COMUNISTI PERCHE’ GIOVANI

GIOVANI PERCHE’ COMUNISTI

di Norberto Natali

Care compagne e cari compagni,

è la gioventù, storicamente, a dar vita alle conquiste rivoluzionarie più importanti. Al momento della Rivoluzione d’Ottobre, per esempio, Lenin aveva 47 anni e Stalin 38 ma la quasi totalità dei protagonisti di quell’avvenimento aveva meno di 25/30 anni. Lo stesso, anzi ancor di più vale per la grande maggioranza delle nostre partigiane e partigiani. Si potrebbero fare molti altri esempi riguardanti tutto il mondo ma vi rinuncio per limitarmi, in modo sbrigativo, ad alcuni cenni sui giovani comunisti italiani.

Prima del 1921 la Federazione Giovanile Socialista Italiana ebbe un ruolo molto importante nell’animare le lotte della gioventù proletaria contro la guerra, contro lo sfruttamento del lavoro minorile e giovanile ma anche per il progresso sociale e civile. Per fare un solo esempio, in diversi luoghi i giovani socialisti organizzarono varie manifestazioni (come delle passeggiate collettive nelle vie centrali) per abbattere pregiudizi ed oscurantismo che volevano una sorta di segregazione tra ragazzi e ragazze, ai quali era proibito incontrarsi e parlare insieme.

Il 29 gennaio 1921 la FGSI (con una maggioranza di circa il 90%) decise di assumere il nome di Federazione Giovanile Comunista d’Italia aderendo alla scissione di Livorno. Il grosso delle forze su cui poté contare il PCI al momento della sua nascita, quindi, fu proprio costituito dai giovani e dalle ragazze.

Il primo Segretario nazionale della FGCI fu il compagno Luigi Polano, triestino, appena diciannovenne. Ricordo ancora la sua partecipazione (o i suoi messaggi) a tutti i congressi della FGCI, finché fu vivo, cioè fino ai primi anni ’80 del ‘900.

La gioventù comunista combatté in prima fila contro la violenza fascista ed il buio reazionario che scendeva sull’Italia. Molti parteciparono al movimento degli Arditi del Popolo ma altrettanti (benché oggi venga taciuto) diedero vita agli Arditi Comunisti, i quali combatterono il fascismo con non meno coraggio.

I meriti dei comunisti giovani furono anche più ampi e mi limiterò (facendo torto a molte e molti) a ricordare gli esempi di Guido Picelli e di Tarquinio Pozzoli.

Il primo fu animatore dell’eroica battaglia dell’Oltretorrente di Parma: un quartiere rosso e proletario che sbarrò la strada alle squadracce fasciste, con le armi in pugno e le barricate e solo l’esercito potè trarre dai guai i fascisti. Durante gli anni della clandestinità, Guido Picelli emigrò in Unione Sovietica, rimanendo sempre militante valoroso del PCI e accorse in Spagna appena vi scoppiò la guerra civile, arruolandosi nelle Brigate Internazionali, divenendone uno dei comandanti e morì in battaglia, gloriosamente come aveva vissuto.

Il secondo, Tarquinio Pozzoli proprio nel 1921 fu (nonostante la sua giovane età) popolare e coraggioso Sindaco comunista di Cremona e morì con onore poco tempo dopo, a soli 30 anni, per le conseguenze delle malattie contratte prima in guerra e poi in carcere.

La lotta dei giovani comunisti fu diretta, con vigore e coraggio, dai compagni Longo e Secchia, i quali ebbero un ruolo decisivo nello schierare la gioventù dalla parte di Gramsci, per liberare il Partito dagli iniziali vincoli di un estremismo inconcludente e poi per sventare un tentativo di alcuni opportunisti che ne volevano l’autoscioglimento assecondando in tal modo la dittatura fascista che lo aveva messo fuorilegge. Invece essi contribuirono alla scelta di proseguire la lotta, sia pure nelle difficilissime condizioni della clandestinità e dell’esilio, rischiando la vita e la libertà.

Per conoscere meglio la storia della gioventù comunista nei suoi primi anni, tutti dovrebbero leggere (o rileggere) l’abbondante bibliografia di memorie di tante compagne e compagni, protagonisti dell’epoca; solo per fare qualche citazione, ricordo “Il ragazzo rosso” del compagno Pajetta, “Scelto dalla vita” di Paolo Robotti, “Rivoluzionaria professionale” di Teresa Noce, “Da galeotto a generale” di Alessandro Vaia, nonché i ricordi e le memorie degli stessi Longo e Secchia e di altri come Antonio Roasio, Ambrogio Donini, Arnaldo Bera e Vittorio Vidali.

I giovani comunisti, pagando con il carcere, il confino e l’esilio, non cessarono mai di lottare contro il fascismo, contribuirono alle conferenze clandestine d’officina e appoggiarono (all’interno del Partito) la lotta di Secchia e Longo contro i trotskisti che volevano liquidare l’organizzazione clandestina in Italia e pretendevano che il PCI si limitasse alla mera denuncia e all’attendismo nell’emigrazione.

Molti furono i giovani e le ragazze tra i 5.000 comunisti italiani che si arruolarono nelle Brigate Internazionali (tra il 1936 e il 1938) per difendere la Repubblica di Spagna, aggredita dal fascismo interno ed internazionale. Diedero esempi di grande fierezza e inflissero, per la prima volta anticipando la Resistenza, una dura sconfitta militare ai fascisti durante una battaglia: si trattava dell’eroico V° reggimento, promosso dal PCI. L’esperienza spagnola fu decisiva perché fornì, qualche anno dopo, un certo numero di compagne e compagni già esperti della guerra.

Meno nota ma molto significativa della combattività dei comunisti, specie dei giovani, fu la vicenda (sempre dopo la metà degli anni ’30) di un piccolissimo gruppo di compagni, i quali riuscirono a recarsi addirittura in Etiopia per dare man forte ad alcune tribù locali che si opponevano all’invasione coloniale fascista. Essi erano guidati da Ilio Barontini, un compagno livornese che onora la nostra storia.

Non c’è bisogno, con voi, di ricordare il ruolo svolto dalla gioventù nella Resistenza. Merita un accenno però il Fronte della Gioventù, voluto dal Partito Comunista per orientare ed organizzare la gioventù proletaria e antifascista. Esso fu diretto da un altro compagno triestino (come il primo Segretario della FGCI): il compagno Eugenio Curiel, il quale cadde sotto il fuoco fascista poche settimane prima del 25 aprile. Lo stesso compagno Berlinguer ebbe modo di ricordarlo come precursore della FGCI che rinacque dopo la guerra ed è giusto rendere omaggio alla figura del compagno Curiel in questa occasione.

Dopo la Liberazione, i giovani comunisti affrontarono gli sforzi della ricostruzione e le nuove dure lotte organizzati nel Movimento Giovanile Comunista. Alla fine degli anni ’40 del secolo scorso, finalmente, fu ricostituita la FGCI guidata dal compagno Enrico Berlinguer e da altre e altri, come il compagno Pecchioli. Furono anni di lotte, di progressi e di vittorie, contro la disoccupazione, per l’emancipazione dei giovani operai, la riforma dell’apprendistato, per la pace e contro i fascisti, i quali egemonizzavano le università, frequentate da una minoranza della gioventù quasi tutta borghese e aristocratica, cavalcando il tema di  “Trieste italiana”.

Nell’estate del 1960 la Democrazia Cristiana tentò un’avventura reazionaria, dando vita al governo Tambroni, appoggiato dai fascisti. Una nuova generazione di giovani, detta dei “ragazzi con le magliette a strisce” fu in prima fila nella vigorosa e combattiva risposta popolare e antifascista che attraversò tutta l’Italia e portò, in poche settimane, alla caduta di quel lugubre governo. Il quale rispose, sia pur inutilmente, con la violenza: molti giovani compagni morirono, in Sicilia e altrove e alcuni militanti della FGCI caddero gloriosamente a Reggio Emilia, come viene riflesso nell’indimenticabile canzone “Morti di Reggio Emilia”.

In quei giorni alcuni compagni, durante gli scontri, telefonavano ad un particolare numero di Radio Praga, la cui redazione italiana era composta da valorosi comunisti vergognosamente costretti all’esilio dalla reazione antipartigiana del dopoguerra e guidati dall’eroico compagno Moranino. Da Praga si ritrasmettevano immediatamente in italiano informazioni e indicazioni che venivano raccolte dai manifestanti dotati di normali apparecchi radio.

In quell’epoca si realizzò la parola d’ordine “ogni campanile un circolo giovanile” e la FGCI contava centinaia di migliaia di iscritte ed iscritti. Negli anni ’60 la FGCI cominciò ad estendere progressivamente la sua presenza nelle scuole e nelle università ed al suo impegno internazionalista aggiunse la lotta al fianco dell’eroico popolo vietnamita (il sottoscritto, per esempio, decise giovanissimo di entrare nella FGCI in seguito al lancio della “Leva Ho Chi Minh”) e del popolo cileno tanto caro a noi ultracinquantenni.

Nel ’68 il suo Segretario nazionale tentò di scioglierla ma non vi riuscì. Si trattava di un dirigente borghese, succeduto ad Achille Occhetto, il quale si è sempre contraddistinto per il suo opportunismo e la sua codardia: Claudio Petruccioli.

La FGCI, invece, continuò a vivere e fino a metà degli anni ’80 fu impegnata nel movimento degli studenti, dei giovani disoccupati e lavoratori, nella lotta per la pace (soprattutto contro i cosiddetti euromissili in Sicilia e altrove) contro il fascismo (come sempre) e la strategia della tensione (in pochi anni vi furono centinaia di morti e innumerevoli depistaggi), contro la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta. Apparve un nuovo “nemico”: la violenza degli autonomi e di altri settori dell’ultrasinistra, la quale si scagliava contro il PCI ma in particolare la FGCI, le sue iniziative, i suoi militanti, sistematicamente.

Personalmente, mi fu assegnato, tra gli altri, il compito di responsabile del Servizio d’Ordine di Roma e poi nazionale. Alcune volte gli avversari ci chiamarono “picchiatori” e ci coinvolsero in allusioni e speculazioni più complessive su una pretesa “Gladio rossa”.

Noi eravamo solo giovani comunisti, con i nostri ideali, spinti dall’esempio delle generazioni  che ci avevano preceduto (come i “giovani con le magliette a strisce” o i partigiani) e volevamo solo difendere il nostro diritto a manifestare, le nostre iniziative, le compagne e i compagni, sistematicamente bersaglio della violenza fascista e dell’Autonomia.

Non siamo mai andati ad aggredire le manifestazioni o le sedi altrui. Abbiamo subito la violenza per anni ma vi assicuro che ci siamo anche difesi bene. Per dirne una sola, un giorno, c’era un’assemblea nazionale (sotto minaccia, come sempre) all’università di Napoli. Con un compagno di Milano, la mattina presto, vi portammo uno scatolone contenente 20 o 30 maritozzi con la panna; dovemmo passare vicino ad alcuni poliziotti, i quali non riuscivano a capire per quale motivo due giovanottoni come noi facessero tanta fatica a portare un po’ di dolciumi. Questi coprivano, in realtà, alcune decine di spranghe, le quali per quel giorno, ci assicurarono la libertà di poter svolgere quella riunione.

La FGCI, in quegli anni, combatté anche per contenere il dilagare della droga ed evitare che molti giovani rinunciassero alla propria libertà e al proprio futuro. Ci aiutò molto l’ispirazione anche di Pasolini come di altri e nelle borgate di Roma, come nei paesi del sud e nelle zone metropolitane più difficili del nord, mettemmo anche in campo molti sforzi per sottrarre i giovani all’emarginazione e alla disgregazione.

Anche in quel periodo la FGCI ebbe i suoi caduti: l’operaio Rocco Gatto, di Gioiosa Jonica, vittima della mafia;  Luigi Di Rosa di Sezze Romano (LT) ucciso da una squadraccia fascista capitanata dall’ufficiale dei parà Saccucci; Benedetto Petrone, di Bari, ucciso dai fascisti mentre volantinava; Ciro Principessa, altro operaio, ucciso vigliaccamente dal figlioccio di Stefano Delle Chiaie, a Roma, con una coltellata alla schiena. Anche Beppe Valarioti, valoroso segretario del PCI di Rosarno (RC) aveva meno di 30 anni quando fu assassinato dalla mafia, sempre in quel periodo.

Questo era la FGCI e non quanto si potrebbe credere oggi se si ascoltano certe falsità o si considerano certi silenzi ed omissioni, ad opera soprattutto del sistema di potere ma anche di certa ultrasinistra.

Tuttavia in quei tempi cominciarono a prendere il sopravvento gruppi di studenti e di intellettuali borghesi, revisionisti e liquidatori, si crearono fratture e lotte interne, specialmente tra una componente proletaria che resisteva con fierezza e la direzione sempre più largamente borghese e revisionista nella quale, alla fine, nel gruppo dirigente nazionale, rimase (come espressione di quella parte proletaria più conseguente) solo chi vi scrive. Tanto che un importante quotidiano, in un titolo, mi definì “il Cossutta dei giovani”.

In quegli anni ci battemmo contro la deriva liquidatoria della nostra storia e neutralizzammo il tentativo di rappresentare l’opposizione interna al PCI contro l’indirizzo revisionista come un fenomeno solo di “vecchi” nostalgici. Come risulta anche dalla stampa dell’epoca, organizzammo manifestazioni ed iniziative molto significative dei giovani comunisti, in solidarietà con l’Unione Sovietica, contro l’imperialismo guerrafondaio, mantenendo la rigorosa  caratterizzazione anticapitalista, sostenendo il compagno Cossutta ed altri contro le “epurazioni”, opponendoci apertamente alla vergognosa adesione (decisa da Pietro Folena, Roberto Cuillo, Luciano Vecchi, Nichi Vendola ed altri) alla struttura giovanile dell’Internazionale Socialdemocratica.

Tralascio, ora, di ricordare l’apporto dei giovani (negli anni ’80, specie nella seconda metà) alla lotta per la difesa degli ideali e dell’identità comunista, contro la liquidazione del PCI e poi anche nel PRC, contro le posizioni movimentiste e più apertamente anticomuniste. In ogni modo i fatti hanno dimostrato che avevamo ragione, che quella lotta valeva la pena essere combattuta. Infatti le idee “nuove” contro cui  ci opponemmo erano solo il cavallo di Troia che portò alla capitolazione verso la borghesia, la sua ideologia e il suo sistema di potere. Una buona parte di quei dirigenti della FGCI degli anni ’80, contro cui ci battemmo, sono oggi nel PD. Non a caso fra questi vi è il segretario che “chiuse” la FGCI al seguito di Occhetto: Gianni Cuperlo.

Care compagne e cari compagni,

la vostra decisione di ridare vita alla FGCI non può che riempire di commozione e speranza uno con la mia storia. Vi caricate di compiti molto difficili, ora che un destino ingiusto, squallido ed arido, si profila nell’avvenire della gioventù, ora che i mercati capitalisti sono diventati apertamente incompatibili con la democrazia (perfino nella sua versione liberale), ora che futuro e progresso non sono più sinonimi e si apre un’era che potremmo definire della solitudine e della paura, spero sappiate impugnare e rilanciare come merita la bandiera rossa con la falce e il martello che tante generazioni di giovani comunisti, prima di voi, hanno sventolato con passione ed entusiasmo.

Vi auguro di portare avanti la lotta contro il capitalismo, per la pace, per la salvaguardia della natura e la libertà, per il potere politico ed economico del proletariato e di essere sempre vigili contro le infiltrazioni della borghesia, contro i tristi politicanti che pensano solo alla propria carriera mentre voi, invece, dovete esaltare la gioia di vivere, prima caratteristica della gioventù, esprimendola in modo collettivo e rinnovando l’etica, sempre ben coscienti che i giovani non sono una classe ma queste li attraversano.

Care compagne e cari compagni,

sentite intorno a voi lo slancio e la speranza di tanti giovani e ragazze che si sono sacrificati, perfino con la propria vita, prima di voi. Essi vi daranno coraggio e forza, ricordateli tutte e tutti, da quelli del 1921/22 fino a Ciro Principessa; vi auguro con tutto il cuore di dimostrare che la loro vita e la loro morte non sono state vane ma rischiarano la vostra strada verso il futuro.

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