di Gennaro Chiappinelli, Segreteria FGCI Roma

“Il fine giustifica i mezzi”, sosteneva Machiavelli.  In Italia da anni si combatte una battaglia politica per mettere al bando una serie di comportamenti aggressivi (mezzi) adottati dalle forze dell’ordine per sedare proteste, reprimere il dissenso,  ottenere informazioni (fine).

I casi non mancano, dalle lesioni individuali subite in casi poi passati agli onori della cronaca, alle modalità poco ortodosse utilizzate nella lotta contro le BR, ancora nella repressione di manifestazioni sentite come quelle famose contro il G8 di Genova del 2001 e, in particolare, i fatti della scuola Diaz.

L’assenza di un reato che punisse questo tipo di condotte ci è stata già rimproverata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Cestaro del 2015, inerente proprio alla vicenda Diaz.

Il termine tortura viene identificato dalla Convenzione “contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli,inumani o degradanti” adottata dall’ ONU nel 1984.

Sarà che il mantra esterofilo impone diverse velocità di risposta: quando si tratta di garantire concorrenza, libertà di mercato, allora subito si agisce con celerità, diversa importanza ricopre evidentemente l’applicazione di una Convenzione che poteva portare a una normativa chiara e efficace per l’individuazione del reato di tortura. Ora ci si è mossi, grazie anche all’incessante lavoro portato avanti da alcune associazioni italiane, in primis Antigone.

Finalmente, il  5 Luglio 2017 è stato approvato il disegno di legge n.2168-b.

La nuova legge introduce nell’ordinamento italiano il reato di tortura.

Meglio tardi che mai, verrebbe da pensare, ma la realtà è purtroppo, ancora una volta, uno specchio che deforma se stessa.

Magra consolazione : la previsione del reato di tortura  ora c’è ed entrerà in vigore dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della nuova legge. In particolare si parla del nuovo articolo 613-bis  e 613-ter del codice penale.

L’articolo 613-bis rappresenta la pietra angolare della definizione del reato. Si prevede una pena di reclusione dai 4 ai 10 anni per chiunque causi ad altri sofferenze fisiche o psichiche, la pena invece prevede la reclusione dai 6 ai 12 anni qualora tali sofferenze fossero causate da un pubblico ufficiale in violazione dei suoi doveri di servizio.

Di magra consolazione si parla, perché le problematicità riscontrate sono molte:

Il reato, considerato imprescrittibile nella Convenzione, è in Italia sottoposto a prescrizione ordinaria (10 anni).

La norma del codice prevede che per il riconoscimento di tale reato occorra che tali violenze vengano esercitate su persone private della libertà personale o in condizione di minorata difesa, situazione aggravante del reato che nel contesto rischia di essere di difficile interpretazione.

Per capirci, l’applicazione della norma potrebbe essere contestata nel famoso caso Diaz, durante le proteste per il G8 di Genova nel 2001. In quel caso  i manifestati presenti nella scuola non sarebbero stati privati della libertà personale, mentre la prova della minorata difesa resta difficile , e tale difficoltà nell’applicazione ha spinto undici magistrati sia inquirenti che giudicanti nel caso Diaz, a scrivere una lettera alla Presidente della Camera Boldrini prima che il testo venisse definitivamente votato alla Camera.

L’esempio messo in rilievo dai magistrati  è utile perché dimostra la difficile applicabilità della norma in casi futuri che possano ricordare le modalità dei fatti avvenuti alla Diaz, nella legge penale vige infatti il principio di irretroattività che esenta quel determinato caso dall’applicazione delle nuova normativa.

Anche la definizione del nuovo articolo è sicuramente più oscura rispetto alla definizione presente nella Convenzione, si parla infatti di violenza fisica o di un “trauma psichico” non meglio definibile.

Altro elemento:si rientra nella definizione di reato di tortura “se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.” Con questa definizione si rende non punibile una tortura non reiterata o comunque si richiede il riconoscimento di un trattamento “inumano e degradante”.

La norma così formulata è eccessivamente discrezionale , lo spettro di ciò che sarebbe dovuta essere. Una legge che non da certezze ai giudici, che avranno molte difficoltà a individuare le fattispecie cui applicare l’articolo, proprio a causa dell’incertezza interpretativa che lo circonda.

Del resto  lo stesso Gasparri commenta entusiasta “Per fortuna con la nostra azione al Senato abbiamo fatto in modo che il testo venisse modificato e che la legge diventasse sostanzialmente inapplicabile. Abbiamo boicottato attivamente un tentativo di paralizzare le forze di polizia”. Una legge che entusiasma quindi chi l’ha snaturata a tal punto da renderla potenzialmente inutile. Ora il reato è previsto, eppure esso sembra  l’ennesimo specchietto per le allodole, l’ennesimo inganno rifilatoci da una classe dirigente attenta solo ai sondaggi elettorali, l’ennesima truffa ai danni dei cittadini.

Senza dubbio il fatto che il reato sia quantomeno previsto non può che essere considerato una conquista di diritto e di civiltà giuridica importante, ora bisogna rimanere attenti, si rischia di avere un buon motore privo però di benzina per il suo funzionamento.

E cioè molti giuristi rilevano come la norma sia di fatto inapplicabile, e l’inefficacia dell’articolo non è certamente un caso, viste le dichiarazioni di Gasparri.  Il reato  nasce per limitare i crimini e le prepotenze spesso esercitate da uomini in divisa ma viene inibito scientemente , esacerbando il contrasto sociale con le forze dell’ordine che andrebbe invece superato, garantendo  la sicurezza a chi manifesta.

Il clima teso che sempre più spesso si registra e si è registrato durante le manifestazioni si allenta anche tramite misure che consentano ai manifestati di stare tranquilli, tale tranquillità consente poi anche alle forze armate svolgere la loro funzione al meglio. Una funzione di tutela, non di repressione.

Per questo come FGCI non possiamo che condannare una legge che è un insulto a tutti coloro che in circostanze più o meno chiare hanno subito lesioni  delle forze dell’ordine, in alcuni casi pagando con la vita.

Aggiungiamo la necessità di sostenere l’imposizione del codice identificativo sulle divise, come ulteriore misura posta a tutela dalla libertà di manifestazione e come ulteriore tentativo volto a stemperare il conflitto con le forze dell’ordine, questo, opinione di chi scrive,  “Perché i poliziotti sono figli di poveri”.

E delle guerre tra poveri dovremmo averne a sufficienza.

 

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