«Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura.» Lenin

di Alessia Franco, Coordinamento nazionale FGCI

L’Italia è un pilastro portante dell’Unione Europea, colonia prediletta dei grandi e superdemocratici States, punto irraggiante di civiltà e modernità dal cuore del Primo Mondo verso gli angoli tenebrosi del Secondo e del Terzo. L’Italia si omologa ogni giorno di più al modello sociale statunitense, esaltando la misera partecipazione femminile alla vita civile e politica delle istituzioni piuttosto che consolidandola (senza trascurare di riformare l’istruzione e la sanità in senso sempre più elitario, e ovviamente senza tralasciare il dovuto fiancheggiamento alle missioni neocolonialiste degli USA in Medioriente e altrove). Questo faro di civiltà, che è l’Italia, solo l’altroieri ha fatto un gran vanto, in ambito istituzionale e anche (e soprattutto) mediatico, della partecipazione dell’italiana Samantha Cristoforetti alla missione spaziale ISS Expedition 42/43 Futura.

Un vanto davvero straordinario, che nel 2014 la prima donna italiana abbia messo piede nello spazio. L’Unione Sovietica inviò la prima donna nello spazio, Valentina Tereškova, nel 1963: 14 anni prima che l’italiana Cristoforetti nascesse.

Questa fugace osservazione non ha che una finalità: mostrare quanto il mito dell’emancipazione femminile sventolato nei nostri Paesi a democraticità avanzata sia più formale che sostanziale (potremmo definirlo uno pseudofemminismo da copertina). Un’italiana rientra dallo spazio e deve subire l’invadenza dei paparazzi quando dà alla luce la prima figlia, mentre in alcune delle nostre regioni la percentuale dei medici obiettori di coscienza tocca picchi del 90%. Hillary Clinton corre per la carica di Presidente degli USA e qualunque sua intenzione politica precipita nella più misera insignificanza all’ombra del fatto che è donna, e nessuna delle sue posizioni è criticabile perché (grandiosità dei democratici States!) è una donna che corre per la Casa Bianca! Ed è un trionfo planetario questa candidatura (purtroppo sfumata) di Hillary Clinton, mentre nei nostri stessi Paesi superavanzati le donne in ogni ramo lavorativo, a parità di qualifica e di produttività, guadagnano puntualmente meno dei colleghi maschi.

La questione dell’uguaglianza tra uomo e donna, anche nel nostro Paese è ridotta a mero esercizio di retorica. Non si cessa di esaltare l’irrisoria minoranza di donne che riesce ad accedere a posizioni di prestigio e di visibilità, mentre le masse silenziose di lavoratrici, precarie, disoccupate, madri e figlie si vedono quotidianamente negata la possibilità di accedere realmente al mondo della politica, delle istituzioni, della partecipazione democratica, ma anche solo di poter godere di condizioni sociali eque, di situazioni lavorative serene, di una sanità efficiente e gratuita, di servizi essenziali a tutela della gravidanza e della maternità.

La donna, nella civile Italia, è doppiamente vittima della crisi economica, perché allo stesso tempo soffre dei disagi sociali e materiali che affliggono tutta la classe lavoratrice e anche del rigurgito reazionario che questa crisi economica inevitabilmente porta con sé. Il regresso che la condizione della donna subisce in questi anni, davanti ai nostri occhi, non sarà certo sconfitto dalla retorica, dalla proclamazione di un’uguaglianza di diritto priva di ricadute nel mondo materiale, né da provvedimenti formali. Tra questi, denunciato da numerose voci femminili, rientra senz’altro l’imbarazzante, ingiusto e inefficace dispositivo delle “quote rosa”, che ricava per le donne delle corsie preferenziali, quasi che, gravate come sono di questa sorta di disabilità politica costituita dal loro genere sessuale, sia impossibile per loro arrivare “per vie normali” alle cariche istituzionali cui ambiscono. Oltre a umiliare le donne con questo trattamento preferenziale, l’imposizione di quote rosa rappresenta una forzatura della libertà di voto e confligge con l’art. 3 della Costituzione, che bandisce le distinzioni di sesso davanti alla legge.

Ci si lamenta della scarsa presenza femminile nelle istituzioni e della scarsa partecipazione politica delle donne, si crede di provvedere imponendo le quote rosa, mentre all’assemblea di sezione la compagna Tizia deve disertare perché non ha nessuno che le tenga i bambini, la compagna Caia deve assentarsi perché ha troppi servizi domestici a cui badare, la compagna Sempronia deve trattenersi a lavoro fino a tardi, perché la possibilità che avanzi un giorno l’assurda pretesa della maternità l’ha messa nel mirino del datore di lavoro. Per non parlare delle infinite donne che, rinchiuse negli stereotipi femminili che le vogliono bellissime e toniche, alla moda, ottime cuoche, domestiche multitasking, sensuali femmes fatales, hanno semplicemente da pensare a ben altro che alla politica.

La gloriosa Rivoluzione d’Ottobre, di cui ricorre quest’anno il centenario, ha rappresentato un punto di svolta per la storia dell’umanità: altre rivoluzioni si erano già viste nella storia umana, rivoluzioni borghesi, che hanno migliorato o tentato di migliorare la vita delle donne e degli uomini in vari punti del pianeta. Ma è solo nel 1917 che per la prima volta vengono sconfitte, insieme e nello stesso Paese, le tre grandi discriminazioni: quella di censo, quella razziale e quella di genere. Il superamento delle tre grandi discriminazioni ha visto il suo suggello nell’affermazione del suffragio universale, per la prima volta nella storia. In Italia e altrove, le donne avrebbero guadagnato uguale diritto di voto solo qualche decennio più tardi. Ma per grandioso che sia per la popolazione femminile l’ottenimento dei diritti politici, questo non era tutto.

Giovannino Guareschi, con il suo caratteristico sarcasmo, nel libro “Il compagno Don Camillo” ironizzava sulla condizione delle donne in Unione Sovietica: hanno conquistato la libertà di vestirsi da netturbine e spazzare le strade!

Ebbene sì, non c’è nulla da ironizzare. La vergine e martire, la Beatrice eterea, la madre veneranda: forse Guareschi avrebbe preferito esaltare questi modelli, ma a noi piace di più la netturbina russa degli anni Venti. E la donna che guidava il tram, quella che scriveva sceneggiature, quella che sceglieva di non sposarsi e di non avere figli (perché anche questo misero diritto, nell’Italia fascista delle fattrici, era riservato a suore e prostitute). E anche Aleksandra Kollontaj, prima donna nella storia a ricoprire il ruolo di Ministro, l’aviatrice Lidija Litvjak e le Streghe della Notte che combatterono i nazisti, e tutte le altre donne che, con la Rivoluzione del 1917, hanno sentito il sapore di quell’uguaglianza sostanziale (e non formale) con gli uomini, che il nostro Paese, oggi, non riesce neanche a farci immaginare.

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