di Nicolò Martinelli, Esecutivo nazionale Giovani Comunisti

Care compagne, cari compagni.

É con spirito fraterno e con profonda stima che oggi vi porto il saluto a nome dell’esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti. Ormai quasi un anno fa, in questa stessa sala venivate a portare il saluto alla nostra V conferenza nazionale. Vedere una stanza come questa piena di compagne e compagni, che non si rassegnano allo stato di cose presente e vogliono cambiare il mondo, non può che farmi e farci sentire tutti meno soli. La nostra generazione infatti, nonostante sia cresciuta all’ombra della crisi e in piena offensiva reazionaria, é predisposta a criticare lo stato di cose presente e a organizzarsi politicamente per cambiarlo. Molto più di quella che l’ha immediatamente preceduta. Occorre però, che le sue avanguardie rivoluzionarie la indirizzino in tal senso. In un passaggio riguardante i giovani, molto interessante, dei documenti congressuali del vostro partito, avete giustamente sottolineato il fatto che sia oggi necessario per i quadri giovanili di una organizzazione comunista, praticare l’internità alla classe e alle sue contraddizioni, senza la spocchia radical chic che contraddistingue il ceto politico della sinistra. Ripartire dalle periferie quindi, non in una semplice ottica di rappresentanza della classe operaia, ma operando per una sua crescente organizzazione e presa di coscienza. É necessario che oggi i comunisti si impegnino nella ricostruzione del blocco sociale, non già della sua riaggregazione, al fine di creare un proprio discorso politico che individui il popolo italiano primariamente come il popolo di chi in questo paese ci lavora, riappropriandoci dei simboli e della gloriosa storia di questa nazione, scritta col sangue dei partigiani, dei lavoratori ai cancelli dellle fabbriche, dei morti di Reggio Emilia, e contrapponendola alle narrazioni razziste di Salvini e all’eurofascismo di Renzi e del PD. É un compito ambizioso compagni, che deve vedere in prima linea quello che della nostra classe é l’elemento più dinamico, ovvero quello generazionale. Non vi nascondo che oggi sia molto più difficile di anni fa. Per troppo tempo le nostre organizzazioni sono state ostaggio di un ceto politico opportunista e legato indissolubilmente alla logica del centrosinistra: gli amici dei generali israeliani e i renziani dell’ultima ora ce li ricordiamo tutti. Del resto, non é nemmeno possibile rimettere il dentifricio nel tubetto: nel mentre che ci liberavamo dei poltronari, questo paese é stato scosso da profondi mutamenti, che hanno visto una svolta autoritaria funzionale agli interessi imperialisti americani, che ha cambiato il senso stesso del fare politica. Individuare i nostri nemici di classe nella NATO, nell’Unione Europea, nell’Euro, nelle infinite articolazioni locali, amministrative e associative del sistema PD, é la conditio sine qua non per essere parte della soluzione e non del problema. Divisi i comunisti sono poco credibili, non c’é alcun dubbio. Ma oggi, non sussistendo le condizioni contingenti per una diversa risoluzione della questione comunista, penso che esistano le condizioni fertili per attuare invece un grosso lavoro di egemonia culturale. É del tutto evidente che diversi elementi di cultura politica, che fino a pochi anni fa erano ritenuti bestemmie indicibili, siano oggi tornati prepotentemente parole d’ordine a cui la nostra generazione può rispondere. Penso alla questione del lavoro, finalmente liberata di aloni laburisti da maggioranza cgil, che riesplode drammaticamente e finalmente legata questione del salario diretto, indiretto e differito, come la manifestazione della settimana scorsa a Piacenza sta lì a dimostrarci. Potrei proseguire con altre questioni come l’imperialismo (e quindi il supporto ai paesi che ad esso si oppongono, un pensiero va sicuramente a Siria e Donbass) la lotta al revisionismo storico liberale e molto altro ancora. Quella che però é la cifra del nostro lavoro politico, é la necessità di riacquistare una credibilità a livello di massa, qui ed oggi. E questo può essere fatto solo a condizione di praticare l’alternatività al PD, renziano e non, ad ogni livello. E di non pensare, nemmeno per un istante, di essere altro rispetto alla nostra classe di riferimento. Va costruito oggi un fronte popolare per la transizione al socialismo, che nulla ha a che vedere con costituenti della sinistra riformista. Nell’augurarvi una buona assemblea fondativa, vi lascio con una citazione del compagno Gramsci, dalla lettera al fratello Carlo: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze, non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via.”

Grazie ancora compagni.

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