito spesso dire negli ultimi tempi che la bandiera del PCI è un semplice feticcio, che il PCI è morto e non può tornare, e che è ridicolo anche solo pensarlo. Oggi la politica è al 90% derisione di chi non la pensa come te, sintomo questo dell’insicurezza esistenziale dell’uomo moderno, per cui la critica volta a deridere è degna d’attenzione tanto quanto i mozziconi di sigaretta abbandonati per terra. Ma, tralasciando gli aspetti psico-sociologici e rispondendo nel merito politico, i critici si dimenticano una cosa, sempre e comunque, che è peculiare dei comunisti: la capacità di sognare. Vladimir Lenin sognava un mondo più giusto, come Mao, Gramsci, Fidel Castro, Ernesto Guevara, Hugo Chavez. Solo chi ha la capacità di sognare può plasmare la realtà. Il PCI, e per PCI si intende il suo corpo vivo, i suoi iscritti e militanti, sognavano il cambiamento della società italiana. E hanno ottenuto dei cambiamenti grandiosi, oggi purtroppo presi di mira da parte del potere. I giovani sono i sognatori per eccellenza ed è logico che un soggetto che ha rappresentato per anni la realizzazione pratica del sogno politico di uguaglianza, giustizia e libertà sia desiderato e voluto dagli stessi.

E’ ovvio: non tutti i giovani la pensano così, anzi, nell’epoca del pensiero debole e del ragionevole, la maggioranza casca completamente nel “ragionevole ragionamento” secondo il quale “se non lavori non mangi”, altro che sognare. Tradotto: diritti, politica, salute sono robe da viziati, il giovane maturo moderno sa che lavorare come uno schiavo è la cosa giusta, ubriacarsi per avere una sbronza epica da raccontare è il modo migliore di essere alternativo e lamentarsi per come va la vita, senza agire in prima persona per cambiarla, è la normalità quotidiana.

Esistono poi i “rabbiosi”, ragazzi che hanno anche coscienza politica e capacità di sognare, ma troppa rabbia dentro da espellere, tendenzialmente facendo più danno a sé stessi che al sistema che vorrebbero abbattere.

Ma esistono anche i giovani sognatori, appassionati ed interessati. E’ da loro che sta venendo l’adesione giovanile al costituendo PCI 2.0 ed è da loro che dobbiamo partire per trovare lo slancio, l’entusiasmo e la conferma che ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Faccio l’ennesima precisazione (che al giorno d’oggi gli articoli sono spesso letti più per fare le pulci che per la lettura fine a sé stessa): no, ovviamente non tutti i giovani sognatori stanno arrivando a frotte a chiedere l’iscrizione, sta anche a noi raggiungerli tutti, coinvolgerli, dar loro un faro da seguire per il cambiamento.

Già l’esserci “ribellati” alla strada imposta più di vent’anni fa, ovvero lo scioglimento del PCI, dimostra che chi sogna ha in mano il proprio destino. Questo non si traduce in una strada tutta in discesa, anzi, ma è la dimostrazione di come chi sogna abbia una capacità in più rispetto a chi ha perso questa caratteristica. La capacità di “cambiare la storia”. Perché ricreare un partito che tutti credevano e molti volevano morto è andare contro la linea imposta da chi si erge a demiurgo della Storia. Mi si conceda questo passaggio autoglorificante: da troppi anni ormai la nostra area politica vive più di autocritiche, mosse perlopiù da ex appartenenti all’area stessa, delusi dalla politica e ormai apparentemente incapaci di sognare. Questo percorso di ricostruzione del PCI agli stessi delusi si rivolge, invitandoli a riabbracciare l’ottimismo. Una delusione amorosa non è per forza sinonimo di eterna solitudine ed astrazione da qualsivoglia esperienza di coppia. Una delusione politica non deve essere per forza sinonimo di astrazione e/o negazione assoluta dell’attivismo politico.

Andiamo avanti, andiamo lontano. Riappropriamoci di quel simbolo e di quella  identità che ha sublimato per anni la volontà di emancipazione delle masse, coscienti che oggi è più difficile, non diventeremo in tempi brevi una grande formazione politica, ma lotteremo per esserlo, giorno per giorno, mattoncino su mattoncino per diventarlo un domani. Nessuno di noi fa politica per la propria faccia o per la propria poltrona (quale ? ), ma per passione. Per questo attiriamo i giovani entusiasti, per questo dobbiamo continuare su questa strada. Per realizzare i nostri sogni.

 

“Siamo un esercito di sognatori. E’ per questo che siamo invincibili”

E. Guevara de la Serna

 

 

Dennis Vincent Klapwijk Coord. Nazionale Provvisorio FGCI

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