Omar Minniti è uno nostro compagno che vive da sei anni a Budapest, ma prima di trasferirsi in Ungheria ha ricoperto, tra l’altro, il ruolo di consigliere provinciale a Reggio Calabria. Oggi Omar è attivo soprattutto all’interno di movimenti per la difesa di Palestina, Siria, Donbass  e Venezuela e ha recentemente rappresentato i comitati ungheresi di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana nella Cumbre “Todos Somos Venezuela”. Incontro che l’ha visto impegnato, insieme ad altri 200 delegati da tutto il mondo, al Teatro Teresa Carreño di Caracas in una quattro giorni di discussioni e di conferenze sul dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.
 
Omar, innanzitutto grazie per aver accettato il nostro invito a raccontarci la tua esperienza in Venezuela.
Grazie a voi, compagni, per l’opportunità che mi date di parlare di questo incontro internazionalista.
 
Partiamo subito con una domanda ovvia: che impressione ti hanno fatto la repubblica bolivariana, il suo governo e i suoi cittadini? È vero quanto raccontano i tg italiani circa il dissenso del popolo e la “tirannia” di Maduro?
Il Venezuela bolivariano e chavista è una realtà complessa, dinamica e in movimento, che non si può descrivere in poche parole. E’ un esperimento di via pacifica ma non disarmata al socialismo, in cui coesistono forme di democrazia rappresentativa borghese ed espressioni di democrazia popolare e controllo operaio; dove l’economia statale, socializzata e comunitaria convive e si scontra con il mercato. Nelle città venezuelane ci sono i Mc Donald’s, ma anche i negozi delle missioni governative che vendono cibo a prezzi calmierati. Insomma non è una classica “dittatura del proletariato”, usando un termine marxista. L’alta borghesia, anche se ha perso in buona parte il potere politico, controlla ancora molti mezzi di produzione e perfino i grandi media. Le opposizioni, comprese quelle di estrema destra e controrivoluzionarie, operano senza particolari restrizioni. Inoltre, c’è una forte polarizzazione all’interno dell’opinione pubblica e dei vari strati sociali. Per il governo del Presidente Maduro ed il Psuv, il consenso continua ad essere forte tra le fasce più povere, nei barrios di Caracas come nel Venezuela più profondo. E’ gente che dalla Rivoluzione ha ricevuto tutto: casa, lavoro, istruzione e sanità gratuite, servizi sociali, attività culturali e sportive, dignità. Dal lato opposto, ci sono i ricchi o comunque ceti più abbienti, che hanno visto perdere nel tempo alcuni privilegi di casta ed esprimono in tutte le forme possibili il loro odio verso il chavismo.
In mezzo, certo, ci sono le contraddizioni, i limiti ed anche degli errori del processo rivoluzionario, nonché gli effetti del crollo pilotato del prezzo del petrolio, delle sanzioni internazionali e del boicottaggio economico, che chiaramente hanno creato del malcontento anche tra persone in buona fede. E’ su questi aspetti che si sofferma la stampa mondiale e la propaganda imperialista, non sulle eccellenze che la Rivoluzione ha realizzato in questi venti anni. In ogni caso, in questi giorni di permanenza in Venezuela non abbiamo visto né scene di povertà estrema, né bambini denutriti per strada, né mendicanti o assalti ai negozi per accaparrarsi il cibo. E nemmeno atti di violenza, che pure ci sono stati nei mesi precedenti. La scelta di convocare la Costituente ha disteso il clima, allontanato un’ipotesi di guerra civile, isolato i pezzi più oltranzisti delle opposizioni e creato delle condizioni di dialogo con quelle forze critiche verso il chavismo ma comunque patriottiche e non completamente strumentali all’imperialismo.
Hai avuto modo di confrontarti con i militanti del Psuv e con la Milizia Bolivariana, corpo volontario di massa che arriva a mobilitare fino a un milione di volontari, voluto dal Comandante Chavez, formato da operai, contadini, pensionati e studenti. Che effetto fa vedere un gruppo di cittadini impegnati liberamente per tenere alta la bandiera della rivoluzione bolivariana?
Sì, durante la Cumbre internazionale “Todos Somos Venezuela” abbiamo avuto l’occasione di incontrare non solo alti dirigenti del Psuv e funzionari del governo, ma anche moltissimi quadri e militanti di base del Partito socialista e dello stesso Pc venezuelano, attivisti delle reti sociali, sindacalisti, rappresentanti degli indigeni e dei contadini, compagni della Gioventù chavista e delle organizzazioni studentesche. Con essi abbiamo discusso liberamente, senza censure e peli sulla lingua, della situazione in Venezuela ma anche dello stato dell’arte della sinistra e delle forze marxiste in Europa. Tra i compagni venezuelani sono comuni e spontanee la critica e l’autocritica. Durante le sessioni dei gruppi di lavoro e le assemblee plenarie, alla presenza di ministri, membri della Costituente e funzionari, ho ascoltato militanti di base provenienti da villaggi sperduti nell’Amazzonia esprimere perplessità e fare proposte costruttive, con tanto di applausi ed incoraggiamento da parte della platea. Poi, abbiamo incontrato tanti soldati, poliziotti, membri della Guardia nazionale e della Milizia . Questo è un aspetto particolarmente interessante. Come hanno sempre detto Chavez e Maduro, quella bolivariana è una Rivoluzione civico-militare, in cui le forze armate non solo fanno parte del processo, ma sono una delle colonne portanti.
I vari corpi dell’esercito venezuelano sono composti dal popolo. Le soldatesse ed i soldati, compresi gli ufficiali, hanno i volti degli ex schiavi neri, delle popolazioni indigene, dei meticci, degli abitanti dei barrios. Sono molto politicizzati ed il loro sostegno alla Rivoluzione è leale ed assoluto. Con essi ho avuto modo di discutere di politica ed economia e, nonostante i limiti del mio spagnolo, perfino di filosofia e diritti civili. Una soldatessa mi ha chiesto di inviarle un libro di Gramsci in italiano! La Milizia è una cosa incredibile. Esatto, è un corpo composto da volontari, su basi di massa. E’ il concetto di autodifesa affidato direttamente al popolo. Essa si coordina con gli altri corpi armati e si occupa di difesa dei territori e delle attività produttive contro sabotaggi interni ed esterni, ma anche di protezione civile. Tra i suoi ranghi ci sono tantissime donne e  persone sopra i 50 anni, che hanno ricevuto un addestramento specifico anche in caso di scenario di occupazione da parte di una potenza straniera.
All’interno del Forum Antimperialista per la Difesa si è discusso del ruolo della Patria. In America Latina la Patria è vista come qualcosa di cui andare fieri, da proteggere e da curare, ma da trasmettere democraticamente, in modo coinvolgente e non certo bellicoso. Quali affinità e divergenze hai trovato con il mondo europeo, dove, sempre di più, la Patria è vista da destra in senso nazionalista e, un po’ meno da destra, come qualcosa da superare in nome della globalizzazione?
Il patriottismo moderno nasce storicamente a sinistra, con la Rivoluzione francese. Erano progressisti, repubblicani e rivoluzionari, alcuni finanche socialisti e premarxisti, molti dei patrioti del Risorgimento europeo. La Resistenza al nazifascismo è stata patriottica. Il Pci ed il Psi degli anni ’40 e ’50 non lesinavano appelli alla sovranità della nazione. La rivista dell’Anpi si chiama ancora oggi “Patria Indipendente”. La sinistra venezuelana, cubana e di tutta l’America Latina è profondamente legata a questa tradizione, che le sinistre europee hanno perso ed abiurato, tranne alcune eccezioni, dagli anni ’60 in poi, lasciando questa bandiera in pasto alle destre più reazionarie e xenofobe.
Per i comunisti ed i socialisti venezuelani e latinoamericani la Patria è il popolo. E’ amore viscerale per il proprio paese, la sua storia, le sue tradizioni, i suoi simboli ed emblemi. E’ amore per tutto il continente, definito la Patria Grande, nel solco del percorso tracciato da Bolivar, Jose Martí, Sandino, Mariátegui, Zapata, Che Guevara, Allende, Fidel Castro e Chavez. Tutto ciò non stride e non va in contraddizione con l’internazionaismo ed il sostegno alle lotte degli altri popoli. Non c’è nulla di sciovinista, suprematista e nazionalista. Varie sessioni e manifestazioni della Cumbre sono stati aperte dall’inno nazionale venezuelano e da Alma Llanera, cantate a squarciagola da militanti socialisti fianco a fianco coi soldati, da indios ed attivisti contadini, da studenti e pensionati. Una cosa che ti fa riflettere moltissimo.
Sul tuo profilo Facebook hai sottolineato come, nel concerto conclusivo vi fossero, tra le altre, le immagini di Xi Jinping e Vladimir Putin sullo sfondo. Come vedi il comportamento di Cina e Russia sulla situazione in Venezuela? Credi che il contributo dei BRICS sarà fondamentale per il proseguimento dell’esperienza della Rivoluzione bolivariana?
La Russia e la Cina, assieme all’India, sono alleati strategici del Venezuela. In tutti i consessi internazionali, a cominciare dall’Onu, quei paesi hanno sempre sostenuto il diritto del Venezuela ad essere un paese sovrano, intimando agli Usa ed alle altre potenze imperialiste di non ingerire negli affari interni di Caracas. Il ruolo della cooperazione russa e cinese è stato fondamentale per la tenuta e la ripresa dell’economia venezuelana dopo il crollo del prezzo del greggio, la guerra economica, le sanzioni ed il cambio di rotta di alcuni alleati regionali, vedi il Brasile e l’Argentina, strappati dalle destre pro-Usa.  Con Mosca e Pechino sono state create molte aziende miste, sia pubbliche-pubbliche, sia private-pubbliche che private-private ma sotto l’indirizzo statale. Quei paesi stanno fornendo al Venezuela la tecnologia, i pezzi di ricambio ed i beni di consumo che non arrivano più da Usa ed Unione Europea per via dell’embargo. Tutta la rete di trasporti di Caracas è in via di ammodernamento grazie ai mezzi ecologici di produzione cinese.
Fortissima è anche la cooperazione militare. Inoltre, adesso si vuole procede speditamente sulla via di de-dollarizzazione, puntando ad inserire il rublo, lo yuan, la rupia ed anche l’euro come valute di riferimento per la compravendita del petrolio. Su questa cosa voglio essere schietto. Non so se la Rivoluzione sarebbe implosa senza questo sostegno economico russo, cinese e degli altri paesi non allineati. Probabilmente no. Ma il tutto si sarebbe complicato di molto. Ci sarebbe stato un terreno ancora più fertile per quel clima di guerra civile latente, voluto dall’imperalismo per favorire un “cambio di regime” e una “rivoluzione colorata” sul modello dell’EuroMaidan neonazista di Kiev. Questa cooperazione ha dato respiro alla resistenza del governo venezuelano.
Il diritto di veto di Russia e Cina in seno all’Onu e il ruolo esercitato dalla loro diplomazia multipolare ha allontanato l’ipotesi di un’aggressione militare. I rivoluzionari venezuelani e latinoamericani saranno sempre grati a quei paesi, indipendentemente dalla forma di governo che si sono dati. In tutto il paese è comunissimo vedere i ritratti di Putin  e Xi Jinping accanto a quelli di Chavez, Maduro, Fidel e Che Guevara, e le bandiere cinesi e russe vicino a quelle venezuelane e dei paesi Alba. Roba da creare un corto circuito mentale per le sinistre liberali, russofobe e sinofobe europee coccolate da Soros, ma anche un elemento di frizione perfino con compagni marxisti che però hanno una visione settaria.
 
In Venezuela hai potuto conoscere più da vicino Nicolás Maduro ed Evo Morales, insieme ai quali hai avuto anche la possibilità di scattare una foto. Che impressione fa il poter affiancare icone del Socialismo e stringere loro la mano?
E’ stata un’emozione incredibile. Una di quelle occasioni che capitano solo una volta nella vita. E’ stato come toccare con mano, pelle con pelle, l’incarnazione del processo rivoluzionario che hai sempre sostenuto e guardato come modello. Sia Maduro che Morales sono leader che vengono dal popolo. Il primo è stato autoferrotranviere ed il secondo contadino cocalero. La loro accoglienza nei confronti di noi delegati internazionali è stata spontanea, come quella che si materializza tra compagni, e non meramente dettata da regole di protocollo.
Che sensazione ti ha dato, invece, il fatto di poter avvicinare il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Paese che, come ben sappiamo, da molti anni è costantemente bersaglio dell’imperialismo americano, così come avrebbe potuto farlo benissimo qualcuno con intenzioni tutt’altro che amichevoli? Mi viene in mente la frase di Pertini “Io non ho bisogno della scorta, la mia scorta è il popolo”.
Come ho detto prima, la Rivoluzione bolivariana è pacifica, ma non disarmata. I venezuelani non sono degli sprovveduti. Sono memori delle centinaia di tentativi pianificati dalla Cia per far fuori Fidel, così come della fine che l’imperialismo ha riservato a leader scomodi come Gheddafi, Milosevic e Saddam, per citare solo la storia recente. Sono convinti, anzi hanno la certezza, che la stessa morte del comandante Chavez non sia avvenuta per cause esclusivamente naturali, come è stato per Arafat. Ed onestamente concordo con loro. Le misure di sicurezza nei confronti di Maduro e Morales, così come quelle nei confronti dei membri più esposti del governo e della Costituente, sono serrate. Proprio subito dopo la Cumbre, Maduro ha dichiarato di non aver partecipato all’assemblea dell’Onu perché temeva per la propria incolumità. Queste cose non si dicono se non ci sono elementi concreti. Quindi, anche noi delegati siamo stati sottoposti a doverosi ed accurati controlli ed a tutta una serie di misure per evitare l’infiltrazione di provocatori.
 
Trovi che questa esperienza in America Latina ti abbia fornito un approccio diverso all’analisi e alla critica del capitalismo e dell’imperialismo?
Sono ancora più convinto di prima che il modello di socialismo sperimentato dalle sinistre latinoamericane costituisca una via originale, interessante e valida. Una via che necessita comprensione e studi approfonditi da parte di noi compagni europei. Ci sono degli elementi di diversità ma anche di similitudine tra ciò che è avvenuto da loro e la situazione nei nostri paesi. Per esempio, in Venezuela, prima della vittoria di Chavez, il quadro politico era per certi versi comparabile a quella che stiamo vivendo in Italia. La sinistra di classe non era rappresentata in parlamento ed operava in condizioni di marginalità, senza spazi mediatici ed agibilità. Esisteva un bipolarismo con alternanza tra due coalizioni, entrambe liberali e pro-Usa. Le forze marxiste erano minoritarie, frammentate ed in lotta tra loro. Ma in pochi mesi è cambiato tutto. A volte certi processi ci mettono decenni, se non secoli, a concretizzarsi, ma altre volte – quando ci sono le condizioni soggettive ed oggettive giuste – basta poco per scompigliare completamente lo stato di cose esistenti.
Abbiamo tante cose da imparare dal processo di creazione del Psuv e delle sue organizzazioni di massa, nonché sul loro approccio nei confronti dei vari settori della società. Quanto alla lotta contro l’imperialismo, l’esperienza venezuelana e latinoamericana, ci insegna che il contesto in cui stiamo operando è completamente diverso da quello del 1917. Tra poche settimane si festeggia l’anniversario della grande Rivoluzione di Ottobre, che è stata una pietra miliare nel percorso della costruzione di una nuova società. Ma le condizioni oggi sono molto differenti. Il movimento operaio, i partiti comunisti, i paesi socialisti o in marcia verso il socialismo, le forze rivoluzionarie devono essere capaci – come stanno facendo il Venezuela e Cuba – di trovare nuove alleanze tattiche a livello internazionale con i paesi sovrani e non allineati, con le economie emergenti, per costruire un blocco contrapposto ed alternativo a quello dell’imperialismo a guida Usa. Chi pensa a scenari autarchici da anni ’30, tutti acciaio e stakanovismo, alla fine del 2017 è completamente fuori strada. Una rivoluzione libresca e stereotipata così non reggerebbe nemmeno 24 ore, se mai si concretizzasse, in un’era segnata dalla corsa ai beni di consumo e dalla diffusione capillare della tecnologia e dell’informatica.
 
A breve volerai a Mosca e a Sochi, in Russia, per partecipare al Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti con la FGCI. Pensi che il viaggio in Venezuela ti aiuterà a partecipare in modo più consapevole a quella manifestazione?
Il Venezuela resterà per sempre nel mio cuore. Spero di poterci tornare presto, per un periodo più lungo ed avendo l’opportunità di visitare altre parti del paese. Quanto al Festival Mondiale di Mosca e Sochi, sarà interessante discutere con i compagni russi e di altri paesi di ciò che sta avvenendo in Russia e nell’Europa Orientale, di come i comunisti e le forze di sinistra che non si sono piegate al liberalismo possono interagire con questa nuova fase.
 
Intervista a cura di Francesco Ferraguti
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