Da sincero antifascista quale sono, non mi sono mai opposto alle leggi che limitassero il raggio d’azione di gruppi, movimenti e partiti fascisti, ma anzi ho sempre appoggiato tali iniziative.
Il DDL Fiano, la nuova legge che punisce la propaganda fascista, visto da occhi profani può sembrare una non notizia o addirittura quasi scontata.
Una riflessione storica ci dice che la linea di demarcazione tra difesa della democrazia e limitazione della libertà d’opinione è molto sottile, facile da superare e difficile da delineare ed è per questo che il nuovo testo rischia non solo di scavalcare un diritto garantito dalla Costituzione (antifascista), ma di portare nel nostro paese qualcosa di inquietante.

Innanzitutto però, facciamo chiarezza. Il 25 Aprile 1945, con la liberazione del paese dall’occupazione nazista e dal regime fascista di Mussolini, l’Italia esce dal totalitarismo delle camicie nere che tanti lutti e tragedie aveva causato. Le nuove forze politiche vincitrici, nella ricostruzione della nazione che di lì a poco sarebbe sorta, decisero senza batter ciglio che la nuova Italia dovesse espressamente e chiaramente fondare la sua democrazia sui valori dell’antifascismo e la Costituzione approvata dall’Assemblea Costituente non ha disatteso le aspettative.

Il sistema istituzionale che vige nel nostro paese è disegnato appositamente per impedire ogni rigurgito fascista: il Presidente della Repubblica è scelto dal Parlamento e il Presidente del Consiglio non è eletto dal popolo ma scelto dal PDR e votato del Parlamento (unico organismo eletto direttamente dagli elettori). Tutte le cariche istituzionali più importanti hanno durata e quorum di elezione differenti, in un sistema di contrappesi teso a sancire solide garanzie di democrazia.
Le due cariche in cui “c’è posto per uno solo” sono state lasciate a debita distanza dall’elezione diretta, affinché nessuno potesse mai usare la legittimazione del voto per giustificare ogni nefandezza e l’accentramento assoluto del potere. Inoltre la XII norma transitoria della carta fondamentale vieta ogni ricostituzione del disciolto Partito Fascista

Non solo la Costituzione. Il Parlamento, nelle varie legislature che si sono susseguite, ha dotato la Repubblica di due ulteriori leggi che rafforzano e conferiscono poteri d’azione all’antifascismo: le leggi Scelba e Mancino. Due testi che infliggono pene consistenti a chiunque tenti la ricostruzione di un partito fascista e inneggi, inciti all’odio razziare, religioso, sessuale e politico.

A questo punto il dubbio sorge spontaneo. A cosa serve una ulteriore legge contro la propaganda fascista in una Repubblica che dell’antifascismo ha fatto bandiera di libertà e democrazia? Ce lo spiega direttamente Fiano, in un suo articolo per il quotidiano online del Partito Democratico, “Democratica”, precisamente a pag. 4 del numero uscito il 13 Settembre 2017:

“[…]è la storia che ci ha insegnato che cosa è stata la mancanza di libertà, che non fu solo dell’ideologia fascista, perché il secolo scorso ci ha insegnato che altre ideologie, anche il comunismo sovietico, furono ideologie di morte e sopraffazione della libertà, questa storia ci ha insegnato che la difesa della libera espressione passa attraverso il riconoscimento dei limiti interni alla democrazia.”

Thomas Mann definiva l’equiparazione del fascismo e del comunismo nel migliore dei casi come superficialità, nel peggiore di essi come fascismo. L’On. Fiano e il Partito Democratico, utilizzando l’antifascismo come strumento di repressione, stanno aprendo una breccia alla messa al bando del comunismo, con la conseguente eliminazione e persecuzione dei partiti comunisti, dei loro militanti e dirigenti. Una valutazione tutt’altro che approssimativa, visto quanto accaduto in Ucraina, proprio con la messa al bando del Partito Comunista e dei suoi simboli. Un progetto mai riuscito a nessuno in Italia, se non da coloro che questa legge dice di voler punire.

I primi effetti si son già visti con decine di commenti sui social network, articoli di giornale, trasmissioni televisive con l’atteggiamento di chi grida ad uno scandalo imponente e vergognoso, chiedono a gran voce il reato di “apologia di comunismo”.

Le belle parole degli esponenti PD, che decantano e tessono le lodi all’antifascismo (di comodo), appaiono quantomeno bizzarre di fronte al sostegno pieno e convinto del governo, compreso il presidente della Camera Boldrini, al golpe nazista di Poroshenko in Ucraina. Non solo, appare quantomeno poco credibile l’antifascismo di quelle forze politiche che, a colpi di politiche contro il popolo, liberiste e di austerity, stanno ponendo e condizioni per il dilagare del neofascismo, del razzismo e della guerra tra poveri.

Non parliamo poi dell’enorme spazio mediatico che ogni giorno viene regalato dai media nostrani a Forza Nuova, Casa Pound e miriadi di altri gruppuscoli fascisti che imperversano indisturbati nelle nostre città.

Il messaggio è chiaro; il potere non può permettere l’esistenza di un pensiero critico forte, di una alternativa al sistema capitalista reale e rivoluzionaria.

L’appiattimento del pensiero politico delle masse ha purtroppo colpito anche tanti sinceri antifascisti, troppo contaminati dal falso mantra del “pericolo delle destre” per potersi rendere conto, di fronte ad azioni politiche meschine come la Legge Fiano, che l’antifascismo può diventare arma del potere, se lasciato in stato di abbandono e trasformato in rievocazione e mera ricorrenza, in nome di una pacificazione sociale che sorride solo al capitale.

Tra 6 mesi ci saranno le elezioni politiche e già si profilano scenari cupi come mai si sono visti nella storia della Repubblica. Qualunquismo, odio sociale e temi di dubbia importanza la faranno da padroni in campagna elettorale e l’Unione Europea, vero nemico dei popoli, starà lì a guardare, protetta da quell’antifascismo “democratico” che utilizza a suo piacimento per distrarre e ingannare. Non esiste pietà nella gabbia capitalista europea, il potere verrà difeso con ogni mezzo possibile e se sarà necessario anche con la resurrezione di fantasmi con la camicia nera. Non possiamo permetterlo.

di Nicolò Monti, Segreteria Nazionale FGCI

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