di Andrea Santori, FGCI Varese

Da qualche anno il 10 febbraio in virtù di una ricorrenza istituita “il giorno del ricordo’ su cui si potrebbe molto discutere visto temi e argomentazioni portate o meno e il livello strumentale raggiunto e quello che si vuole ricordare o meno; si è permessa una stomachevole vicenda di revisionismo storico di stampo fascista  con tanto di  eventi e manifestazioni a sfondo  nostalgico e sciovinista   di quei tempi oscuri per i popoli del mondo, una  ipocrisia viscerale purtroppo ha macchiato  questa  giornata .

Come  diceva  Antonio Gramsci  ” La verità è rivoluzionaria “,è imperativo lottare per  essa, ricercarla sempre e  sopratutto fare  in modo che  essa non vada  distorta  per  qualsivoglia interesse; in questo contesto si inseriscono le  vicende storiche  che hanno caratterizzato il confine orientale italiano, la politica  italiana su quei  territori e sulla popolazione slava che li abitava   dal 1919 al  1945,  una storia oscura fatta di abusi e  sopraffazioni su cui è calato l’oscuro velo del silenzio .

Ma questa  storia va raccontata, va strappato questo  velo  di oscurità, bisogna  fare i conti con questo cupo  passato del nostro paese  una volta per  tutte.

La storia insegna ma non ha scolari

Antonio Gramsci

RIPORTO QUi di seguito  parte di un bel articolo trovato sul sito mondi medievali:

Il libro (a cura) di Costantino di Sante: Italiani senza onore (edizioni Ombre Corte, pp. 270) pubblica una documentazione inedita sui crimini compiuti dall’esercito del Duce in Jugoslavia.
Ci fornisce una dettagliata, illuminante cronistoria dell’antislavismo viscerale perseguito dal regime fascista nei Balcani.
La politica di occupazione italiana si contraddistinse per una serie ripetuta di violenze, angherie e sopraffazioni che non furono il risultato di scelte isolate dei comandi militari, ma componente essenziale della strategia di dominio territoriale dell’Italia fascista il cui scopo era arrivare alla «distruzione totale e integrale dell’identità nazionale slovena e croata».

«Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava – scriveva Benito Mussolini già dal 1920 – non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».
In una lettera spedita in data 8 settembre 1942 (N. 08906) dal generale Roatta al Comando supremo, viene proposta, addirittura, la deportazione dell’ intera popolazione slovena. Nella riunione di Fiume del 23-5-1942, lo stesso Roatta aveva riferito le direttive di Mussolini: «Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. Ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /…/ Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30.000 persone. Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L’azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /…/ Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno».

Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i lager di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Alla fine del Ventennio gli occupanti italiani costruirono nelle terre slave campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze.

Riferimenti
http://www.mondimedievali.net/microstorie/slavi.htm

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