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di Gennaro Chiappinelli – Coordinamento FGCI Roma

 

In questi giorni si è detto e si dirà di tutto sul referendum. La riforma costituzionale su cui ci apprestiamo a votare il 4 Dicembre è stata sezionata e analizzata in tutte le sue parti.

È una riforma mastodontica, che riguarda molti aspetti della nostra vita istituzionale. La FGCI, così come il PCI, sostengono senza remore il NO a una riforma anti democratica, pasticciata e che rischia di divenire addirittura dispotica.

Vogliamo però analizzare un altro aspetto della riforma, certamente indiretto, ma che ha comunque una grande importanza: questa riforma consente una più incisiva lotta alla criminalità organizzata?

Chiariamoci, non si vuole qui accusare la “Renzi-Boschi” di favorire il proliferare delle mafie, ma non è possibile ignorare le possibili ripercussioni che tale riforma possa avere nel facilitare la crescita le organizzazioni criminali. Ha senso porci una simile domanda? Senza dubbio sì. Senza dubbio, perché chi di recente si è occupato delle società criminali (Isaia Sales nel suo “Storia dell’Italia Mafiosa”, per dirne uno) ha rilevato come l’attività criminale viva tutt’oggi in simbiosi con lo Stato.

Non parliamo di patti sottobanco, né di teorie complottiste, ce ne guardiamo bene.

Eppure è evidente che le organizzazioni criminali traggano linfa dal rapporto conviviale o quantomeno di quieto vivere instauratosi con il potere pubblico. Lo stesso potere pubblico ha più volte inglobato al suo interno personalità criminali per garantirsi un migliore controllo sulla popolazione, valga il caso del ministro Liborio Romano su tutti, e senza dimenticare il legame dello squadrismo fascista con le stesse organizzazioni mafiose.

Ma veniamo a noi.

Com’è possibile debellare la piaga mafiosa? Non sono sufficienti gli arresti, né la militarizzazione delle strade. Occorre un pensiero politico lungo, bisogna rendersi conto che la mafia nasce e prolifera proprio nei luoghi in cui lo Stato è assente.

Perché se è vero che la mafia vive spesso in simbiosi con gli apparati statali, è anche vero che una più forte presenza di questi ultimi ridimensiona radicalmente lo spazio d’azione della prima.

La mafia riesce spesso a dare risposta a una domanda popolare  e cittadina garantendosi la collaborazione delle altre componenti sociali deboli proprio perché queste componenti non hanno altra possibilità di sopravvivenza se non il piegarsi alla violenza e alle minacce che alimentano e anzi costituiscono il sistema organizzativo mafioso.

Basta infatti girare per i quartieri più periferici (e spesso degradati ) delle città italiane per rendersi conto di cosa stiamo parlando. Ed è proprio lì, dove le istituzioni non arrivano, che le mafie assorbono gran parte del loro capitale.

La lotta alla mafia e al crimine in generale si combatte anche per non dire soprattutto con una maggior presenza dello Stato, proprio perché è negli spazi lasciati vuoti da questo che si insinuano le attività criminali.

E come lo Stato può dirsi effettivamente più presente sul territorio? Attraverso la sua ramificazione sul territorio stesso e in relazione alla facilità con cui è possibile accedere agli uffici pubblici.

E cosa fa questa riforma? Decreta la fine delle Provincie e impone a sindaci e soprattutto consiglieri regionali un via vai continuo dalle regioni di provenienza a Roma. Priva di uno strumento amministrativo locale e del rapporto diretto che il territorio ha con i propri rappresentanti, se non più provinciali, almeno regionali.

È una centralizzazione amministrativa e politica che non ci esime dall’esame approfondito che va pur fatto sull’ attuale titolo V e sulle varie interferenze che in questi anni hanno spesso posto nell’incertezza competenze non solo divise tra Stato e regioni, ma anche tra regioni e provincie. La chiarezza nella ripartizione delle competenze è anch’essa un tassello importante per garantire un’efficace attuazione di una politica statale in grado di dare risposte, anche contro la criminalità. La chiusura di numerosi tribunali e uffici certamente non può risultare essere una mossa efficace per contrastare la criminalità. Ci troviamo di fronte alla riproposizione dell’idea folle per cui sarebbe preferibile sventrare gli organi istituzionali, amministrativi e di giustizia, potendo in tal modo garantirsi una migliore entrata economica riducendo le spese pubbliche.

Nel solco della via inaugurata dal decreto legislativo n155 del 07/09/12 detto non a caso “taglia-tribunalini” dal governo Monti, oggi si passa all’abolizione definitiva delle Provincie stesse, organi che invece potrebbe essere fondamentali, facendosi portatori e difensori di interessi spesso diversi da quelli regionali e comunque più vicini territorialmente al popolo rispetto agli uffici regionali.

Da comunisti non possiamo non essere convinti del bisogno di una maggior presenza dello Stato in tutte le sue ramificazioni, dai tribunali alle Provincie, perché tali istituzioni possano essere davvero un baluardo contro l’illegalità, e non meri uffici su cui bisogna tagliare per far quadrare i conti.

Una riforma, la Renzi-Boschi, che si vanta di essere semplificativa del sistema attuale, semplifica la vita di tutti semplicemente abbandonando i presidi territoriali, quasi dicendo ai cittadini “cavatevela da soli”.

Una famosa teoria socio-criminologica inaugurata dal dott. Philip Zimbardo e poi migliorata da altri e passata sotto il nome di “teoria delle finestre rotte” ha mostrato, tramite le sue applicazioni pratiche, che la lotta alla criminalità e all’abbandono si vince proprio con una presenza più forte dello Stato e delle sue istituzioni.

Questa (de)forma altro non fa che peggiorare le criticità già esistenti, pretendendo di risolvere univocamente problemi che invece si presentano in tutta Italia in maniera diversa.

Questa riforma ridisegna gli apparati statali nella maniera più sbagliata possibile: allontanandoli dalla gente.

Noi dobbiamo batterci invece per una presenza più forte, per non abbandonare i cittadini ma per stargli invece accanto, non per dirgli “cavatevela da soli” ma “ce la caveremo insieme”.

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