Ucraina, terra di conquista

di Frunze

Mentre in tutta Europa i partiti euroscettici sono in ascesa, c’è un Paese che ha fatto una rivoluzione e combatte una guerra per poter entrare nell’Europa unita. Questo Paese, l’Ucraina, è ora sotto attacco da parte della Russia che l’avrebbe voluta mantenere sotto il suo giogo. È dunque nostro dovere di Europei aiutare i fratelli Ucraini a ricostruire il loro Stato e la loro economia, offrendo loro un Accordo di Associazione con l’Unione Europea. Così veniva presentato il trattato, ratificato dal Parlamento Italiano nel Settembre 2015. Molto articolato e comprensivo, è finora entrato in vigore solo in parte, a causa di complicanze con l’Olanda, ma è già possibile vederne alcuni effetti nei dati appena pubblicati sul commercio Ucraina-UE per il 2016.

Gran parte dell’Accordo è infatti dedicata alla liberalizzazione del commercio, specialmente per quanto riguarda le esportazione ucraine nell’UE. L’idea proclamata era quella di aiutare le imprese ucraine davanti all’inevitabile chiusura del mercato russo offrendo loro uno sbocco europeo. Inoltre, integrando le catene produttive ucraine all’interno di quelle pan-europee, si sarebbe cementato l’orientamento euro-atlantico già espresso durante l’Euromaidan.

Tuttavia, se le cancellerie europee raccontavano questo, le statistiche economiche svelano ben altro. Le esportazione ucraine infatti sono ferme al palo, registrando un misero +1.9% davanti all’apertura dei mercati europei. Inoltre, tale dato è ancora inferiore a quanto registrato nel 2013 (-5.8%), l’anno prima del Maidan e del caos. Evidentemente, vi è una difficolta notevole nel trovare uno sbocco europeo per i prodotti ucraini, che già prima venivano esportati principalmente nell’ex blocco sovietico. Scavando poi più a fondo nelle tabelle, emerge addirittura che la maggior parte delle esportazioni ucraine verso l’UE sono materie prime (48.1%) e semilavorati (26.7%). Si tratta cioè di prodotti a scarso valore aggiunto.

Non tutto è però negativo; al contrario, il 2016 segnala una solida ripresa delle importazioni europee in Ucraina (+17.6%). Queste restano sì al di sotto del valore nominale in Euro registrato nel 2013 (-30.9%), ma registrano una contrazione minore di quella del PIL (-37.9%), guadagnando quindi quote di mercato. In aggiunta, si tratta in massima parte di esportazioni ad alto valore aggiunto: macchinari (36.4%) e prodotti petrolchimici (20.9%).

Le statistiche raccontano dunque che l’Ucraina si sta spostando nella parte più bassa della catena produttiva (materie prime e semi-lavorati). Al tempo stesso, le imprese europee guadagnano quote di mercato nei settori ad alto valore aggiunto, probabilmente rimpiazzando le imprese russe o quelle locali. Inoltre, l’UE registra un saldo positivo nel commercio con l’Ucraina (esporta più di quanto importa), guadagnando un surplus. Questo quadro però stona con il racconto propagandato dalle cancellerie europee. Piuttosto dipinge una situazione molto simile all’India coloniale che esportava cotone ed importava i tessuti finiti, ingrassando gli industriali inglesi. Al contrario, durante la tanto deplorata era sovietica Mosca aveva investito enormemente nell’industrializzazione ad alto livello dell’Ucraina; basti pensare ad imprese industriali tuttora famose come Antonov (aereonautica) e Turboatom (turbine).

Come comunisti, vogliamo quindi denunciare l’asservimento dell’Ucraina agli interessi capitalistici europei. Mentre i padroni delle ferriere hanno deciso che l’Ucraina deve essere ridotta a mercato di sbocco per la sovrapproduzione europea e a fonte di manodopera e materie prime a basso costo, noi rivendichiamo il diritto del popolo ucraino a perseguire la propria via verso il progresso sociale e materiale. Come comunisti e come uomini, non possiamo infatti tollerare questo modello perverso che riporta interi Paesi, dentro e fuori l’UE, indietro nell’età pre-industriale e che riduce a meri consumatori di beni prodotti da altri. Vogliamo lavori qualificati e qualificanti, vogliamo progresso sociale ed economico, vogliamo i Piani Quinquennali ed abbiamo nostralgia del futuro socialista.

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