Una violenta rissa si è consumata durante il pomeriggio del 19 luglio tra le bancarelle del mercato di piazza Carlo Alberto a Catania, coinvolgendo almeno una decina di uomini. Ad affrontarsi sono state due fazioni: una di nazionalità straniera, l’altra italiana; entrambe costituite da venditori ambulanti.

Al di là della sua specifica drammaticità, l’aspetto più rilevante della vicenda consiste nell’emergere di un odio furioso e cieco tra le classi sfruttate.

Che episodi del genere ricorrano con maggiore frequenza, con l’acuirsi del disagio economico, dimostra fino a che punto l’immigrazione incontrollata possa diventare dannosa per la società. Tuttavia, non è utile indugiare su un sentimento razzista o anche solo banalmente identitario; è fondamentale che i migranti vengano considerati non soltanto come uomini o donne, ma soprattutto come lavoratori o lavoratrici. Questi, fuggiti dalle loro terre, quale che sia il motivo, finiscono per ritrovarsi in una condizione di sfruttamento ancora più intenso di quello riservato agli italiani.

Le posizioni assunte dinnanzi alla questione, tanto dalla destra quanto dalla sinistra, non sono affatto risolutive.

Da un lato, si trova una sinistra che vagheggia di un astratto sentimento umanitario e d’accoglienza, nella stucchevole narrazione del profugo fuggito dal proprio Paese in cerca di una migliore condizione di vita. Si tratta della tipica ipocrisia emozionale, di chi vorrebbe sbarazzarsi del problema liquidandolo in una morale lacrimevole e assolutamente priva di realismo politico.

Inoltre, l’idea tanto cara alla sinistra, secondo cui l’uomo sarebbe, in fondo, nient’altro che un animale, è bassamente romantica e deleteria per qualunque approccio ragionato, e conduce fino alla credenza che l’immigrazione sia un fatto essenzialmente naturale, e pertanto inevitabile.

Dall’altro lato, non si può nemmeno dire che le confuse rivendicazioni identitarie delle destre riescano quantomeno a sfiorare il problema; anzi: nel bric-à-brac populista o reazionario che afferma a gran voce il primato dell’italiano, non si fa altro che spianare la strada alle posizioni più apertamente regressive.

Orizzontalizzare il conflitto, al modo delle destre, avrà come conseguenza certa una brusca scalata di tensione, dalla quale sarà la classe lavoratrice ad uscirne, come è prevedibile in questi casi, sconfitta.

Certi riflussi nostalgici rievocano un mai esistito equilibrio comunitario andato perduto, per il quale i rapporti sociali erano regolati da un diffuso clima di armonia; quando tale equilibrio viene minacciato da un elemento percepito come estraneo (l’immigrato), gli si sventolano contro il feticcio della Nazione o dell’Italianità. Contro questi atteggiamenti, occorre opporre una cornice interpretativa di cui il popolo italiano possa impadronirsi, al fine di evitare che le destre strumentalizzino il malcontento popolare attraverso la loro tipica retorica mistificante, nel tempo rimasta invariata.

In un’ottica rivoluzionaria, si vuole fare presente che la società, prima ancora di ritrovarsi minacciata dall’esterno, presenta già inconciliabili divisioni al suo interno: da un parte si trovano i detentori di capitale, dall’altra chi per vivere è necessitato a vendere la propria forza lavoro. Qualunque lotta che ricada al di fuori di questa contraddizione intrinseca al capitalismo, ovvero qualunque lotta che metta lavoratori contro altri lavoratori, non minaccia nemmeno lontanamente la formazione sociale capitalista.

Quest’ordine di considerazioni richiede che ci si lasci alle spalle l’infelice retorica della sinistra radicale, talmente ossessionata dal politicamente corretto da non riuscire più a esprimere un contenuto realistico. Il linguaggio della sinistra – di quella sinistra che di fronte ai mali sociali finge di non vedere, e che da tempo si è lasciata l’anti-capitalismo alle spalle – non può offrire alcun apporto utile al movimento comunista. In questo contesto, è naturale che il popolo italiano si ritrovi politicamente disorientato, e non sappia più a cosa rivolgersi.

Certamente, tutto ciò è irritante, ma non per questo biasimabile. I lavoratori e i cittadini tutti si sono allontanati dalla prospettiva comunista per svariati motivi, non ultimo l’incapacità del suo ceto dirigente. Osservando volgere tardivamente al termine questa fase della storia, le cui parole e le cui istituzioni non hanno più che la mera apparenza del reale, è doveroso affrettarsi nella ricostruzione di un partito di classe autenticamente vicino alle masse popolari.

L’afflusso costante di migranti, provocato dalle dissennate guerre capitaliste, si spinge molto al di là di quanto la società possa assorbire, e si incardina nel sistema in un modo tale da agevolare la distruzione sistematica dei diritti sociali e dei lavoratori. La presenza di una sovrappopolazione di disoccupati, disposti a lavorare in nero e per di più per un salario da fame, induce a un rapido crollo del costo della forza lavoro. A pagarne le conseguenze, come sempre, sono i lavoratori – italiani o stranieri.

Sia l’accoglienza indiscriminata che la chiusura totale dei confini sono due approcci egualmente funzionali al capitale, nella misura in cui dirottano la rabbia popolare verso aspetti del problema fondamentalmente innocui.

Forse, solo una soluzione è possibile nel medio termine: quella che gli Stati pongano rimedio ai mali del capitalismo, avviando piani di sviluppo bilaterali e di reciproco vantaggio, al fine di allontanare da sé l’incombere delle guerre. Ma se è lo stesso capitale ad avversare questa prospettiva, allora è tempo che i popoli dismettano l’odio reciproco – nazionale, razziale, e via dicendo – e si mobilitino finalmente contro questo iniquo modello sociale.

 

di Giovanni Spina, Segretario FGCI Catania

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