La voce del padrone dice “migrante economico”

di Danilo Sarra, Coordinamento nazionale FGCI e Segretario regionale FGCI Abruzzo

Cosa c’è sotto il “migrante economico”? Ci sono due gambe che hanno camminato troppo a lungo; c’è una schiena vergata dalle vessazioni più atroci, presa a bastonate dalla mattina alla sera; ci sono occhi che hanno visto la miseria più buia e la guerra; c’è una reputazione (e molto altro) che non può tornare sui propri passi. Soprattutto c’è qualcos’altro, che interessa i giudici delle Commissioni, i quali non appena possono segnare una persona come “migrante economico” si buttano con elmetto e moschetto sulla preda moribonda, avidi e avvelenati. Cos’è questo qualcos’altro? Sono due braccia forti e disperate, che hanno assoluto bisogno di denaro, ad ogni costo, e che per questo non vedono la differenza tra lavoro e sfruttamento, tra libertà e servitù, tra dignità e barbarie.

Allorquando i signori giudici delle Commissioni dispensano i loro risultati, marchiandoli magari con l’infamia della “manifesta infondatezza”, viene da pensare che ci sia un tacito ma effettivo accordo tra loro e i vertici del lavoro nero di massa; sembra cioè che questi giudici siano il braccio giudiziario, ad esempio, dei grandi padroni degli scantinati di Palma Campania, dove centinaia di persone alla volta cuciono vestiti su vestiti per un misero salario di 2 euro all’ora, senza tutele, senza diritti, senza prospettive di miglioramento all’infuori dei 5 euro all’ora ai quali si può arrivare se dopo i primi mesi ci si dimostra dei “buoni lavoratori”, cioè energici, timorati, produttivi al massimo grado. Nella gran parte dei casi, però, si viene buttati fuori con le scuse più incredibili (ma si, gli schiavi devono essere brutti, stupidi e ignoranti!!) perché intanto i signori giudici hanno prodotto altri diniegati, altre carni scarnite da rodere fino all’osso, altri schiavi. E’ l’esercito di riserva, bellezza! Gli scartati possono così spendere le loro ultime energie presso la casa di un altro padrone, magari uno di quelli che controlla (senza mai farsi vedere, ovviamente!, nascondendosi dietro i suoi “caporali”) enormi porzioni di terreni nella bella Puglia. Tanto per dirne una. Andate, andate a conoscere come vivono i ragazzi ammassati nei capannoni abbandonati nelle pianure foggiane. “Più produci, più guadagni!”: può la vita di un essere umano fondarsi su un principio del genere?. Allora ci si alza alle 3 di notte e ci si fanno dieci o più chilometri in bici per arrivare sul luogo di lavoro: “Più carciofi pianti, più soldi avrai!”.

E allora devi essere veloce, “il tuo destino è nelle tue mani adesso, vedi come siamo liberali! Alla libertà ci teniamo! MERITOCRAZIA! Vedi che avevamo ragione? Caduta l’Unione Sovietica, morto il comunismo, ha vinto la libertà! Sì, la libertà ha vinto!”. Il comunismo, cari padroni, non è morto. “Le idee non si possono uccidere” disse Thomas Sankara. Non può morire fino a che la società sarà divisa in classi. Marx e Lenin avevano ragione su tutti i fronti. E continuano ad aver ragione ogni giorno di più.

Il materialismo storico dialettico diventa talmente necessario che negarlo significa essere ciechi o disonesti. La classe operaia, da unire, avrà ragione, con la forza dei fatti, con la forza dell’unità, con la forza necessaria del potere politico. Perché la corda troppo a lungo tirata deve spezzarsi, come la pancia troppo grande finisce per scoppiare. Alle leggi della materia non si sfugge. “Unire i lavoratori, fare di essi una classe, in vista di un fine: togliere la terra sotto ai piedi ai grandi padroni delle ferriere, relegarli ai margini della società e in ultima istanza cacciarli dalla società”: questa è la parola d’ordine, l’unica parola d’ordine. La questione dei “sans-papier” è una questione di classe. La “clandestinità” è un vero e proprio e mirato attentato all’unità della classe operaia

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