di Fosco Giannini, Segreteria nazionale PCI; responsabile dipartimento esteri

Ricordate le vecchie Finanziarie della Democrazia Cristiana, dei governi Craxi-Forlani, che venivano votate in Parlamento attorno a ferragosto, in modo che quasi nessuno se ne accorgesse?  Evidentemente, questo stile di lavoro – operare nell’ombra, lontani dall’attenzione di massa – ha fatto scuola, poiché con le stesse modalità, oggi, sembrano lavorare il governo Renzi e la stessa Unione europea.

Mi riferisco, soprattutto, al lavorio – oscuro quanto inquietante – portato avanti in questa fase da “un nucleo duro” di governi dell’Ue ( tra i quali, molto attivo, quello italiano) per la costruzione dell’esercito europeo. C’è innanzitutto da osservare come questa “tessitura notturna”, tenuta accuratamente lontana dai riflettori mediatici, stia dando i suoi frutti: della costruzione in atto dell’esercito europeo non parla nessuno e nemmeno le forze più avanzate della sinistra italiana e del movimento contro la guerra stanno affrontando la questione, per quanto essa meriti. Lo stesso quotidiano “il Manifesto”, che pure, sul terreno della lotta contro il riarmo è, solitamente, presente, sull’attuale processo di costruzione dell’esercito europeo sta tacendo. Speriamo per disattenzione e non per un’ambiguità di linea politica.

Che cosa sta accadendo? Essenzialmente questo: un gruppo originario di governi dell’Ue ( Italia, Spagna, Francia, Germania), constatando che in gran parte degli altri membri dell’Ue vi sono ancora perplessità (o totali contrarietà, come quelle della Gran Bretagna, dell’Olanda, della Svezia) alla costruzione dell’Armata Europea, stanno accelerando il processo di costruzione dell’esercito sovranazionale europeo, offrendosi (con l’appoggio totale di Bruxelles) come primo nucleo militare organizzato, come primo – ma quanto forte e significativo ! – nucleo dell’esercito europeo.

Il processo sta avanzando tanto rapidamente quanto ( lezione della vecchia Democrazia Cristiana) segretamente. Soprattutto, lontano dagli occhi delle sinistre e dal movimento contro la guerra, che sembrano assenti.

Ciò che è accaduto tra lo scorso 27 settembre e lo scorso 5 ottobre la dice lunga sull’accelerazione dei lavori per la costruzione dell’esercito europeo, come il silenzio delle sinistre e del movimento contro la guerra la dice lunga sulle modalità ultrasegrete di questo lavorio (  dicendola lunga, con ogni probabilità, anche sull’attuale debolezza delle sinistre e del movimento).

Il 27 settembre scorso i ministri della difesa dell’Ue si sono incontrati a Bratislava. Sul tavolo dei lavori vi erano, tra l’altro, tre progetti  per la costruzione dell’esercito europeo: dell’Italia, della Francia e delle Germania. Tre proposte, sostanzialmente simili, che hanno trovato il pieno accoglimento da parte dell’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell’Ue, la “renziana” Federica Mogherini, che ha sintetizzato i tre progetti presentandoli, infine, come il progetto unico di Bruxelles.

Il progetto unico della Mogherini e di Bruxelles, come sintesi delle proposte italiane, francesi e tedesche, è semplice: di fronte alle attuali indecisioni degli altri partner europei, l’esercito dell’Ue comincia dall’unità militare tedesca, francese, italiana e spagnola.

A Bratislava, di fronte alla determinazione militare del nucleo duro europeo, si è levata, contraria, la voce del ministro della difesa britannico ( primo elemento positivo della Brexit) Michael Fallon, alla quale si sono aggiunte quelle, diversamente critiche, dell’Olanda, della Svezia, della Polonia, della Lituania e della Lettonia.

La determinazione con la quale, tuttavia, sta andando avanti il progetto di costruzione dell’esercito europeo da parte del “nucleo duro” è stata dimostrata dall’incontro “a latere” – a Bratislava – tra la ministra tedesca della difesa, Ursula von de Leyen, il francese Jean-Yves Le Drian e la ministra italiana Roberta Pinotti ( del tutto casuale l’assenza del ministro della difesa spagnolo, d’accordo col progetto del nucleo duro militare iniziale).

A dimostrazione della razionalità delle tesi dei comunisti ( contrarie all’esercito europeo poiché – nelle condizioni storiche date – altro non sarebbe che l’esercito delle politiche neo imperialiste,  iperliberiste e reazionarie di questa, concreta, Ue, un esercito, tra l’altro, succube della NATO ) due notazioni: primo, va notato come il nucleo dei Paesi Ue ostinatamente volto alla costruzione dell’ esercito sovranazionale ( tolta la Gran Bretagna della Brexit) rappresenti, in verità, il nucleo ( Germania, Francia, Italia) imperialista storico d’Europa. Secondo, va notato come la stessa tesi ( che viene pericolosamente avanti persino da settori della sinistra, italiana ed europea) secondo la quale un esercito europeo libererebbe l’Ue dal dominio della NATO, è stata platealmente, sonoramente sconfessata proprio a Bratislava, dove, all’incontro “a latere” tra i ministri della difesa del governo italiano, francese e tedesco ha – significativamente – partecipato anche il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, che certo, nel summit, non ha svolto un ruolo di secondo piano.

Stoltenberg ha innanzitutto smentito categoricamente il ministro britannico della difesa ( che continua a rimarcare, dal suo punto di vista, una contraddizione tra esercito europeo e NATO), affermando in modo netto che “non c’è alcuna contraddizione tra un sistema di difesa europeo forte e una NATO forte, e che, anzi, l’uno sarà complementare all’altro”. “Complementare”, ha rimarcato il segretario generale della NATO, svelando chiaramente il disegno USA di sottomettere ai propri disegni imperialisti anche l’eventuale esercito europeo. Avendone tutte le carte, tutte le condizioni oggettive di fase. Ma Stoltenberg, ad ulteriore dimostrazione dell’intento egemonico della NATO sul futuro esercito del nocciolo duro europeo, ha anche aggiunto che “ i progetti militari NATO ed esercito europeo dovranno essere complementari, ma non segnati da duplicazioni sul terreno militare reale”, alludendo chiaramente al fatto che l’esercito europeo non  dovrà  portare ad un doppio Quartier Generale militare in Europa, “poiché – ha ribadito categoricamente Stoltenberg – l’unico Quartier Generale dovrà rimanere il SHAPE ( Supreme Headquartiers Alied Powers), quello  dell’Alleanza Atlantica, con sede a Mons, Belgio ”. E c’è poco da commentare…

Ma, dicevamo, occorre tener d’occhio ciò che è accaduto tra il 27 settembre ed il 5 ottobre. Dopo Bratislava, infatti – e, con ogni probabilità, sotto la stessa spinta dell’incontro tra Italia, Francia, Germania e il segretario generale della NATO – , vi è stata la “calata”, in Italia, del direttore Esecutivo dell’EDA ( Agenzia europea per la Difesa, che coordina l’attività militare e industriale in materia di armamenti), lo spagnolo ( a dimostrazione di quanto anche la Spagna sia tra i soggetti del nucleo duro militare europeo) Jorge Domecq.  Chi incontra, Domecq, in Italia? Incontra – nella segretezza quasi assoluta –  i massimi responsabili delle Forze Armate italiane e i massimi rappresentanti dell’industria bellica in Italia.

Quali questioni pone Domecq, negli incontri? Fondamentalmente, il direttore dell’EDA, “denuncia” la diminuzione, da parte dei Paesi europei del nocciolo duro militare, degli investimenti nella ricerca militare e tecnologica a fini bellici, rammentando agli italiani  che “ Gli Stati Uniti hanno appena varato un progetto che consente al Pentagono di investire 18 miliardi di dollari all’anno ( bene a sapersi! n.dr.) per stimolare le industrie più innovative, in particolare quelle di Silicon Valley, nella nuova ricerca bellica”. Proseguendo, Domecq è stato chiaro con gli italiani ( Forze Armate e industriali della guerra): “ Dopo dieci anni di tagli dovuti alla crisi, nel 2015 le spese per la Difesa, in Europa, hanno ricominciato a crescere. Ma quelle per la ricerca no…”. Un declino europeo, su questo terreno militare? Potremmo chiederci. Ma Domecq smentisce: “ No. La Global Strategy lanciata da Federica Mogherini si abbina ad un progetto di investimenti che vede per la rima volta risorse del bilancio europeo destinate alla Difesa. Già l’anno prossimo saranno stanziati, dall’Ue, 25 milioni di euro per la ricerca bellica. E se l’Action Plan presentato dalla Commissione sarà approvato, nel bilancio quinquennale 2017-2021 ci potranno essere 3,5 miliardi di euro da investire su progetti militari congiunti”. Investimenti bellici ponderosi e davvero inquietanti, in relazione ai tagli drastici – sia al welfare che ai diritti e ai salari – che l’Ue impone ai popoli e agli Stati che ad essa aderiscono…

Ma, progetti militari per quali obiettivi ? Domenecq lo svela : “ Per il rifornimento degli aerei da guerra in volo; per un sistema di droni europeo; per una nuova generazioni di satelliti ad uso bellico; per la difesa del cyber spazio; per la produzione del nitruro di gallio, essenziale per una nuova generazione di sensori ad uso bellico; per la produzione di “fibre tessili intelligenti” per le nuove tute dei militari al fronte”.

Una richiesta di enorme spostamento di risorse economiche verso il fronte militare che la dice lunga sulla stessa natura neo imperialista dell’Ue. Che la dice lunga su quale disegno persegua il nocciolo duro dei Paesi dell’Ue che oggi, compresa l’Italia, punta alla costruzione dell’esercito sovranazionale: rafforzamento delle spinte imperialiste e neocolonialiste di una Unione europea legata al carro della NATO; e ripresa delle economie nazionali attraverso il riarmo bellico. Un classico imperialista, che si ripete con gli abiti dell’Ue.

Ciò che stupisce, rispetto a tutto ciò, è il silenzio e la passivizzazione delle forze della sinistra italiana e del movimento contro la guerra. E’ davvero ora di cercarsi e di unirsi per definire un’analisi comune e una lotta comune contro l’esercito europeo in costruzione. Se non ora, quando?

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di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI; responsabile dipartimento esteri

Il Partito Comunista Italiano (PCI) esprime la sua massima e determinata contrarietà, assieme ad una grande preoccupazione, per la decisione assunta in queste ore dal Ministro della Difesa del governo italiano, Roberta Pinotti, di inviare un contingente italiano (tra i 150 e i 200 uomini, le prime notizie) in Lettonia , vicino al confine della Russia. Tale decisione viene, non casualmente, a cadere nel bel mezzo di una crisi, tra USA e RUSSIA, così profonda da non escludere una guerra; una guerra, peraltro, già progettata sul campo e ritenuta per nulla inverosimile dagli USA e dalla NATO e contemplata dalla candidata alla Casa Bianca, Hillary Clinton, e dal suo entourage “democratico”.

La stessa conferenza stampa che il Ministro degli Esteri del governo italiano, Paolo Gentiloni ( conferenza stampa significativamente tenuta assieme al segretario generale della NATO, Stoltenberg), aumenta ancor più le preoccupazioni. Gentiloni, confermando la scelta del Ministero della Difesa di inviare soldati italiani sul fronte lettone e accettando supinamente i voleri della NATO, si è esercitato in una argomentazione tanto surreale quanto inquietante, affermando che “la scelta di inviare soldati italiani  sul fronte lettone non è una politica di aggressione verso Mosca, ma una politica di rassicurazione dei nostri confini come alleanza atlantica”. Concludendo – tra il consenso esplicito di Stoltenberg – “ che le decisioni del governo italiano  non influiscono nella linea di condotta che  l’Italia condivide con la NATO”. E come potrebbero, tali decisioni, influire sulla linea di condotta che l’Italia condivide con la NATO, se queste decisioni sono quelle che la NATO ha imposto al governo Renzi?

La scelta del governo italiano di aderire – inviando propri soldati – al progetto di attacco bellico degli USA e della NATO contro la Russia, prende perniciosamente corpo proprio nel momento in cui si acutizza l’intervento militare di Kiev e di Washington nel Donbass e in Crimea; mentre cresce il progetto USA e NATO di un intervento militare in Siria contro Assad e Mosca e a favore dell’ “esercito siriano della libertà” , esercito filo imperialista,costruito dagli stessi USA per far cadere Assad e che a lungo ha combattuto a fianco del Califfato; e mentre il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli USA, Mark Milley, va affermando chiaramente, in questi giorni e in modo assolutamente sinistro, che “ gli USA difenderanno il loro stile di vita anche a costo di un attacco militare contro la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord”.

L’attacco militare USA e NATO contro la Russia non è, in questo contesto, solo una paura o un allarme del movimento per la pace: esso è un pericolo concreto, poiché insito nella stessa concezione della fase mondiale  che esprime l’imperialismo USA e i suoi maggiori rappresentanti politici, tra i quali la stessa Hillary Clinton, futuro presidente degli Stati Uniti.

Il pericolo di guerra è concreto e vicino: che le forze della pace, della sinistra, della democrazia alzino la testa, prima  che sia troppo tardi!

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