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a cura del Dipartimento Formazione FGCI

Il 25 dicembre 1991, alle 18 e 35 ora di Mosca, la bandiera rossa con falce e martello veniva ammainata dalla cupola del Cremlino, ultimo atto dal grande significato simbolico, di quel processo di disintegrazione del blocco socialista messo in moto da Michail Gorbačëv, e massicciamente sostenuto dai nemici storici del comunismo, governo USA e vaticano in testa. Nonostante le proteste di buona parte del popolo sovietico e la vittoria dei sostenitori dell’unione al referendum del 17 marzo 1991 con il 76.4% delle preferenze, il destino del paese dei Soviet era già stato scritto dalle mosse di un leader che in pochi anni aveva aperto la strada alle riforme per l’economia di mercato e ad una nuova classe di politici capeggiati da Boris Eltsin.

A distanza di 25 anni possiamo constatare come la fine della Russia Sovietica abbia comportato un pesante arretramento delle condizioni economiche e sociali delle classi popolari mondiali. Allo stesso tempo gli equilibri di pace assicurati da un sistema dialettico e bipolare frutto del secondo conflitto mondiale sono oggi più che mai messi in discussione. Il pensiero unico avanza senza incontrare ostacoli ed alternative possibili, il neoliberismo domina. Gli effetti di questo sciagurato evento sono stati già visibili agli occhi del popolo sovietico, nell’immediato periodo che seguì allo smantellamento dell’unione. La dottrina shock di Boris Eltsin, verso l’economia di mercato, gettò rapidamente nella miseria decine di migliaia di persone, mentre parallelamente andava formandosi la classe degli oligarchi, i nuovi milionari che accumularono ingenti fortune attraverso la svendita dei beni pubblici.
Il crollo dell’URSS, fu un vero disastro, un disastro messo in moto da un piccolo gruppo di uomini interessati a mettere fuori gioco l’arma più potente che il popolo abbia fino ad ora conosciuto nella difesa dei propri interessi, e della propria crescita culturale verso una società nuova e libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Certamente la leggenda secondo cui fu il popolo a spingere in questa direzione è una clamorosa bufala, Eltsin addirittura, arrivò a vietare per diversi anni l’esecuzione di alcuni pezzi storici del coro dell’Armata Rossa, nel timore di suscitare scomode nostalgie presso l’esercito. Inoltre, secondo diversi sondaggi disponibili in Russia, il 60% degli intervistati rimpiangono quello straordinario periodo storico.
La dissoluzione e la demonizzazione postmortem dell’Unione Sovietica ha sortito disastrose conseguenze di cui dobbiamo portare il peso, e fra tutte una che merita accurata riflessione: l’universo di sinistra in Occidente ha smarrito la bussola. Senza il contrappeso ideologico (e ideale) del Paese dei soviet, tanta parte dell’elaborazione teorica e della prassi nelle aree della sinistra si sono lasciate inghiottire da lotte e retoriche tutt’altro che in radicale opposizione al sistema capitalistico e in ciò i migliori slanci ed enormi energie rivoluzionarie hanno perduto la propria identità e la propria efficacia. Ad aggravare quotidianamente questa situazione, teorica prima che pratica, provvedono i potenti e incontrastati mezzi del revisionismo storico, a cui il pensiero critico deve contrapporre una resistenza costante.

 

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