di Michelangelo Bruno, Dipartimento Lavoro FGCI

La famosa azienda di abbigliamento, ha congedato 95 lavoratori in seguito alla decisione (non derivata da alcuna crisi finanziara o economica del colosso svedese) di chiudere quattro delle principali sedi delle città di Milano (due sedi, una in corso Buenos Aires e l’altra in piazza S. Babila), Venezia e Cremona. Inutile è stato il tentativo dei sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UILTuCS di cercare compromessi: i delegati hanno infatti affermato di non essere riusciti nemmeno a discutere dell’organizzazione lavorativa, pur volendo centrare il modesto obiettivo di salvaguardare l’occupazione, mostrando più efficiente la stessa rete vendita H&M.

La soluzione per cui hanno optato i sindacati, è stata la dichiarazione di “stato di agitazione” dei dipendenti di H&M. Se questo un tempo sarebbe stato visto come uno scandalo dall’eco nazionale, oggi non è nemmeno il primo dei casi: recente è l’operazione di licenziamento che la Coca Cola, a Nogara (VR), ha applicato nei confronti di parecchi lavoratori, rifiutando il confronto con i sindacati e procedendo indifferente anche alle perdite economiche avute.

Stesso copione, dunque, del quale non abbiamo ormai neanche da stupirci: è solo uno degli effetti del Jobs Act, che altro non fa che aiutare i padroni e umiliare, ricattare, obbligare i lavoratori; e finché queste politiche liberiste non smetteranno di andare avanti, non sarà nemmeno l’ultimo dei casi di licenziamento forzato che vedremo.

Per questo i comunisti stanno dalla parte dei lavoratori e mettono al centro del loro agire l’abolizione del Jobs Act e il ripristino di tutte le garanzia e i diritti dei lavoratori.

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