La gioventù vissuta durante il socialismo della DDR vs il capitalismo della Germania contemporanea: testimonianze di vita di cittadini tedeschi a confronto a distanza di quasi 30 anni dalla caduta del muro di Berlino.

Al Babylon Theater di Berlino, lo scorso 16 settembre, una folla si è radunata per il memorial annuale dedicato a Dean Reed, americano ribelle, rockstar e regista, che divenne celebre per essersi rifugiato, nel 1972, in Germania Est (la Repubblica Democratica Tedesca, o DDR). I partecipanti erano tra i più accesi fans di Reed, che ne annoverò a migliaia in Germania Est, dove morì nel 1986.

Giovani ventenni al tempo della caduta del muro di Berlino, cresciuti e formatisi nell’era socialista della DDR e che, dopo la dissoluzione di quel Paese, hanno trascorso il successivo quarto di secolo vivendo sotto il capitalismo in una Germania molto diversa. Abbastanza grandi da ricordare la vita che fu nella DDR, si trovano quindi nella perfetta condizione di poter paragonare i due sistemi sociali. Al memorial di Dean Reed, ho avuto l’opportunità di intervistare alcuni di loro.

Questi ex-cittadini della DDR, definiti oggi “Ossies”, un diminutivo della parola tedesca che sta per “Est”, raccontano alcuni fatti che non appaiono sorprendenti, ma altri che invece risultano completamente inaspettati.

Non ero interessata alla politica”

Heike Zastrow, che aveva 20 anni quando il Muro crollò, nel 1989, è tutta presa dall’ affettare delle torte offerte agli ospiti durante l’intervallo dello spettacolo, quando la avvicino per intervistarla.

“Io non ero affatto interessata alla politica e non amavo i discorsi politici dei leader”, mi dice, “non sopportavo il fatto di non poter viaggiare, di non poter andare dove volevo”. Alla chiusura della frontiera attorno a Berlino Ovest, situata proprio al centro della Germania Est, agli inizi degli anni ’60, la maggior parte dei cittadini della DDR in età pensionistica non poté viaggiare liberamente a Ovest. Alcuni permessi venivano concessi per varie ragioni, ma non era la regola. “Ma devo dire”, continua la Zastrow, “che conducevamo una vita molto bella nella DDR, ho ricevuto un’ottima educazione in quegli anni”.

Le ho chiesto di spiegarmi meglio.“Non dovevamo preoccuparci di avere un posto dove vivere né un’occupazione lavorativa, tanto meno rischiavamo di essere sfrattati. Non avevamo neanche la preoccupazione o la paura di non avere il necessario per vivere e godevamo anche di tante occasioni per la cultura ed il tempo libero a costi bassi o nulli”. Mi racconta inoltre che: “si tentava sempre non soltanto di garantirti un posto di lavoro ma che questo fosse il più adatto alle tue caratteristiche e, laddove possibile, quello che ti piacesse di più”.

Heike Zastrow mi spiega inoltre che non le piacevano gli aspetti tecnici della sua formazione scolastica, nonostante le permisero di sviluppare competenze e conoscenze che sarebbero poi risultati piuttosto utili. “Io amo gli animali”, dice, “e aspiravo tanto ad una professione che mi portasse a lavorare con loro”. Mi spiega quindi che “c’era bisogno di tutto in DDR, di gente che sapesse fare di tutto e si sono quindi impegnati a farmi avere un lavoro che mi piacesse, un posto in una grande fattoria collettiva di prodotti caseari dove ho trascorso un così bel periodo della mia vita lavorando con oltre 300 mucche”.

Purtroppo, continua a raccontare la donna, la ristrutturazione economica seguita allo scioglimento della DDR e all’annessione alla Germania Ovest, causò lo smantellamento di numerose occupazioni nell’industria e in agricoltura. Lei riuscì a trovare infine un posto come ispettrice dei controlli di qualità nell’attuale Germania capitalista, in una centrale elettrica a carbone. “Avrei preferito naturalmente continuare a lavorare con gli animali come facevo nella DDR” mi dice “ma sono stata in grado di ottenere un buon posto di lavoro grazie alla solida formazione e pratica che avevo ricevuto nella DDR”.

Non ho mai desiderato la fine del socialismo”

Un’altra ex-cittadina della DDR che ho intervistato mi ha raccontato una storia piuttosto diversa. Quando si trasferì nella DDR aveva soltanto 3 mesi e sin da quel momento è stata una cittadina tedesca. “Non conosco nessun altro paese” mi dice.

Anche lei elogia il sistema educativo gratuito della DDR, dicendo che l’ha formata e preparata molto bene nel campo della stampa e dell’editoria, che lei scelse. In giovane età iniziò a lavorare nella redazione del “Neues Deutchland”, uno dei principali quotidiani della DDR, occupandosi di design grafico e tipografia, dove poi rimase.

Tuttavia lei è critica su alcuni aspetti della vita durante la DDR. Una delle critiche è rivolta alla scuola, che, sebbene fosse molto ben attrezzata per fornire competenze e conoscenze, non lo era altrettanto nel prendersi cura di bambini e ragazzi con particolari problemi.

Mi riferisce di aver sofferto da bambina di alcuni problemi comportamentali, e nelle scuole che frequentava l’enfasi era invece posta sulla conformità piuttosto che sulla ricerca delle soluzioni: “E’ stata dura superare quel periodo e sarebbe andata molto meglio se avessi ottenuto un maggiore supporto dalla scuola”, mi dice.

L’intervistata passa poi ad un’altra critica: “C’era troppa burocrazia, troppe complicazioni su questioni che avrebbero potuto essere gestire in maniera molto più semplice. E non mi piacevano i funzionari pubblici, alcuni di loro erano incompetenti, altri corrotti”.

Nessuna di queste perplessità, comunque, sembra averla fatta disamorare verso l’idea del socialismo.

“Vorrei enfatizzare il fatto che, mentre molti di noi avrebbero voluto che alcune di queste piccole cose potessero cambiare, io non avrei mai voluto che l’esperienza socialista terminasse. Volevo soltanto alcuni cambiamenti, ma non ciò che poi è realmente accaduto, non quello”.

Le ho chiesto di spiegarsi meglio: “Come puoi vedere io non sono di carnagione chiara, né bionda come molti tedeschi”, dice, “lo so che i ‘bastardi’ si trovano in ogni sistema. C’erano persone con sentimenti razzisti anche nella DDR. Ma le manifestazioni di razzismo erano illegali allora. Se eri razzista lo dovevi nascondere. Non potevi uscire per strada ed attaccare qualcuno per la sua razza, per il colore della sua pelle o per la sua fede”.

Mi spiega ancora che: “A Kreuzberg, [un sobborgo di Berlino che si trovava ad Ovest quando la città fu divisa, nda] mio figlio di 12 anni è stato aggredito da neo-nazisti, giovani che manifestano ed agiscono seguendo l’ideologia nazista che gli è stata trasmessa dai loro genitori. Egli non ha avuto danni fisici ma questi episodi causano seri traumi psicologici in un bambino. Questo non sarebbe mai accaduto nella DDR”.

Mi racconta di essere andata al Reed memorial perché ai tempi della DDR era una sua grande ammiratrice. “Lui andò in giro per il mondo a promuovere la ribellione contro l’ingiustizia e per la pace. Volevo essere qui oggi per cantare un brano di lotta dell’America Latina, un posto dove Reed trascorse alcuni anni della sua vita”.

Sulle elezioni in arrivo in Germania, come molti altri tedeschi, ha timore a dichiarare la sua preferenza. Dice di non essere ancora sicura di voler andare a votare. “Sarà comunque per qualcuno impegnato per il socialismo. Ti dico di più, io aspiro ad un vero socialismo democratico”, mi confida. “Lo so, lo sento che è possibile. Abbiamo avuto un socialismo imperfetto ma io sono convinta che possiamo fare meglio la prossima volta”.

Dal capitalismo al socialismo

Tra gli oratori intervenuti al memorial vi era anche Victor Grossman, noto ai lettori di People’s World come editorialista ed esperto di affari europei e che conobbe Reed personalmente.

Grossman era un giovane operaio di Buffalo, Stato di New York, quando venne precettato per la Guerra di Corea. Trascorse un periodo in Germania, dove apprese che, in quanto attivista di sinistra, sarebbe stato sottoposto ad arresto e incarceramento per via della campagna Maccartista che infuriava in quegli anni tra le forze armate, parallela alla medesima isteria in corso negli Stati Uniti.

Lo condannarono a cinque anni di reclusione e ad una multa di 10.000 dollari per non aver dichiarato la lista delle presunte organizzazioni sovversive di cui aveva fatto parte. E’ una storia complicata, ma riuscì a fuggire dalla base militare e finì per stabilirsi, come Reed, in DDR per vivere e da allora è sempre rimasto in Germania.

L’esperienza di Grossman è abbastanza unica. Egli visse i primi 20 anni della sua vita negli USA sotto il sistema capitalista, quindi i successivi 40 sotto il sistema socialista della DDRe gli ultimi 27 nuovamente sotto il capitalismo nella Germania unificata.

In questa singolare intervista, ci siamo principalmente interessati al confronto tra la vita quotidiana e pratica di Grossman sotto i due diversi sistemi. “In fabbrica, a Buffalo, eravamo in 1.300 operai” mi dice “e non avevamo bagni o spogliatoi, non avevamo neanche una mensa. Nella DDR invece avevamo tutte queste cose e ci veniva dato un pasto caldo giornaliero che rappresenta in Germania il pasto principale della giornata”.

La differenza più grande, secondo Grossman, stava soprattutto nella sicurezza del lavoro. “A Buffalo, un giorno, di punto in bianco, Fedders licenziò 200 di noi. Così ci ritrovammo senza un lavoro e senza mezzi per vivere. Nella DDR, non avresti mai, dico mai, dovuto temere di essere cacciato in mezzo ad una strada. Se anche un posto di lavoro fosse stato soppresso, il sistema era perfettamente congegnato per farti avere un nuovo lavoro senza dover subire alcuna perdita di salario o di benefici pensionistici o di altro tipo. Non puoi immaginare quanto è bello essere liberi dall’incertezza economica” mi dice.

Ai tempi in cui Grossman frequentava le scuole negli Stati Uniti, le tasse erano molto più basse di adesso. Ciononostante egli afferma che nella DDR le scuole, inclusa la formazione superiore, non solo era eccellente ma anche gratuita.

“Non dovevi preoccuparti di trovare un lavoro per pagare le tasse, e potevi quindi interamente dedicarti allo studio”. Grossman fece così e si laureò alla Karl Marx Stadt University come giornalista. Proseguì quindi con l’insegnamento e scrisse anche dei libri che vennero pubblicati nella DDR.

Ma i maggiori riconoscimenti che Grossman riserva alla DDR riguardano la politica degli alloggi e l’eliminazione della povertà. “Tutti avevano diritto ad una casa”, dice, “gli affitti erano veramente molto bassi e non potevi essere sfrattato. Non si è mai avuto notizia di sfratti, e la DDR era realmente il primo paese al mondo ad aver completamente eliminato la povertà”.

Il socialismo aveva anche i suoi problemi

Tutto questo non significa che non ci fossero dei problemi, da quanto riferisce Grossman, e lui stesso fu una delle voci più critiche nelle interviste del sabato sera.

“Non erano spesso capaci di accettare la critiche pubbliche alla dirigenza” dice. “Potevi però permetterti di criticare il tuo superiore sul posto di lavoro, per come andavano le cose, e potevi criticare ritardi o errori burocratici. In America naturalmente puoi criticare i leader politici ma devi stare molto attento a criticare il tuo superiore o il proprietario dell’azienda per cui lavori”.

Grossman ammette anche l’esistenza della onnipresente Stasi, il servizio di sicurezza di Stato sempre dipinto in Occidente come terribile e pervasiva. “Nel mio palazzo vi erano due agenti della Stasi” dice “e tutti li conoscevano ma nessuno realmente se ne interessava. Se non ti lamentavi in pubblico di Honecker (l’allora Capo di Stato della DDR, nda), non ci venivi mai a contatto. Non entravano nelle vita della maggioranza della popolazione, ma sapevamo che erano lì”.

Grossman non ha commenti positivi per i giornali ufficiali, “Erano pessimi” dice “monotoni e noiosi – ti conciliavano il sonno, e raramente trattavano dei problemi reali, la gente non gli dava credito, anche se spesso raccontavano la verità”.

E naturalmente, dice Grossman, “c’era corruzione come sotto qualsiasi sistema”. Mi racconta che negli ultimi mesi della DDR egli aveva scritto ed era andato ad incontrare il responsabile della sezione di Berlino del partito di governo (Partito Socialista Unitario). Si raccomandò vivamente che il partito organizzasse una campagna per spiegare al popolo i motivi per cui l’allora crescente propaganda capitalista fosse discutibile, e quanto fosse importante individuare giovani oratori che parlassero delle conquiste del socialismo che – come disse testualmente – “dovevano essere preservate”. Grossman mi riferisce dei suoi timori di allora che la leadership del partito non si stesse impegnando abbastanza per gestire la crisi che la stava spazzando via e che non appena cadde il Muro “lo stesso leader del partito di Berlino passò dall’altra parte. Era un traditore”.

Ancora oggi, oltre un quarto di secolo dopo la dissoluzione della DDR, si assiste ad una campagna persistente sia in Germania che in tutto l’Occidente contro quel Paese. Ogni tour ufficiale di Berlino include sempre alcuni punti di informazione contro la DDR.

“Ma perché pensi che accade tutto questo?”, chiedo a Grossman, “perché continuare ad umiliare un Paese ed un governo che sono scomparsi da decenni ormai?

“È semplice”, risponde lui, “per alcuni anni, brevi ma gloriosi, la DDR ha via via realizzato molti degli obiettivi del socialismoHa sradicato la povertà. Il socialismo è stato il primo e l’unico sistema sociale nella storia ad aver raggiunto questo risultatoI poteri forti, le classi dominanti, temono queste verità. Non vogliono che i giovani lo sappiano. Non vogliono che la gente sappia che è esistito un altro mondo reale dove non esisteva la paura della disoccupazione, dove la povertà era stata eliminata, dove le donne godevano dell’uguaglianza, il razzismo era illegale, e nessun bambino soffriva la fame. E molti di loro temono il ritorno di una società che ha saputo tracciare una linea di confine, un confine che le varie Krupp, Siemens o Deutsche Bank non potrebbero mai oltrepassare, una frontiera di fronte alla quale il loro potere si arresta”.

di John Wojcik

Pubblicato su People’s World il 18 settembre 2017, traduzione in italiano per la Città Futura a cura di Zosimo.

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