Il titolo di questo pezzo è tratto da “Sebben che siamo donne”, un canto di lotta molto diffuso nella prima metà del ‘900 tra le lavoranti nelle campagne. Oggi è poco conosciuto tra i più, ma il suo significato e il suo testo restano intramontabili: i lavoratori, ovvero gli sfruttati, devono unirsi tra loro, creare una rete solidale attiva e reattiva, in caso contrario sono condannati a restare sfruttati senza poter modificare la propria condizione. La forza di questa canzone è la sua declinazione, al femminile. Si sa infatti che ai tempi in cui questo testo nacque (a cavallo di ‘800 e ‘900, prima di assestare le parole nella forma che si ritrova oggi) le donne erano, insieme ai bambini, al livello più basso della scala sociale dei lavoranti “retribuiti”: in genere stessi lavori e mansioni degli uomini adulti, ma generalmente paghe più basse. Ecco, ho sempre trovato straordinaria la capacità del testo di rendere con forza la questione di classe insieme a quella oggi definibile ” di genere “, con la conclusione del ritornello ” e noialtri socialisti (quindi uomini e donne insieme, senza differenza) vogliamo la libertà !”
Un urlo, un’affermazione d’esistenza carichi di dignità. Ma come ogni volontà di emancipazione, giustizia, uguaglianza e libertà, tale urlo è consapevole della presenza di ostacoli nel progresso della lotta, nel cammino verso un avvenire più giusto: “e la libertà non viene, perché non c’è l’unione, crumiro col padrone..”. In realtà andrebbe ancora un po’ avanti il testo, in maniera alquanto drastica nella soluzione esposta per risolvere il problema del crumiro e del padrone, ma quello che interessa a chi scrive e far comprendere come nella canzone sia sottolineata la presenza di muri da abbattere rappresentati dall’unione tra il padrone-sfruttatore e lo sfruttato-crumiro. Un legame che crea barriere sempre più forti a difesa di chi sfrutta e rivolte contro chi è sfruttato. Barriere create da sottogruppi di sfruttati che, in cambio di pochissimo in più (sia quel poco denaro, ruolo o semplicissima considerazione positiva da parte dei capi) si prestano a fare da “manovalanza repressiva” nei confronti di qualsiasi diritto e rivendicazione da parte dei propri pari di ruolo, nella speranza che questo lavoro “sporco” fatto per i capi possa far migliorare un minimo le proprie condizioni lavorative.
Mi è stato spedito un articolo dell’ Huffington Post, agghiacciante nei contenuti ripresi da un’inchiesta del New York Times, i quali mostrano come una nota azienda USA di livello internazionale nel commercio Internet venga accusata da suoi ex dipendenti di sfruttare i lavoratori: si viene incoraggiati a fare la spia sui propri colleghi e sui propri capireparto, ogni minuto in cui il lavoratore passa il tempo nel bagno per necessità ovvie viene cronometrato, si è sottoposti a veri e propri “lavaggi del cervello” nei quali la produttività del reparto e il rendimento singolo sono motivo di orgoglio e felicità, e chi non è in grado di seguire certi ritmi è un debole da eliminare. Non esistono famiglia, amici, vita sociale, esistono esclusivamente il lavoro e lo sviluppo nel rendimento dello stesso. Una donna che ha subito un aborto è stata inserita nel programma per migliorare le prestazioni; sia mai che un semplice aborto la distragga dai pacchi da spedire ai clienti. I “leader” hanno il dovere di “alzare l’asticella” delle prestazioni ogni volta che ne hanno occasione, raggiungendo limiti inumani, come spiega la testimonianza di una donna che non ha dormito per quattro giorni per seguire le proprie mansioni in maniera totalizzante.
Tutto ciò mi ha ricordato un fatto simile accaduto nella mia città, in un ristorante del centro storico, nel quale giovani lavoranti, perlopiù studenti, venivano sottoposti a ritmi massacranti tipo 14 ore di lavoro giornalieri cumulate tra cucine, sala, pulizie, volantinaggi e mansioni da facchini, senza pausa settimanale con retribuzioni indecenti, ovvero poche centinaia di euro al mese. Non mancavano le minacce e gli insulti del buon padrone agli umili sguatteri. E anche un poco di sana evasione fiscale. Al momento su quel ristorante e sulla sua gestione è in corso un’inchiesta.
L’azienda americana di cui sopra invece risponde che non è vero nulla. Il buon padrone di turno si limita ad affermare che “non è l’azienda che conosco io. Se fosse veramente così un posto di lavoro io me ne andrei”. Simpatico lui. Un miliardario che tratta con tanta nonchalance una questione che è dilaniante per qualsiasi essere umano realmente inserito nel mondo odierno, ovvero quello devastato dalla crisi dove si fa fatica a sopravvivere e trovare un lavoro, non può non strappare un sorriso. Per la cronaca, un’altra lavorante ha dichiarato “meglio senza lavoro e non sapere come vivere, che lavorare lì dentro”. Indi per cui le dolci certezze del buon padrone dovrebbero cominciare a sentire quel lieve scricchiolio delle prime crepe che si formano nella struttura di cemento. Al momento si è limitato però a rispondere al NYT negando ovviamente ogni cosa.
Certamente questi sono contenuti che creano disagio e forti sensazioni. Nessun padre, nessuna madre augurerebbe ai propri figli un simile futuro lavorativo. Eppure le denunce e gli articoli, le inchieste si susseguono. Ma come mai ? Se è così negativo perché tale sistema prosegue ? E pare anche trionfante, visto l’aumento delle condizioni che permettono il fiorire delle condizioni di lavoro simili alla schiavitù: leggi fatte apposta, come il Jobs Act, stanno lì a dimostrarlo.
La risposta è semplicissima: Egoismo.
Quante sono le persone che sperano di salire la scala sociale ? Quanti quelli che vogliono sentirsi un minimo più importanti degli altri ? Quelli che sognano di diventare ricchi e potenti ? O a cui piacerebbe esserlo ?
Tanti. Oggi viviamo in una società che subisce stimoli continui che cercano di imporre una visione comune nella quale il comportamento delle aziende di cui si è parlato in questo articolo rientrano nelle uniche e giuste modalità con le quali rapportarsi ai dipendenti. E la maggior parte della popolazione segue. Adirandosi che neanche l’ira d’Achille se vengono toccati i propri diritti, il proprio orticello. Ma fregandosene altamente delle disgrazie altrui. Anzi, se possibile marciandoci sopra. Come si è visto nel corso della lettura, oggi è rintracciabile in molte aziende una politica “di delazione” a scapito dei colleghi (è presente anche nel settore pubblico, non lo si creda esente) tra i lavoratori di qualsiasi livello. E’ l’evoluzione del crumiro, non c’è più un sorvegliante o un gruppo di persone che lavora quando gli altri scioperano, ma ognuno è crumiro, spia, delatore, traditore del gruppo. Anzi, non deve esistere un concetto di gruppo. E’ un circolo vizioso che si morde la coda, e che ormai parte da una mentalità presente molto prima dell’entrata ufficiale nel mondo del lavoro.
Esperienza riportatami, ambito universitario: uno studente che lancia maledizioni, peste e corna contro quelli che “sono i cocchi dei prof e dei lecchini”. Che hanno coi prof un rapporto di simpatia. Che a volte non seguono le regole. “Infami !” Succede che poi questo studente dia un esame con un prof cui sta simpatico per via dell’interesse dimostrato nella materia. Succede che lo studente fa un buon compito, ma sbaglia a leggere la consegna, e scrive non un solo foglio protocollo, ma due. Succede che se ne accorge alla fine, e il prof lo nota. Ma il prof fa finta di nulla e gli da 30. Succede che lo studente, fino al giorno prima encomiabile nemico dei favoritismi, risponde alla domanda di un collega “scusa, ma quelli che avrebbero preso 30 come te a scrivere due fogli ma ne hanno fatto uno e han preso 28 perché hanno seguito la consegna ?” testuali parole “cazzi loro!”.
Cazzi loro. Cosa succederà in ambito lavorativo se questo studente si troverà di fronte alla scelta di un suo minimo avanzamento o di un suo premio a scapito di una madre divorziata con due figli ? Facilmente, cazzi loro. Una volta iniziata la china discendete è sempre più difficile risalire, e sempre più semplice scendere, abbassarsi, andare giù. Io e loro. Io non sono loro. Io penso a me, loro pensino a loro. Finché non si comprenderà che il “loro” implica tutti noi, che senza la solidarietà non si fa un passo avanti ma dieci indietro, non si otterranno risultati nel progresso del mondo del lavoro e dei rapporti tra esseri umani. Le maggiori conquiste sono state ottenute quando il movimento dei lavoratori, guidato da nevralgiche formazioni politiche necessarie alla lotta ( PCI ) era forte, compatto, unito e solidale. Oggi abbiamo il dovere di rinforzare lo strumento dell’organizzazione, organizzazione che possa incidere sulla società dei disvalori riportando in auge i veri valori. Il primo tra tutti la Solidarietà. L’unità.
“La libertà non vine finché non c’è l’unione…. e noialtri socialisti, vogliamo la libertà !”
Dennis Vincent Klapwijk – Coord. Nazionale FGCI
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