Una parola. Sei lettere che racchiudono in sè un mondo tanto prezioso quanto grande e sconfinato. Il significato della parola musica non è univoco, questa infatti ha molteplici derivazioni, si pensa che la parola musica deriva dall’aggettivo greco “mousikos” ovvero relativo alle Muse. Le Muse, figure della mitologia greco/romana, rappresentano le “arti perfette”. Sin dall’inizio dei tempi la musica entra a far parte della vita dell’uomo. Si pensi che, inconsciamente, iniziamo a percepire musica nel grembo materno, con il battito del cuore. La musica è dunque legata a fattori innati dell’uomo e allo stesso tempo (da sempre) è fenomeno culturale: essa è infatti presente in tutte le culture, determina il carattere e lo sviluppo della cultura di cui fa parte ed è in grado di unirsi a qualsiasi attività, occasione, rapporto, istituzione, gruppo e situazione. Ogni popolazione, dal passato al giorno d’oggi, ha sviluppato o adottato un sistema musicale che più si adattasse alle proprie esigenze o ai propri gusti.

Ma la domanda che sorge spontanea è: oggi, com’è la musica?

Il mondo sta cambiando, e con lui anche il modo di ascoltare musica. Tutti ricordano o conoscono un negozio di dischi, sacri spazi in cui si passavano e si passano (ancora per poco) interi pomeriggi alla ricerca di rarità e emozioni, e si usciva dal negozio con il vinile sotto braccio o il CD in mano, consumando avidamente l’attesa prima di arrivare a casa e nutrire il mangiadischi con un nuovo “cibo”. Tutto questo purtroppo sta finendo. La musica si smaterializza.

Un aspetto positivo è che forse oggi la musica si ascolta on demand, su Spotify, si condivide sfiorando un tasto, si mantiene per sempre, senza bisogno di spolverare vecchi dischi o antichi quanto gloriosi cimeli. Un forte aspetto negativo però è che l’ego (a scapito del collettivo) prende piede, ormai la nostra musica, la nostra cultura, è nascosta e accessibile agli altri solamente se lo vogliamo noi. Non che si voglia far dipendere i propri gusti musicali dai giudizi altrui, ma effettivamente prima si entrava nelle case e si potevano capire tante cose delle persone che la abitavano, da un semplice aspetto: ciò che era poggiato sugli scaffali, ovvero libri e CD impilati. Tutto scompare. Noi scompariamo.

Da una parte questa scomparsa graduale del “fisico” è fortemente utile, vedremo in giro meno plastica, meno impicci; da questo punto di vista è forse meglio lasciare la materia al suo posto, perchè la vera musica non ne ha assolutamente bisogno. Da una parte però ci sarà nostalgia, l’emozione di stringere un CD tra le mani, di porgere un compact disc ricco di messaggi ed emozioni alle mani della persona che ami, di entrare nelle case e vedere il vuoto grigio dominare le stanze e le pareti.

La musica solleva le nostre vite, allevia i nostri dolori, crea momentaneamente una dimensione parallela in cui rifugiarsi per evadere dalla realtà che ci tartassa. La musica, da sempre, unisce le persone, crea fratellanze e buoni rapporti in coloro che amano questa arte davvero unica; ormai in questo campo non conta piu il colore della pelle, l’orientamento religioso o quello politico, è un immenso melt-in-pot di aggregazione umana. Al giorno d’oggi c’è bisogno di collettività, coesione. La musica ci salva, ci ha salvato e sempre ci salverà. La musica è ciò che c’è di più vicino e simile alla natura, ciò su cui non posso assolutamente influire.

Cosa importa di tutto il resto quando i cuori delle persone battono allo stesso ritmo della musica che si ascolta? Cosa importa quando le parole che un artista tanto impiega a tirare fuori dalla propria anima rispecchiano i miei sentimenti? Cosa importa del mondo quando sono chiuso in me stesso e cotanta ambrosia nutre la mia anima? Nulla importa. Siamo onesti, tanto ego, si, ma quanta collettività? Potendo definire la musica come “arte perfetta”, anche nella musica convivono elementi dotati di un carattere di classe. Quando questi elementi vengono inseriti nelle dinamiche sociali possono prestarsi a far da veicolo a qualsiasi tipo di ideologia. Nel mondo occidentale l’incontro tra il marxismo e la cultura musicale ha dato vita a una serie di dibattiti molto interessanti. Si pensi al rapporto tra musica e politica, infatti il materialismo storico ha contribuito in misura notevole allo sviluppo di una certa sensibilità per il significato sociale delle arti e di quel rinnovamento “estetico” di cui si è nutrita anche la disciplina musicale, anche quando non si è totalmente amalgamata alle impostazioni marxiste.

Ma, il pensiero dominante al giorno d’oggi, è che la musica (non ritmicamente parlando) ha subito un’involuzione. In quale senso? Si pensi a un festival musicale della seconda metà del ‘900 (es. Woodstock) e ad uno dei nostri giorni (es. Tomorrowland), oppure si pensi ad un musicista come Bob Marley e ad uno come Fabio Rovazzi. Cosa c’è di fondo in questo cambiamento? Si pensi alla teoria marxista del materialismo storico: abbiamo una struttura, un complesso di fondamenta che devono sorreggere una sovrastruttura. La sovrastruttura rappresenta l’insieme della produzione culturale, influenzata quindi forzatamente dalla struttura, ovvero l’ossatura economica della società. Come siamo passati allora da Hendrix a Fedez? In passato la struttura (inserita nel contesto musicale) aveva caratteristiche diverse, l’artista faceva musica più per amore della disciplina che per un guadagno (anch’esso comunque incluso) quindi il risultato era una musica universale, collettiva (e ritmicamente unica). Oggi la struttura è cambiata, gli artisti (o almeno una buona percentuale di essi) si accostano alla musica perchè questa procura celebrità e denaro attraverso like, visualizzazioni, iTunes, SIAE, Vevo e quant’altro. Si stanno forse perdendo i principi basilari, cioè l’amore puro per la disciplina.

 

di Leonardo Battaglioni, FGCI Marche

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