Riceviamo in esclusiva per il sito della FGCI questo contributo del Segretario generale della Lega dei Giovani Comunisti della Gran Bretagna per un approfondimento sull’analisi della UE e della Brexit. 

 

di Owain Holland, Segretario generale della Lega dei Giovani Comunisti della Gran Bretagna

La Lega dei Giovani Comunisti (LGC) si è sempre opposta all’Unione Europea (UE) a prescindere dall’adesione alla stessa della Gran Bretagna. L’UE è infatti un baluardo del capitalismo neoliberista, una potenza imperialista all’esterno e nemica dei lavoratori all’interno. Nell’articolo che segue, delineerò quindi perché siamo, ora e sempre, contrari all’UE, in questa forma e in tutte le sue precedenti incarnazioni.

­­­­­­­­­­­­­­­La LGC ha sempre ritenuto che l’UE sia intrinsecamente anticomunista. L’UE, come la NATO, nasce infatti nel secondo dopoguerra come evoluzione del Piano Marshall, i cui cardini erano il libero commercio, le importazioni dagli Stati Uniti e la marginalizzazione forzata dei Partiti Comunisti, allora forti in tutt’Europa. Senza giri di parole, si trattava di un’offensiva economica contro il Socialismo Reale che si stava allora realizzando nell’Europa dell’Est e nell’URSS. L’UE moderna è quindi il risultato di quel piano iniziale, le cui fondamenta anticomuniste fanno sì che una nazione possa realizzare il socialismo solo lasciando l’UE. Infatti, già da un mero punto legale il socialismo è incompatibile con l’EU: la nazionalizzazione di settori chiave dell’economia cozza per esempio con le leggi europee, che invece ordinano abbondanti tagli alla spesa sociale. Come visto chiaramente in Grecia, Irlanda e Portogallo, l’UE impone misure reazionarie obbligando i Governi a privatizzare quanto ancora resta di pubblico, a beneficio dei padroni e a danno dei lavoratori. Dopo il suo passaggio, l’UE lascia solo disoccupazione, ospedali sfasciati, disagio e povertà.

Tuttavia, è sul lato della società che I problemi esplodono. L’UE manipola le economie degli Stati periferici, creandovi disoccupazione, per spingerne i lavoratori, spesso giovani e qualificati, ad emigrare ed essere carne da macello a poco prezzo per i padroni negli Stati centrali. L’UE stessa ammette schiettamente di voler entro il 2020 una perfetta flessibilità per i lavoratori e una riduzione di salari e pensioni. Si succhia così la linfa vitale di Spagna, Portogallo e Polonia per scatenare una guerra tra lavoratori in Francia, Germania ed Inghilterra: una corsa verso il basso che mina le conquiste dei lavoratori in tutta Europa. Se da un lato le direttive europee impediscono trattive sindacali transfrontaliere, dall’altro v’è piena libertà per i padroni di spostare i lavoratori ovunque ciò massimizzi i profitti. Per quanto sia popolare tra i giovani, questa non è altro che una falsa libertà di movimento, per altri, tant’è che i giovani inglesi devono competere a casa per i pochi posti di lavoro e riescono solo raramente ad emigrare loro stessi.

Ma la UE non si ferma ai suoi confini. Come forza imperialista a volte si allea e a volte si scontra con gli altri Paesi occidentali, ma in ogni caso sostiene la globalizzazione neoliberista: esporta i suoi monopoli, depreda il Terzo Mondo, guerreggia in Siria e, dopo averli causati, respinge i migranti ai suoi confini. Nel frattempo, fa la corte al regime fascista in Ucraina, mentre questo reprime i comunisti e s’accoda alla NATO. L’UE non lesina certo sui motivi per farci deprecare la sua condotta internazionale.

Che fare dunque? L’UE è intrinsecamente antidemocratica: non tollera alternative. Basta vedere come gli Irlandesi sono stati costretti a rivotare il Trattato di Lisbona dopo averlo democraticamente bocciato. L’UE si riformerà sì, ma solo in peggio. L’unica opzione quindi è quindi l’uscita dalla stessa, per costruire il socialismo in libertà.

Per quanto riguarda il Regno Unito, il Governo ha giocato tutte le carte quando ha convocato il referendum sulla Brexit; e ha perso. Tuttavia, mentre il capitale e i suoi padroni si disperano, s’aprono invece per noi nuove possibilità liberi dalla camicia di forza europea. Già ora Jeremy Corbyn sta guidando il Partito Laburista in una campagna elettorale le cui proposte non sarebbero mai state realizzabili dentro l’UE. C’è quindi una possibilità immediate d’aumentare il ruolo dello Stato nell’economia, anche e ben oltre le riforme socialdemocratiche di Jeremy Corbyn. Pur avendo promosso una Brexit da sinistra, bisogna però riconoscere che ve ne può essere anche una da destra, razzista e xenofobica: un fascismo anti-UE opposto al fascismo della UE. Bisogna dunque vedere il quadro completo, riconoscendo che non solo i razzisti hanno scelto la Brexit, ma anche i lavoratori e gli abitanti dei grandi quartieri multietnici nelle città de-industrializzate. Non bisogna dunque fare come certi a sinistra, la cui visione manichea della EU come sorgente di ogni bene ci dipinge poi come razzisti non dichiarati, rendendo impossibile qualunque dialogo. Il nostro primo scopo è quindi superare le passate divisione e lavorare verso una Gran Bretagna socialista. Come sempre, saranno i lavoratori a guidare il progresso ed in questa nuova fase di lotta starà quindi a noi esserne avanguardia analizzando il capitalismo odierno e sfruttandone le sue contraddizioni.

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