Prima di parlare nello specifico degli effetti sul territorio della presenza americana in Triveneto, è preferibile specificare il ruolo e l’importanza della  base di Vicenza nell’edificio imperialistico statunitense, il loro peso tra i 66 000 uomini americani presenti in Europa.

Il nome della famosa base vicentina è Camp Ederle. La Caserma Ederle ospita truppe americane dai tempi di Krushev per intenderci, ossia dal 1955, in virtù di un accordo del 1951.

A partire da quel momento i 10000 uomini americani che occupavano l’Austria, a seguito del Trattato dello Stato Austriaco vennero riorganizzati nella USASETAF (US Army Southern Europen Force) una vera e propria guarnigione che aveva l’incarico di difendere il confine meridionale dell’area di influenza americana. Questa forza fu divisa tra Camp Derby e Vicenza, quest’ultima fu però la sede che ha da 1955 continuato a ospitare il grosso delle forze per via del peso strategico dato dalla vicinanza alla Cortina di Ferro. A partire da quel momento ci sono stati diversi cambiamenti, estensione dell’area d’operazione degli USA, nuove guarnigioni in Germania e soprattutto in Grecia e in Turchia, tuttavia una cosa non è venuta meno, la centralità di Vicenza nell’organizzazione militare statunitense.

Questa centralità sembrava dover scemare all’inizio degli anni ’90 quando l’USASETAF, per via delle mutate condizioni geopolitiche sembrava aver perso il ruolo di prima linea sul fronte meridionale nel caso di guerra generale contro i Paesi socialisti. Molti, non solo a sinistra o gli (ormai) ex sovietici, pensavano che la funzione storica della NATO, da sempre legata da Washington ad una retorica anticomunista e antisovietica, fosse esaurita. La retorica però non è realtà; fu chiaro con la guerra del Golfo e soprattutto la guerra in Jugoslavia, dove all’anticomunismo si sostituisce un velo ideologico “positivo” che giustifica il presidio imperiale USA, ossia la sicurezza generale e la promozione di diritti umani e democrazia, in piena continuità con la guerra fredda.

Nel 1996 a Vicenza viene riattivato il 1° Battaglione del 508° Reggimento di Fanteria per poter partecipare alla missione di peacekeeping in Kosovo, durata fino al 2006, la quale ha sostanzialmente fornito un esercito ausiliare ai nazionalisti albanesi che 11 anni fa hanno finito per creare, contro il diritto internazionale, un proprio stato indipendente, minuscolo, ma avamposto militare fisso degli USA nei Balcani, spina nel fianco di qualsiasi possibile disegno panslavo.

Lo stesso battaglione, parte della 173° Brigata Aviotrasportata ha poi partecipato, non c’è bisogno di dirlo, all’invasione dell’Iraq nel 2003.

Vicenza ha confermato quindi il suo ruolo fondamentale nell’organizzazione strategica americana, come snodo strategico in quanto arretrato rispetto alle possibili linee di fronte contro la Russia o i teatri operativi in medio oriente e quindi adatto all’accumulo di uomini e mezzi, ma al contempo abbastanza vicino da permettere una dislocazione rapida in teatri operativi nel caso cresca la tensione. Del resto un trasferimento nei Paesi dell’Est darebbe ulteriori pretesti alla Russia e al contempo si tratta di Paesi eccessivamente instabili politicamente e non solidamente incastonati nel sistema imperialistico USA come lo può essere l’Italia, noi forniamo condizioni uniche.

Questa non è una supposizione, il prodotto di chissà quali studi strategici, ma la chiara esplicazione di una linea di condotta che abbiamo visto in questi anni e che ha reso il territorio vicentino centrale nella contrapposizione alla Russia e più in generale nella lotta all’emersione dell’ordine multipolare che minaccia il dominio incontrastato statunitense. La 173° Brigata Aviotrasportata con base a Vicenza è la vera e propria punta di sfondamento delle truppe Americane nel nostro emisfero, oltre ad essere ininterrottamente in azione da quando è iniziata la “guerra al terrore”. A partire da Aprile 2014 ben 4 Compagnie Paracadutiste della Brigata sono state trasferite temporaneamente da Vicenza in tutta fretta in Polonia Estonia, Lettonia e Lituania a seguito delle richieste di “rassicurazione” da parte degli alleati. Sempre da Vicenza hanno partecipato a vere e proprie azioni di minaccia d’aggressione alla Russia, in occasione delle esercitazioni Rapid Trident in Ucraina, alle porte del territorio russo, portando ad una delle condizioni di più alta tensione nel nostro continente dal crollo dell’URSS. Non solo, le stesse forze stazionate a Vicenza sono quelle che hanno addestrato poi in territorio ucraino le Truppe della Guardia Nazionale (GNU), una sorta di milizia nazionalista, dagli spiccati tratti nazifascisti sotto egida del ministero degli interni. Queste truppe paramilitari sono nate dal riconoscimento e incameramento da parte del regime golpista ucraino dei numerosi gruppi armati di estrema destra protagonisti del putsch del 2014, ora questi uomini sono armati legalmente e vengono principalmente usati nella repressione della rivolta del Donbass. Chi ha seguito la situazione nel Donbass tra di voi conoscerà senz’altro il Battaglione Azov che usa come simboli rune e svastiche naziste, ma non tutti sanno che sono inquadrati appunto nella GNU e che sono stati addestrati proprio dai membri della 173° aviotrasportata venuti da Vicenza.

Prontezza di dispiegamento è stata poi dimostrata a metà settembre del 2017, non contenti dei circa 90 osservatori internazionali presenti alle esercitazioni russo-bielorusse, 600 uomini da Vicenza sono stati poi trasportati nei Paesi Baltici. Tutta questa attività non ci deve stupire, i documenti NATO e i più importanti giornali politici USA, come Politico, o Foreign Affairs, si riferiscono alla 173° brigata come il muro difensivo USA in Europa e oggi nuovi studi interni del pentagono chiamano per un rafforzamento della Brigata per renderla presto in grado di combattere una guerra convenzionale contro la Russia.

Tutto ciò è stato possibile anche grazie all’ampliamento del 2012 che ha permesso alla base di accogliere l’intera 173° facendone un’unità d’intervento rapido formata da 3 battaglioni. Un investimento importante che dimostra una visione di lungo termine per Camp Ederle da parte del Pentagono.

Oggi a Vicenza ci sono 14 000 uomini contro i 10000 della piena guerra fredda nel 1955.

Impatto sul territorio e lotte

A Vicenza ci sono 14000 cittadini americani su 112000 abitanti. Eppure si sente parlare poco dell’impatto sul territorio di questa vera e propria colonia. L’impatto però esiste, con la complicità delle autorità italiane gli americani fino a questo momento non sono stati forieri di sicurezza, ma tutt’altro, soprattutto per gli elementi più vulnerabili della società. Stupri da parte dei soldati americani a Vicenza sono infatti la comuni, ma la notizia di questi casi, spesso fatica ad uscire dai confini cittadini a causa della pressione e della reticenza dei mezzi di informazione e delle autorità che fingono letteralmente di non vedere o sapere secondo la migliore delle tradizioni mafiose, cito ad esempio le parole dell’ex Vice-Sindaco PD Alessandra Moretti “Non sapevo dei reati gravi commessi attorno alla base”.

Ma che non sapesse è strano, perché i numeri parlano chiaro tanto sulla diffusione dei reati compiuti da parte di militari statunitensi, quanto la collaborazione delle autorità della Repubblica. Infatti le nostre autorità dal 2015 al 2016 su 113 casi denunciati hanno rinunciato per 93 volte alla giurisdizione sui soldati americani in virtù dell’art. 7 della Convenzione di Londra del 1951 secondo cui i militari Nato possono essere giudicati nel paese di appartenenza—dietro apposita richiesta—invece che in quello in cui è commesso il reato.

In base a quale criterio? Questo non è specificato nel trattato, ma a dare una spiegazione ci pensa Il procuratore capo di Vicenza, Antonio Cappelleri, affermando che “il criterio è la convenienza politica”.

Lo Stato Italiano rinuncia quindi al suo diritto e dovere di difendere i propri cittadini e residenti e di adempiere all’art. 8 della nostra costituzione garantendo il diritto alla giustizia, dal momento che spesso, come è accaduto per la Strage del Cermis, riguardante militari di Aviano, poi negli USA questi uomini finiscono per non essere giudicati.

Non volendoci privare del machiavellismo intrinseco alla politica, potremmo anche affermare che un tale mutuo “scambio” di favori è parte stesso della partnership militare e politica, ma questo oscurerebbe la verità, ossia che non vi è alcuno scambio né rapporto di alleanza, per definizione paritario. Il rapporto tra i due Paesi non è equo, ma è profondamente sbilanciato al punto da ricordare più il vassallaggio che un’alleanza, noi non abbiamo migliaia di uomini in territorio USA, né violiamo la sovranità del Paese, la rinuncia italiana alla propria giurisdizione è unilaterale, servile e soprattutto, come più volte sottolineato dagli attivisti del territorio, promuove un sentimento di impunità nella base, che non fa altro che intensificare queste tendenza, facendo di Vicenza una vera e propria colonia su modello della Roma antica. Dietro comunque ci sono anche motivi di interesse ovviamente e non solo mero servilismo. Questa rappresentazione, nasconderci dietro il nostro amor patrio ferito sarebbe infatti eccessivamente semplice, aggirerebbe il problema. Possiamo ritrovare dei motivi importanti per tale comportamento delle nostre autorità negli stessi che le hanno portate ad accettare, bypassando la popolazione, l’ampliamento della base vicentina: stando al compagno Antonio Mazzeo, giornalista, si tratta dei grandi contratti militari per i nostri colossi come Finmeccanica-Leonardo e aperture dei mercati finanziari USA per i nostri fondi di investimento

Ancora una volta la politica della repubblica non è orientata all’uomo, ma al grande capitale, una realtà che non possiamo ignorare nel considerare la presenza americana nel nostro Paese e la collusione che esiste tra governo e i grandi colossi industriali italiani.

A Vicenza le lotte proseguono ma ormai senza segnare la cittadinanza, niente rispetto al periodo dei lavori del No Dal Molin, in particolare nel periodo che vide il grosso della mobilitazione ossia tra il 2005 e il 2008 quando il movimento per la pace con le sue tematiche, reduce dall’invasione dell’Iraq, era senso comune.  In quegli anni si raggiunsero importanti risultati in cui i comunisti possono vantare un ruolo importante, la prima assemblea sul tema, partecipatissima, fu organizzata dal PdCI il 14 Luglio del 2006 e vide la partecipazione di Diliberto. Ma presto, sia per le fratture ormai decennali tra partiti, ex autonomi e complice l’accordo del Governo Prodi per la base, il movimento contro la finisce per escludere i partiti, nonostante il PdCI fosse praticamente l’unico a portare l’istanza a Roma a suon di interrogazioni parlamentari. A quel punto, come spesso accade, il movimento finisce per agire come gruppo di interesse locale, in gergo politologico diventa un gruppo nimby (Not In My BackYard – non nel mio giardino) e ne soffre i problemi strutturali, l’aspetto più prettamente sociale, il carattere nazionale della questione vengono abbandonati e ci si concentra su aspetti urbanistici e ambientali, che porteranno al compromesso della Caserma Del Din, nuovo nome del Dal Molin, la cui area viene ridotta, è però di fatto una sconfitta e i le operazioni militari nell’Est Europa, i reati sul suolo vicentino, l’assenza di una questione aperta sul piano politico ce lo ricordano tutti i giorni. Tuttavia la cittadinanza è a conoscenza delle problematiche e gruppi attivi, spesso vicini ai centri sociali come il “Bocciodromo” si mobilitano con scadenze fisse e cercano di tenere viva la coscienza della questione. Il lavoro è encomiabile, ma l’autoreferenzialità dei gruppi di interesse locali e dei centri sociali, senza un coordinamento a livello nazionale che investa il piano del capitale, dello stato di diritto del nostro Paese e delle relazioni internazionali, è destinato a non progredire. Di fatto anche a livello locale uno degli ostacoli è il lavoro e gli introiti che la presenza americana garantisce alla cittadinanza vicentina (e non solo). Basta pensare che i lavori dell’ampliamento della base hanno fruttato circa 245 milioni di euro in appalti, andati tra l’altro ai “compagni” della lega delle cooperative (precisamente Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna (CMC) e il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna), alla base lavorano 1000 italiani e soprattutto gli americani affittano 400 appartamenti ogni anno in città. Appare ovvio segnalare quindi una frattura di classe, a Vicenza sono relativamente in pochi a guadagnare dalla caserma, in particolare gli speculatori di immobili, ma resta la questione dei 1000 lavoratori impiegati, un numero non piccolo in una città di circa 113 mila abitanti, che deve essere affrontato con un progetto nazionale di riqualificazione delle basi militari, capace di rispondere in tutto il Paese alle esigenze immediate dei lavoratori che dipendono anche dalla presenza americana sul territorio e al contempo sottolineare gli interessi che la base serve e di prendere posizione a favore della popolazione, dei lavoratori e dei popoli colpiti dall’imperialismo USA. Per quanto i movimenti sociali si mobilitino, manca il diritto della popolazione di partecipare alla destinazione dei propri territori, su questo piano vi è un chiaro deficit di democrazia, che impedisce alla mobilitazione delle comunità di incidere sul piano del processo decisionale, di destinare il bene sociale che è il territorio, rimanendo isolata, nel migliore dei casi, alla piazza. La questione delle basi è quindi anche una questione di democrazia da affrontare anche sul piano giuridico nazionale, come già fatto in altri Paesi.

Per fare tutto questo quindi occorre una piattaforma nazionale che si occupi di connettere le varie situazioni territoriali e creare un progetto di lotta costruttivo che affronti la questione dell’occupazione militare americana del suolo italiano a tutti i livelli, portando le problematiche dalla periferia al centro del Paese, evitando così che si ripetano esperienze di insabbiamento e dando un carattere non solo antimperialista, ma anche nazionale alla lotta contro la NATO. Questa piattaforma non può che essere fornita dal PCI, perché siamo gli unici, il cui progetto storico può davvero connettere in unico discorso, in unico progetto tutti i nodi e i livelli della questione NATO in Italia. Il PCI deve avere compagni che si specializzino nella creazione di un vero e proprio tessuto connettivo territoriale, tematico, politico contro l’occupazione militare NATO dell’Italia, siamo gli unici che lo possano fare perché fondamentalmente al nocciolo stesso della questione: il capitalismo.

di German Carboni, FGCI Padova

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