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di Andrea Donninelli – Dipartimento Lavoro FGCI

 

In Sardegna è aumentato in maniera esponenziale il ricorso al sistema di pagamento basato sui “buoni lavoro”. Da Gennaio a Ottobre del 2016, nell’isola italiana sono stati venduti quasi 4 milioni di voucher, dato che supera del 24 % quello del 2015 e di oltre il doppio del 2014.
Il “nobile” intento del Governo Renzi era quello di utilizzare questo metodo di pagamento per far emergere il “nero” legato ad attività occasionali o di breve durata; al contrario, i voucher sono stati utili solo per rimpinguare ulteriormente le casse del governo, poiché i buoni hanno un valore di 10 euro, di cui 2,5 vanno in contributi.

L’abuso di questo strumento è ben visibile in Sardegna, regione molto colpita dalla crisi economica, in cui anche le pubbliche amministrazioni, sia regionali che comunali, hanno fatto ricorso a questo metodo di pagamento: degli esempi sono quello del comune di Buggerru (provincia del Sud Sardegna), il quale propone un bando per prestazioni lavorative accessorie pagate con voucher, quello della Regione Sardegna, con il suo programma “Sardegna Tirocini”, che prevedeva 5000 tirocini tutti pagati con buoni lavoro, e quello del programma “Flexicurity”, con cui sono stati distribuiti alle aziende circa 23 milioni di euro per assumere disoccupati di età “a rischio” con tirocini preliminari pagati in voucher, che dovrebbero far presagire anche un bonus occupazionale per coloro che ne usufruiranno.
Purtroppo questo è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti che lo stato ha adottato per migliorare l’economia di quest’isola, ma tutti si sono rivelati fallimentari, poiché non prevedevano, e non prevedono, soluzioni a lungo termine e causano solamente instabilità.
Da molti anni la Sardegna si trova nel gruppo di coda dell’economia nazionale, soprattutto per colpa di quella dipendenza dalle volontà altrui che ha portato i sardi a far risolvere i loro problemi a poteri esterni (che si trovano sia a Roma che a Bruxelles); è per questo che non è sbagliato citare la prima causa della progressiva deindustrializzazione di quella che era la principale area industriale sarda, il Sulcis-Iglesiente, cioè la chiusura delle miniere carbonifere voluta dalla Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio.

La tattica di calare decisioni dall’alto all’interno di un territorio completamente diverso da quello che è il nord industriale non ha avuto gli effetti sperati: grazie a incentivi pubblici ci sono stati massicci ingressi di aziende private all’interno del territorio sardo, le quali, ciclicamente, con la scadenza degli incentivi stessi, sono entrate in crisi, causando ristrutturazioni e licenziamenti.
Lo Stato Italiano ha tentato di trapiantare artificialmente un settore industriale senza tenere conto delle conseguenze: i pastori si sono trasformati in operai e si sono creati dei posti di lavoro che, in poco tempo, si sono trasformati in posti di cassa integrazione.

Temendo che il metodo di voucher sia l’ennesimo “aiuto” che lo Stato vuole utilizzare per danneggiare ulteriormente l’economia di questa regione, la quale, purtroppo, non offre la possibilità  ai giovani di rimanere nella loro terra (nel 2015, il 38% degli emigrati dall’isola nell’ultimo decennio è formato da under 35), mi auguro che una presa di coscienza collettiva da parte dei sardi possa evitare questo tracollo, causato da una classe politica che in sessant’anni di autonomia si è dimostrata subalterna alle segreterie dei partiti italiani.

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