Manuela Palermi, Presidente CC del PCI

Nel mondo globalizzato e liberista, sono pochi i Paesi che scampano dai disastri sociali ed economici. Disastri così evidenti che, malgrado le censure e la benevolenza di cui la Ue gode nel sistema dell’informazione, aumentano le voci e le proteste di chi considera l’economia europea malata e marcia, conseguenza della cosiddetta politica di austerity che ne ha, in modo intenzionale, frenato la crescita.

Chiamiamo le cose con il loro nome. Chi è l’Unione Europea, chi la governa? Ovviamente non gli Stati (gli attuali governi, per la verità, neanche ci provano) e meno che mai l’inutile e costosissimo Parlamento europeo. A governarla, a disegnarne il profilo sociale ed economico, sono la Commissione Europea, la BCE e il FMI. Tre organismi che fanno della costruzione dell’Unione Europea la casa del capitalismo e del liberismo globali. Due sono state le misure di fondo che ne hanno guidato la politica: le politiche di austerità imposte ai Paesi membri (specificatamente a quelli meno sviluppati) e il salvataggio delle banche private.

Le politiche di austerità hanno provocato in Paesi come Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Grecia, Irlanda: riduzione dello stato sociale, mancanza di lavoro, diminuzione della crescita e del potere d’acquisto di salari e stipendi.

Le cospicue iniezioni di denaro alle banche private, volute dalla Bce di Draghi, salutate con la grancassa dai media internazionali e soprattutto da quelli italiani, non solo non hanno portato nulla all’economia disastrata di questi paesi, ma non si sa neanche in quale circuito finanziario siano finite.

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, cambieranno a livello mondiale anche le posizioni per Prodotto Interno Lordo: la Ue non sarà più la seconda economia (19,2 bilioni di dollari) e scenderà al terzo posto (16,5 bilioni) dopo la Cina (19,39 bilioni) e gli Usa (17,95 bilioni).

Vediamo di analizzare una tra le tante conseguenze negative, la più odiosa, che colpisce i Paesi della Ue. Una conseguenza che ho appreso leggendo un rapporto dell’Unicef, mai pubblicato o discusso (e vorrei essere smentita) dai nostri media.

Nel rapporto si legge che la crisi economica e finanziaria che ha colpito fin dal 2008, e cioè da quando è iniziata, sia l’occupazione che lo stato sociale, ha provocato conseguenze drammatiche per le condizioni delle bambine e dei bambini in tutta Europa. Tra il 2008 e il 2012 il numero dei bambini a rischio di povertà è cresciuto di un milione (solo tra il 2011 e il 2012 l’aumento è stato di circa mezzo milione, quindi crescente, destinato a salire). Sostiene l’Unicef che la povertà infantile non significa solo la mancanza di necessità vitali come il cibo, i vestiti, l’abitazione, ma comporta anche l’assenza di scuola, di sport, persino di gioco; aggiunge che i bambini e le bambine che vivono nella povertà non hanno probabilità di acquisire competenze e capacità, fino a compromettere definitivamente la possibilità che da adulti possano costruirsi una vita degna.  

I dati disponibili fino al 2012 – che ovviamente sono aumentati con l’arrivo dei migranti – dicono che negli Stati europei, comprese anche Islanda, Norvegia e Svizzera, sono circa 28 milioni le bambine ed i bambini a rischio di povertà. Dei 28 Stati membri (è ancora compresa la Gran Bretagna), il 29% della popolazione inferiore ai 18 anni è a rischio di povertà, il 21% dei bambini vive in famiglie con redditi inferiori al 60% della media nazionale, il 10% in famiglie con lavoro raro e precario, il 12,2% in famiglie praticamente senza reddito.

L’Unicef afferma nel suo rapporto che “la povertà in Europa non ha passaporto”. Ha ragione. Almeno in questo, capitale e povertà hanno lo stesso trattamento: libera circolazione. Ed è una delle innumerevoli brutture, forse la più vergognosa e inaccettabile, che ci ha portato l’Unione Europea.

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