Dopo 16 mesi l’amministratore delegato di TIM, Flavio Cattaneo, si dimette dal suo incarico e incassa una buonuscita da 30 milioni di euro, che dividendoli per i giorni in cui ha ricoperto l’incarico fanno quasi 65.000 euro al giorno. Da subito sono partite critiche pesanti dalla politica, dai media e dai social network, che si chiedono se sia giusto e moralmente accettabile che un manager prenda una buonuscita così corposa.

L’opinione pubblica non è però così unita come per altri casi di super compensi, anzi non pochi spezzano una lancia in favore dell’ex ad e di TIM gridando a gran voce “Ma la TIM sarà libera di dare 30 milioni a Cattaneo? È una società privata e può dare i suoi soldi a chi vuole”.
In linea di principio le società private possono gestire i loro soldi come meglio pensano, senza doversi giustificare o rendere conto a nessuno, o almeno questo è ciò che ci propina l’ideologia del libero mercato e dello Stato “arbitro” e non “giocatore”.
Se è vero che un privato può pagare un proprio dipendente quanto vuole è vero pure che in Italia rimangono ancora brandelli di leggi che impongono il rispetto e l’applicazione dei diritti dei lavoratori, diritti che Telecom si è forse dimenticata.

Dalla sua privatizzazione, ad opera del I governo Prodi nel 1997, Telecom è passata da 120.000 dipendenti a 50.000 e il rapporto debito/fatturato dal 30% pre privatizzazione è arrivato al 100% di oggi. I call center a partire dal 2010 sono stati gradualmente delocalizzati in Paesi come la vicina Albania, che offre contratti senza diritti, stipendi dimezzati rispetto l’Italia e sindacati inesistenti. Non va meglio a chi ancora lavora per l’azienda in Italia, difatti le riforme del lavoro attuate dai vari governi che si sono succeduti (per ultimo il governo Renzi con il Jobs Act) hanno portato a sempre meno diritti e salari sempre più bassi. Condizioni vergognose ma (per ora) non a livello di quelle albanesi ed è per questo che il dipendente italiano è ancora più preoccupato: accetta contratti che ledono la sua dignità ma rischia comunque che il suo posto venga preso da un’altra persona che accetta condizioni ancor peggiori.

Tim non è libera di regalare 30 milioni di euro a Cattaneo, non dovrebbe esserle permesso, ma a quanto pare non è grave il fatto di ricevere milioni di euro di liquidazione per pochi mesi di lavoro (senza contare il “come” lo si è fatto), o di riceverli sebbene i dipendenti della società siano trattati come merce, lo diventa solo se quei soldi sono pubblici, come se al privato fosse dato il diritto di sfruttare in quanto privato. Ci troviamo in un’era in cui l’egemonia delle classi dominanti ha spinto la classe lavoratrice non solo ad accettare di essere sfruttata, ma anche a difendere il suo sfruttatore.

Una Repubblica autorevole e che ha a cuore il proprio popolo non avrebbe mai permesso un tale scempio, ma la nostra, più che una Repubblica, sembra un grande bancomat per pochi eletti, incapace di una qualsiasi reazione.

Un’ ultima annotazione. La privatizzazione di Telecom faceva parte dell’accordo Andreatta – Van Miert, cioè le condizioni imposte dalla nascente UE all’Italia per entrare nel circo della moneta unica e dei parametri di Maastricht. Come vedete, l’Europa c’entra sempre quando si tratta di disastri.

 

Nicolò Monti, Segreteria nazionale FGCI

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