Che gli avversari riservino ai leader rivoluzionari il destino della normalizzazione, lo scriveva chiaramente Lenin in Stato e Rivoluzione nel 1917, abbastanza prima di assistere al tentativo di far diventare la denuncia di Enrico Berlinguer a proposito della Questione Morale un prototipo di spot grillino o, peggio, di vedere il segretario del PCI trasformato in un testimonial anticasta per il referendum costituzionale renziano. La storica intervista rilasciata da Berlinguer  a Eugenio Scalfari, quella proprio sulla Questione Morale, è entrata a far parte del dibattito politico in modo irruento e immediato e, a tutt’oggi, dal dibattito (come si vede), non sembra essere vicina a uscire.

Quello che qui interessa però sostenere è il contenuto reale e profondo di quella intervista: se la critica alla degenerazione dei partiti è il nucleo centrale delle dichiarazioni di Berlinguer, gli stiracchiamenti che tendono a rappresentare il segretario comunista come un PM inquisitore, pronto a portare l’apparato pubblico della Prima Repubblica in tribunale, sono, nella migliore della ipotesi, interpretazioni ingenue, nella peggiore tentativi di plagiare la riflessione berlingueriana.

La polemica più dura che Berlinguer si trovò a sostenere nei giorni successivi a quel 28 luglio 1981 non fu tanto quella esterna, rivolta all’avversario acerrimo e più direttamente interessato dal merito delle critiche, Bettino Craxi, il segretario socialista e allora Presidente del Consiglio ma quella interna con l’ala “destra”, rappresentata da Giorgio Napolitano, duro critico dell’intervista di Berlinguer a Scalfari, ma prima ancora duro critico di assi fondamentali della politica nazionale del segretario del Pci*, in una polemica che aveva come convitato di pietra l’ipotesi della liquidazione dell’identità e del partito comunista medesimo (realizzata poi negli anni successivi alla morte di Enrico Berlinguer).

Per capire il portato profondo di quell’ intervista, ci sembra doveroso proprio attenersi al testo. Contro cosa si scagliavano le invettive del segretario del PCI?

  1. “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela (…) Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti (…) a loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. Sembra un’ istantanea sul 2017, starete pensando. E’ così: la critica introduttiva è contro un meccanismo degenerativo che ha trasformato i partiti popolari e di massa, quelli a cui la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza attribuisce esplicitamente il ruolo di strumento principe per il concorso del popolo alla vita politica del Paese, in macchine di potere, slegate dagli interessi popolari, organizzazioni funzionali al sostentamento del ceto politico. Un’istantanea sull’oggi, appunto.
  2. “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali”.  Il fatto che tali organizzazioni, sciolte da qualsiasi funzione rappresentativa degli interessi del popolo, occupino stabilmente i ruoli e le funzioni del potere pubblico e, si badi bene, anche dell’informazione nazionale, segna l’altra metà della medaglia, l’altro lato del problema, cioè il blocco alla struttura democratica ed economica del Paese.  A questo proposito, Berlinguer propone un esempio che risulta di un’attualità disarmante: “Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela”. L’affaire Monte dei Paschi di Siena vi ricorda qualcosa? La socializzazione di un imminente fallimento bancario causato da una gestione politica molto poco trasparente (così poco trasparente da aver portato il Parlamento a segretare i nomi dei creditori che non hanno soddisfatto le loro obbligazioni nei confronti della banca senese e che invece abbiano ripagato noi tutti con i soldi pubblici), degenerazione morale unita alle più intrinseche e barbare logiche di profitto del capitalismo, ma questo si vedrà meglio a breve.
  3. Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata” e ancora “Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. (…)” La critica morale non è scissa da quella politica, non c’è critica alla degenerazione della vita pubblica senza critica radicale al modello di società capitalista. Ecco il punto chiave (e scientemente ignorato dai manipolatori di Berlinguer)  senza cui non può comprendersi la posizione del segretario del PCI: la corruzione e la involuzione della forma dei partiti allude ad una qualità storica e negativa della società italiana, la corruzione e l’illecito assumono una delle forme storicamente determinate con cui le classi dirigenti borghesi hanno esercitato il loro governo (dall’occupazione dello Stato, alla connivenza con la mafia) al fine principale di conservare se stesse e di impedire qualsiasi ipotesi di partecipazione dei comunisti al governo e, più precisamente, alla gestione dello Stato. Ecco il cuore pulsante dei ragionamenti politici di Berlinguer.
  4. A conferma del sottotraccia squisitamente politico che anima l’intervista a Berlinguer e che, nei mesi precedenti, aveva lacerato e diviso la Direzione nazionale del Partito comunista, alla domanda di Scalfari su quali siano, in fin dei conti, le differenze tra il PCI e un partito socialdemocratico (la domanda dal gusto retorico, attendeva probabilmente come risposta un secco: “nessuna”), Berlinguer ripropone le tesi che confermano la natura comunista del PCI e che lo schierano dall’altro lato dello scontro con Napolitano e l’ala migliorista: La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Come si può facilmente riscontrare dalle parole stesse i Berlinguer, la Questione Morale non è questione di Procure della Repubblica, tanto meno attacchi al ruolo centrale dello Stato, secondo il modello democratico e repubblicano. La questione morale è questione completamente politica e per i comunisti assume il ruolo fondamentale di critica al capitalismo, alle classi dominanti e ai loro metodi di governo e autoconservazione. A poco c’entra una critica anticasta – animata da avanguardisti del Corriere della Sera, difficile crederli animati da fini di giustizia (visto che nel patto di sindacato del loro giornale sono presenti le realtà economiche legate a doppio filo proprio con le degenerazioni denunciate da Berlinguer)  – che fa il paio con i tentativi di soppiantare definitivamente i partiti di massa “costituzionali” con comitati elettorali di capi bastone e con quelli di costituire uno Stato sottomesso alle logiche del mercato e dell’interesse privato, mentre invece, citando ancora Berlinguer dalla su intervista, “I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni”. Controllo democratico del popolo, in altre parole, rappresentatività delle Istituzioni. Altro che governabilità e leggi elettorali maggioritarie.

Per riassumere il tutto sinteticamente, cediamo, come fatto in larga misura in questo articolo, la parola ancora allo stesso Berlinguer: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.”

 

di Francesco Valerio della Croce, Segretario nazionale FGCI

 

 

*Si veda in merito il saggio, non sospettabile di simpatie berlingueriane, di Ugo Finetti, “Botteghe oscure, il PCI di Berlinguer e Napolitano”, 2016, Edizioni Ares

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