La chiamano così a Roma l’acqua che esce dai nostri rubinetti di casa e che utilizziamo per i più svariati usi quotidiani: l’acqua del sindaco. Nella capitale, l’accezione ha sempre avuto un significato alto e orgoglioso, perché quest’acqua è  da sempre considerata tra le più buone al mondo.
Quella che segue, è una breve storia di un poco conosciuto quartiere alle porte di Roma che fa da esempio di come “l’acqua del sindaco” è stata abbondantemente sprecata.

Labaro, periferia nord di Roma ai limiti del GRA, il confine della città. È un quartiere romano come tanti, con i suoi enormi problemi e con la sua storia fatta di alti e bassi.
A Labaro ci sono le case popolari, costruite alla fine degli anni ’70, in piena giunta rossa del sindaco Petroselli. Sotto quelle case ci sono dei locali fino a qualche anno fa occupati dalla ASL, un poliambulatorio voluto fortemente dall’allora Rifondazione Comunista e per tanti anni punto di riferimento per gli abitanti del quartiere e non solo.
La ASL è stata spostata nel 2013 in altri locali a causa dello stato pietoso in cui si trovava la sua vecchia sede e ora quella stessa sede, sita in Via Offanengo, è vuota, abbandonata a se stessa come tanti altri stabili di proprietà del comune.

Da 5 mesi dalla “ex ASL” fuoriesce una quantità d’acqua preoccupante che sta allagando i locali stessi e la strada appena fuori l’ingresso. L’immondizia si sta accumulando e la fanghiglia resiste e prolifera senza sosta. La sezione del Partito Comunista Italiano, intitolata proprio a quel sindaco Petroselli che quelle case fece costruire, ha denunciato il tutto al municipio fin dalla prima timida fuoriuscita, che già prometteva di diventare ingente di lì a poco.

Ci sono voluti ben 5 mesi di denunce per far sì che il Municipio rispondesse. Ben due sono state le visite “amministrative”: la prima visita fu breve e intensa, i tecnici comunali non avevano le chiavi dei lucchetti. In 10 minuti hanno ripreso l’auto e via verso la sede di competenza, mentre l’acqua indisturbata continuava ad allagare lo spazio circostante.

In data 19 Luglio, nella seconda visita, il Municipio fa sul serio. Arrivano nell’ordine: quattro vigili urbani, quattro operai di una ditta di manutenzioni del comune, un dirigente del municipio e tre tecnici del comune.
Le chiavi ancora non ci sono e con una tronchesi la catena viene spezzata e gli operai entrano a controllare la perdita.
Passano due ore, dalla sezione comunista scende il segretario Gaetano Seminatore, 64 anni, che quella ASL l’ha vista aprire e ha lottato affinché aprisse, facendo lo stesso per non farla chiudere.
Chiede alla nutrita delegazione comunale se la perdita fosse stata trovata e riparata, ma i tecnici sconsolati rispondono che non è stato possibile trovarla e che per evitare ulteriori danni è stata chiusa l’acqua direttamente dal contatore generale.

Gaetano conosce bene quei palazzi, il solo aver chiuso l’acqua lo insospettisce e senza remore urla al compagno Fabrizio, rimasto in sezione: “Fabrì, vedi se c’è l’acqua in sezione”. Passa qualche minuto, il compagno Fabrizio torna e annuncia: “Non c’è acqua, non esce niente dal rubinetto”. L’affollata delegazione, inviata per riparare la perdita nella ex ASL, aveva chiuso l’acqua a tutto il palazzo.

Di tutta fretta gli operai riaprono il contatore e in pochi minuti l’acqua torna a scorrere. Nel frattempo il comunista Gaetano, incredulo, chiede numi al dirigente del Municipio che risponde con la più classica e terribile delle frasi di chi non ne vuol sapere: tanto non è competenza nostra, non è un locale del Municipio.

I comunisti, si sa, sono ossi duri e quando Gaetano porta le carte dell’ATER che attestano indiscutibilmente che quei locali sono di proprietà del comune l’inviato del Municipio ha bofonchiato qualche scusa, rifiutandosi di leggere le carte. In poche parole: l’ATER (l’ente che gestisce le case popolari ed ex IACP) diede al comune di Roma quei locali nei primi anni 90’ che lo stresso comune diede a sua volta alla ASL in comodato d’uso. Ancora oggi il comune dice di non essere il proprietario, nonostante le carte parlino chiaro.

La conclusione di questa storia di ordinaria follia amministrativa è tanto breve quanto triste. Gli operai hanno ridato l’acqua al palazzo, la perdita ha ripreso il suo fuoriuscire, la delegazione capitolina risale nelle auto di servizio e tutto rimane come prima.

In questi giorni di fuoco, dove Roma è in piena crisi idrica e un milione e mezzo di romani rischia di vedersi razionata la fornitura, si si interroga sul perché si è arrivati a questo punto. Vera la mancanza di un’amministrazione competente, vero lo spreco che tanti romani stentano ad abbandonare, ma è altrettanto vero che da quando l’ACEA fu per metà privatizzata da Rutelli, trasformandola in S.p.a., le priorità dell’azienda municipalizzata si sono spostate verso i dividendi agli azionisti lasciando in secondo piano l’interesse collettivo.

Nel grande calderone del sistema idrico romano non mancano appalti dati a ditte poco raccomandabili e la totale mancanza di manutenzione ordinaria (non straordinaria, intendiamoci) e questo fa sì che un’intera squadra inviata dall’amministrazione non sappia trovare una perdita in un locale di sua proprietà o che ignori il fatto che le case popolari non hanno contatori separati dell’acqua, ma un unico grande contatore e che se chiudi quello, chiudi tutto il palazzo.

A Roma il 44% dell’acqua si perde nelle tubature, una quantità enorme che ricade tutta sulle bollette delle famiglie romane. In pochi sanno che nelle tanto vituperate case popolari lo stato del sistema di tubature è talmente logoro che i consumi riportati nelle bollette degli inquilini sono maggiori di quelle di una famiglia che vive ai Parioli e cha ha una casa due volte più grande e con più servizi.

L’acqua di Roma è un patrimonio non solo vitale ma anche storico: Roma non eguali al mondo per la raffinatezza dell’ingegno con cui gli antichi romani riuscirono a portare l’oro blu in tutta Europa e a garantire il fabbisogno di una città che 2000 anni fa contava già un milione di abitanti.

Non tutto è perduto però, nel 2011 per il grande referendum a favore dell’acqua pubblica votarono nella capitale il 60% dei romani, di questi il 96% si espresse contro la privatizzazione del nostro bene più prezioso e i gruppi, associazioni e movimenti che nacquero da quel voto danno battaglia ogni giorno per la difesa e l’applicazione di quel risultato referendario.
È arrivato il tempo in cui ogni romano deve fare una scelta di campo: da una parte c’è la Roma che annega nelle sue perdite (di acqua e non), dall’altra la Roma che lotta e impara a rialzare la testa. I so bene da che parte stare.

di Nicolò Monti, Segreteria nazionale FGCI

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