di Francesco Valerio della Croce, Segretario nazionale FGCI

E’ famoso l’incipit di un’opera immortale di Lenin, “Stato e Rivoluzione”.  Ai grandi intellettuali e rivoluzionari della storia –  scriveva il capo dei comunisti russi – tocca sovente la sorte di essere combattuti aspramente in vita dai loro nemici, e successivamente, da morti, o essere condannati alla rimozione, alla damnatio memoriae, oppure a venire “normalizzati” e sterilizzati nella carica rivoluzionaria del proprio pensiero e della propria vita.

Esempio eloquente di cosa significhi normalizzare e sterilizzare il pensiero rivoluzionario dei giganti della storia è quanto sta facendo in questi giorni il Pd nei confronti di Pier Paolo Pasolini, intellettuale acuto, irriverente, comunista.  Leggiamo dai giornali che il Partito di Renzi ha intitolato la propria scuola di formazione a Pasolini. Non è un tentativo nuovo, perchè questa azione raggiunge l’aberrazione dei fiori deposti da Orfini sulle ceneri di Antonio Gramsci. E’ ignobile il tentativo del Pd di normalizzare il pensiero di uno dei critici più acuti della modernità capitalistica,  del prodotto ultimo di alienazione e mercificazione della società capitalistica. Fa specie pensare che dalla “cattedra” della scuola Pasolini, della scuola che porta il nome di un dei più sagaci e lungimiranti contestatori dei processi di mondializzazione (globalizzazione, diremmo oggi) capitalistica economica e culturale, possa prendere la parola un Marchionne, un Lotti o qualcuno di Banca Etruria.

Basti guardare alle periferie odierne dalla Capitale: l’espulsione dal progresso sociale, l’alienazione di fasce enormi di sottoproletariato delle periferie e delle borgate romane, raccontata magistralmente in Accattone o Mamma Roma, non è lontana dalla realtà di oggi (non certo migliore di quella rappresentata nei capolavori di Pasolini), dal degrado e dalla ghettizzazione della periferie di Roma, provocata da anni di amministrazioni fallimentari, antipopolari e corrotte, comprese quella del Pd. Un Pd che a Roma veniva definito nella relazione di un suo dirigente di spicco “non solo cattivo ma pericoloso e dannoso: dove non c’è trasparenza e neppure attività”*

Non permettiamo al Pd di piegare alle proprie speculazioni il pensiero di un intellettuale comunista, militante della causa dei lavoratori e della trasformazione della società, nemico giurato del capitalismo, della decadenza dell’Italia provocata dalla modernità capitalistica. Non permettiamo che il marciume del Pd, molto simile a quello denunciato da Pasolini contro la DC del tempo, ne intacchi la limpidezza del pensiero.

Ricordiamo a Renzi e ai suoi accoliti che Pasolini è estraneo al Paese sporco, da egli denunciato. “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”, scrisse Pasolini. E questo ulteriore atto speculativo del Pd conferma abbondantemente il suo convincimento.

Ricordiamo, in più, a Renzi e al Pd che “la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche” era – per Pier Paolo Pasolini – il Partito Comunista, pur in un rapporto controverso tra l’intellettuale e il PCI. Non certo il Partito della nazione di Renzi, Verdini e Alfano che, al contrario, incarna benissimo quel “Paese sporco”, “idiota”, “ignorante”, “consumistico” attaccato frontalmente in un celeberrimo articolo del 1974**, un Paese distinto e contrapposto rispetto al “Paese pulito”, rappresentato dal Partito Comunista Italiano.

Come si vede, il pensiero di Pasolini è antitetico rispetto a quanto promosso e fatto dal Pd finora.

Se proprio lor signori cercano un “maestro” attraverso cui formare i propri quadri, ci sentiamo di suggerire un “venerabile” maestro come Licio Gelli. C’è da riconoscere che nelle politiche concrete del governo del Pd si riscontra una grande fedeltà col “piano di rinascita democratica” piduista che ha proprio Gelli come autore.

 

 

 

*Relazione sul PD di Roma realizzata da Fabrizio Barca

**Corriere della Sera, “Cos’è questo golpe? Io so”, 14 novembre 1974

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