di Francesco Valerio della Croce, Coordinamento nazionale provvisorio FGCI

 

Piangiamo ancora i morti del sisma, che pochi giorni fa ha devastato le vite di migliaia di cittadini, causando un bilancio di vittime tutt’oggi ancora incerto e drammaticamente in crescita, mentre si fa forte una domanda nella testa e nel cuore del popolo italiano: chi ha la responsabilità di questa situazione?

Naturalmente, non vogliamo affermare che ogni volta che si verifichino eventi naturali, per loro stessa caratteristica imprevedibili e portatori di difficili situazioni da governare , debbano necessariamente sorgere delle responsabilità da addossare. Tuttavia, se l’imponderabilità dell’evento è indiscutibile, fa invece molta rabbia notare come le stesse carenze e le stesse complicazioni siano riscontrabili anche questa volta, sia nella prevenzione (in realtà più che di carenza qui dovremmo parlare di assenza), sia nella fase del soccorso. Scriviamo “anche questa volta” perchè sembriamo destinati a rivedere lo stesso copione ogni 4 anni (con tale frequenza gli esperti classificano il susseguirsi di fenomeni sismici rilevanti nel nostro Paese).

Il Procuratore capo di Rieti ha confermato ampiamente gli argomenti sopra riportati: “no, quanto accaduto non può essere considerato solo frutto della fatalità” – parole del Procuratore che ha aggiunto – “Case che crollano sotto il peso di soffitti in cemento armato poggiati sopra fragili mura di sassi. Palazzine dai tramezzi con più sabbia che malta”.  Il copione è lo stesso: i profitti vengono prima delle vite, il risparmio sui materiali per minimizzare i costi di produzione è preferito di gran lunga alla sicurezza e alla qualità del lavoro.

Scontiamo l’assenza di un piano nazionale per la prevenzione e la riconversione antisismica degli edifici. Fonti governative dicono che sono circa 25.000 le scuole italiane a rischio. Possiamo dire, quindi, che le scuole a norma e sicure forse si contano sulle punte delle dita? E possiamo aggiungere che tutto questo è vergognoso e inaccettabile?

Ma perché questo piano, di minimo buon senso, non viene realizzato? La risposta non è poi così difficile da trovare: è lo Stato che deve provvedere alla realizzazione e alla supervisione di questa opera imponente di riconversione e messa in sicurezza. Ma non lo può fare: grazie ai trattati europei sottoscritti, che legano le mani al pubblico in favore dell’intervento privato, da un lato non si registrano iniziative su larga scala, dall’altro si riscontrano ciclicamente questi fenomeni di pessima edilizia realizzata sull’abbattimento dei costi a scapito della sicurezza.

Sulla falsa riga di questo ragionamento, già dopo poche ore dallo scatenarsi del terremoto abbiamo constatato una forte attenzione e solidarietà internazionale. Hanno colpito l’opinione pubblica italiana, in particolare, la solidarietà e la messa a disposizione dei mezzi e delle attrezzature adeguate da parte della Russia e l’intervento del  corpo d’élite della Repubblica Popolare Cinese. Attenzione e solidarietà sono arrivati anche da USA e UE. Le dichiarazioni UE sono state improntate alla totale disponibilità, altrettanto quella americane. Queste nobili intenzioni euro atlantiche, però, non sono credibili. Se sui trattati europei abbiamo detto, non possiamo dimenticare i tagli che hanno colpito negli anni i settori relativi alla protezione dei civili; ne sanno qualcosa i Vigili del Fuoco – costretti ad operare con carenza di personale e mezzi adeguati, veri eroi per quello che fanno nonostante il modo in cui questo corpo sia stato trattato e decimato nel tempo – la Protezione civile, privatizzata col decreto Monti del 2011 (con la conferma da parte di tutti i governi successivi), per non parlare della Forestale, in procinto di essere soppressa e assorbita nell’Arma dei carabinieri.

Insomma, le buone intenzioni della UE ci fanno chiedere: dove sono stati sinora i burocrati di Bruxelles? Oggi parlano di un fondo di solidarietà europeo, una mancia rispetto ad anni di riduzione dei servizi per la sicurezza e il soccorso del popolo, di blocco di ogni ipotesi di programmazione nazionale per la messa in sicurezza del territorio e delle città. Smemorati nell’omettere le responsabilità di politiche di austerity che hanno contribuito a impedire (prevenendole) le catastrofi che ciclicamente sconvolgono la vita del popolo italiano.

Interventi del genere probabilmente a Bruxelles non vengono considerati investimenti, ma spesa corrente, manutenzioni ordinarie. Quindi non necessarie e le conseguenze non tardano a palesarsi.

E’ giusto pendersela, infine, con gruppi dirigenti politici, conniventi o inadempienti che siano nella mancata vigilanza  sulla sicurezza delle nostre infrastrutture, degli immobili e dei lavori edili. Ma sarebbe estremamente riduttivo fermarsi lì: quello da mettere in discussione è un modello di società che afferma la primazia del profitto sulle vite.

La tragedia che ha sconvolto il centro Italia ce lo ricorda ancora una volta. Capire e cambiare la realtà dei fatti può portarci a non vedere più le immagini strazianti dei corpi sepolti sotto le macerie.

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