PANORAMICHE DEL QUARTIERE DI PORTA NUOVA, TORRE UNICREDIT (ALBERTO CATTANEO, MILANO - 2016-04-13) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

di Frunze

La lunga estate caldissima

Eravamo tutti al mare, chi in ferie, chi disoccupato, e le più alte letture erano la Settimana Enigmistica o Novella 2000. Però tra fine Giugno e inizio Luglio avremmo dovuto prestare più attenzione ai giornali, sezione Economia e Finanza. Finiva infatti l’interregno in UniCredit e arrivava l’atteso Papa straniero, Jean Pierre Mustier.

La faccenda si trascinava ormai da un mese e il primo gruppo bancario italiano aveva bisogno di una nuova guida al più presto; lo chiedevano i Mercati. Infatti, il 27 Maggio era stato fatto dimettere il precedente amministratore delegato Federico Ghizzoni, che aveva trascinato UniCredit nel tragico e fallimentare sbarco in Borsa della Banca Popolare di Vicenza. Scampato il pericolo in extremis grazie all’intervento (leggi sacrificio) di Atlante, Ghizzoni non godeva comunque più del supporto di alcuni tra i principali azionisti e la sua caduta era diventata inevitabile.

Tutt’altro che inevitabile era invece l’arrivo di Mustier. Questi proviene da Société Générale (22 anni), ma aveva già fatto esperienza in UniCredit (2011-2014) per poi passare ad un fondo d’investimento francese (2015-2016). Tuttavia, in tutti questi ruoli Mustier ha sempre ricoperto funzioni di Investment Banking che mal si conciliano col profilo di UniCredit, grande banca specializzata nel credito (75% degli utili). Di contro, sia Profumo prima che Ghizzoni poi venivano dalle filiali. Date le competenze, dunque, appare chiaro come Mustier sia stato chiamato non tanto per ristrutturare il gruppo dall’interno, ma invece per portare a termine un aumento di capitale. Che questo sarebbe stato monstre lo si sapeva fin dall’inizio, che sarebbe stato lacrime e sangue no.

Nord Sud Ovest Est

Mustier prende le redini ufficialmente il 12 Luglio, due settimane prima degli stress test bancari della BCE (29 Luglio). Due settimane dopo, UniCredit non ne esce benissimo. UniCredit è 48esima su 51 banche europee; peggio di lei solo Banco Popular Español (cacchina), Raiffeisen Bank (cacchetta) e il Monte dei Paschi (merda d’elefante). Nello scenario avverso, il già basso CET1 Ratio (semplificando molto: azioni diviso attivi) scende da 10.6% a 7.12%, sotto il minimo sindacale di 8% e sotto l’11% che BCE e Bankitalia hanno indicato personalmente ad UniCredit. Urgono misure immediate per aumentare la capitalizzazione.

L’opzione principe resta tuttavia chiusa; gli azionisti ci hanno già rimesso miliardi con aumenti di capitale bruciati su miliardi di sofferenze ed incagli. Non ce ne metteranno altri (gli arabi, Caltagirone) o non ne hanno proprio (le fondazioni). Nuovi azionisti invece non ce ne sono ed è meglio che non ce ne siano: dal 1 Gennaio 2016 sono in vigore le nuove regole europee sul bail-in e le azioni sono crollate: adesso valgono meno in borsa che nei bilanci. Ora, qualsiasi vendita di azioni diluirebbe significativamente gli attuali azionisti, minandone definitivamente il controllo della banca.

Mustier coglie quindi la palla al balzo e inizia la cura da cavallo. Aveva già iniziato non ancora nominato (11-12 Luglio) vendendo in due frenetici giorni il 10% di Fineco (consulenti finanziari) e il 10% di Pekao (banca polacca), ma non si ferma. Se ne vuole proprio disfare. In breve tempo organizza anche la dismissione di interi servizi aziendali, nascosti ai più, ma parte essenziale delle operazioni: carte di credito, riscossione crediti inesigibili, unità informatiche. Non è dato sapersi quanto UniCredit dovrà poi pagare per riacquistare gli stessi servizi da terzi. In più, vuole vendere il gioiello della corona: Pioneer, l’asset manager del gruppo (250 miliardi di Euro in gestione, di cui una bella fetta in titoli di Stato). L’idea dichiarata è chiara: liberarsi di tutto e concentrarsi su Italia, Germania-Austria ed Est Europa. Il gruppo diverrebbe un gigante del credito diviso tra tre zone ben compatibili e complementari. Sembra logico.

A pensar male si fa peccato…

L’idea ha infatti senso, ma restano dei dubbi. Un gigante del credito ha bisogno di tassi d’interesse alti (tecnicamente, di una curva dei tassi alta) per giocare sul differenziale tra depositi a vista e mutui decennali (trasformazione della maturità). Al contrario, i tassi d’interesse sono oggi bassi su tutto l’orizzonte, non solo nell’Eurozona, ma sempre più anche nell’Est Europa. L’intero settore bancario europeo è oltremodo liquido e non riesce a originare mutui vista la crescita anemica o inesistente. Gli altri gruppi bancari infatti si stanno tutti riorientando verso attività che generino commissioni (tipo la consulenza finanziaria o l’asset management) invece che interessi (tipo il credito alle aziende o al consumo).

Mustier invece fa l’esatto opposto. In pubblico ottiene così pochi punti in più di CET1 Ratio adesso, ma in privato sacrifica i profitti futuri necessari a generare nuovo capitale dall’interno del gruppo. E comunque, non è abbastanza. Mustier infatti non si accontenta e annuncia nuovi enormi bisogni di capitale, non solo per rimpinguare il CET1 Ratio ben oltre gli obiettivi, ma anche per coprire improvvisi accantonamenti extra. Il risultato sono 13 miliardi di Euro che sul mercato non si possono raccogliere e che gli azionisti non vogliono mettere.

…ma spesso ci si azzecca.

Fortunatamente Mustier riesce a trovare all’incirca 3.5 miliardi di Euro. In sordina infatti, mentre tutti guardano i risultati del referendum e la caduta di Matteo Renzi, Mustier annuncia che UniCredit venderà Pioneer ad Amundi, l’asset manager francese di Société Générale e Credit Agricole. Sebbene, questo possa apparire in prima battuta irrilevante, ricordiamo che Pioneer era considerato talmente importante a livello nazionale che Renzi aveva organizzato una cordata Poste – Cassa Depositi e Prestiti per acquistarlo. Pioneer è infatti uno dei maggiori detentori e acquirenti di titoli di Stato italiani e chi lo controlla influenza materialmente il loro tasso d’interesse e di conseguenza lo spread.

Parrebbe quindi che Société Générale diventi un protagonista di primo piano nel mercato dei titoli di Stato italiani, cosa preoccupante di per sé, ma ancor più fosche nubi si affacciano all’orizzonte. Infatti, Société Générale ha comprato un pacchetto importante di azioni in Generali (4.6%), che ora è guidata da un francese (Philippe Donnet) amico di Mustier e proveniente dalla francese AXA. Al tempo stesso Société Générale ha anche ampia disponibilità di capitale, ottenuto recentemente con la vendita di alcune unità (i.e.: Georgia), mentre UniCredit deve ancora trovare circa 10 miliardi di Euro. I malpensanti mormorano dunque di un assalto congiunto di AXA su Generali, di Amundi su Pioneer e di Société Générale stessa su UniCredit. Basta salotti buoni, basta Mediobanca: il risultato sarebbe l’assoggettamento della gran parte del sistema finanziario italiano alla Francia.

La resa dei conti

Per quanto tutto ciò possa aver sentore di complotto, esso rappresenta una necessità dell’attuale sistema capitalistico europeo. Con la crisi del debito e dell’Eurozona, i capitali europei che si erano internazionalizzati (1999-2008) si sono rapidamente rinazionalizzati; si è visto con la repentina fuga degli stessi dai Paesi della Periferia (Spagna, Italia, Grecia) verso il Centro (Germania e Francia). L’Italia in questo è stata la grande sconfitta: da grande Paese nell’Unione a protettorato sotto Monti. Specialmente grazie a quest’ultimo, il nostro settore manifatturiero, fatto di piccole e medie imprese, è stato intanto stritolato e spazzato via, creando la pila di crediti inesigibili in pancia alle banche italiane e indebolendole. Nel frattempo il Paese sprofonda nella disoccupazione, nell’emigrazione e nella deindustrializzazione, mentre i grandi capitali italiani (i.e.: Agnelli) fuggono all’estero alla ricerca di valorizzazione. In genere, si prospetta al Paese un futuro nel settore a basso valore aggiunto e a bassa intensità di capitale (i.e.: turismo, agricoltura, enogastronomia).

Tuttavia, come nel Cinquecento, un’Italia indebolita rimane cruciale per gli altri Paesi. Perciò all’approssimarsi del duello finale tra capitali francesi e capitali tedeschi, i primi in svantaggio cercano di inglobare quelli italiani. Il sistema finanziario infatti riesce a convogliare i capitali di tutte le classi sociali (depositi dei lavoratori) per il profitto della classe capitalistica (prestiti alle aziende dei padroni, dividenti ai capitalisti azionisti). Tuttavia esso può anche convogliare tali capitali alla classe capitalistica di altri Paesi. In tal caso, i capitali francesi otterrebbero in un colpo solo l’accesso all’ancora enorme risparmio italiano (depositi in UniCredit, fondi d’investimento in Pioneer, premi assicurativi in Generali) e una leva importantissima (l’acquisto dei titoli di Stato) sul Governo italiano. All’improvviso, la posizione della Francia contro la Germania si fa meno vulnerabile, ma l’Italia rimane fregata.

Che fare?

Davanti a questo Risiko finanziario, il Partito Comunista e i suoi militanti devono rigettare la logica degli opposti imperialismi tedesco e francese. Che vinca uno o che vinca l’altro, a perdere sarebbero i lavoratori italiani che subirebbero l’ulteriore deindustrializzazione del Paese. Al tempo stesso, non bisogna cadere nella retorica nazionalistica propria di alcuni partiti in questo frangente. Infatti, i lavoratori francesi e tedeschi restano fregati solo un po’ meno di quelli italiani, mentre nulla è da aspettarsi dalla classe capitalistica nostrana che rimpiange solo di non averci pensato prima.

Detto questo, il Partito Comunista dovrebbe nei fatti proporre due cose:

  1. Il blocco della svendita e dello spacchettamento delle nostre istituzioni finanziarie (a beneficio di compratori esteri) e
  2. La ricapitalizzazione da parte dello Stato delle stesse, sfruttando lo scarso appetito dei privati e ottenendo il loro controllo.

Sebbene tale proposta rimanga soggetta ad incertezze (i.e.: come gestirebbe il credito un eventuale governo M5S?), appare necessario per un qualsiasi sviluppo inclusivo che il sistema finanziario nazionale rimanga in mani italiane e pubbliche per operare un’allocazione del credito basata sulle necessità sociali e non sul profitto. In caso contrario, dovesse il nostro sistema finanziario finire in mani straniere, i capitalisti stranieri pronti a combattersi tra loro ci spoglierebbero e userebbero contro di noi anche la nostra ultima risorsa, i risparmi in banca dei lavoratori.

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