In un precedente articolo [1] ho cercato di interpretare, mediante una analisi marxiana, il fenomeno dei social network, inquadrandoli nella teoria del plusvalore. Partendo dal presupposto che “so di non sapere”, non avendo particolari competenze in materia, mio intento non era di esporre una questione, presentandola come verità assoluta, bensì contribuire alla discussione, purtroppo ancora in fase embrionale, su di una critica ai social network come meccanismo di perpetuazione del sistema capitalista.
Una prima risposta è giunta dal compagno della FGCI di Pisa, Simone Grecu, che ringrazio molto oltre che per questioni di merito, data la validità delle argomentazioni e la lucidità dell’esposizione, anche per questioni di metodo. Infatti, la lunga tradizione marxista[2] ci ha insegnato la necessità della critica, di una implacabile lotta teorica senza la quale si affermerebbero visioni distorte della realtà, ideologie che si estraniano dalla quotidiana lettura del reale. Permettere concessioni teoriche, lasciare spazio al revisionismo porta, come storicamente dimostrato, allo svuotamento e alla perdita del contenuto rivoluzionario presente nella teoria, ovvero ad un riformismo che accetta il sistema e cessa di contrastarlo, a tutto svantaggio della classe lavoratrice.

Noi scriviamo per la rubrica “La battaglia delle idee”: tale battaglia non va combattuta solo nei confronti del pensiero unico e dell’egemonia culturale della classe dominante, ma anche all’interno del partito, all’interno delle altre organizzazioni comuniste, all’interno di noi stessi, mettendo sempre in discussione, istante per istante, ciò che apprendiamo e la nostra chiave interpretativa del reale.
Detto questo, se la natura è dialettica, se la storia è dialettica, se la nostra conoscenza procede con metodo dialettico, anche noi compagni siamo in rapporto dialettico e un sano confronto tra i nostri scritti consentirà il superamento delle contraddizioni, all’interno di una Sintesi che maggiormente aderisce alla realtà, che più si avvicina ad una verità storica.

Iniziamo. Il compagno Grecu, seguendo il saggio di Carchedi, annulla l’opposizione tra lavoro manuale e intellettuale e giustamente dimostra l’inconsistenza delle “illusioni post-operaiste che ci hanno parlato di un lavoratore “cognitivo” […], che sarebbe padrone dei propri mezzi di produzione (di conoscenza)” [3]. Ovvero entrambe le categorie di lavoratori sono sfruttate , entrambi i tipi di lavoro hanno come denominatore comune la proporzionalità con il tempo, e la presenza di ingegneri, tecnici, burocrati ecc. contribuisce soltanto a rendere meno apparente la contrapposizione di classe, a sfumarne i confini che altrimenti la renderebbero netta e immediatamente traducibile in azione politica.
Il compagno Grecu prosegue poi con una importante chiarificazione. Sempre seguendo la logica di Carchedi, svela come  “ l’assottigliamento del confine tra orario lavorativo e tempo libero (ad esempio, quando il lavoratore risponde alle telefonate, alle mail e così via anche dopo l’orario di lavoro) non va inteso come uno sfruttamento del tempo libero, ma una estensione dell’orario di lavoro non esplicita”. Quindi non si tratta di individui che lavorano nel proprio tempo libero, ma semplicemente di un prolungamento ben celato dell’orario di lavoro, non retribuito. La differenza è sostanziale dato che lavorare nel tempo libero può sembrare un fatto volontario, un utilizzo dello stesso per fini produttivi, un alleggerimento del carico di lavoro che altrimenti andrebbe affrontato il giorno dopo. Posta in altri termini invece si nota subito la carica di sfruttamento presente, dal momento che, se tra le varie cose il mio lavoro consiste nel rispondere alle mail, e io ci metto cinque minuti a rispondere a una mail, sto lavorando senza retribuzione per cinque minuti. Hanno dunque visto giusto i lavoratori che utilizzano due schede telefoniche, una attiva durante l’orario di lavoro e ad esso dedicata, l’altra per la famiglia, gli amici e la sfera privata!

A questo punto però iniziano le divergenze. Se da un lato va riconosciuta la contraddizione logico-concettuale della monetizzazione del tempo libero, dall’altro non condivido l’affermazione di Grecu secondo cui, “l’utente dei social non produce valore”.
I social network basano il loro funzionamento essenzialmente sulla raccolta di dati personali, che consente loro di vendere spazi pubblicitari ad aziende interessate a far giungere la pubblicità al tipo di cliente più indicato, ovvero a chi ha la maggiore probabilità di acquistare il prodotto. Fungono quindi da tramite tra produttore e consumatore.
In che senso l’utente produce valore? Lo dice lo stesso compagno Grecu quando parla dei videogiochi:

I modelli 3D che costituiscono l’ambiente del videogioco sono realizzati da modellisti e da grafici che fanno un lavoro sì mentale nel creare e modellare le figure geometriche, ma anche materiale, come star seduti per ore al computer, profondamente concentrati

E cosa fa l’utente dei social se non stare per ore davanti al computer, o allo smartphone ad immettere i suoi dati, i suoi interessi, le proprie conoscenze?
Faccio un esempio chiarificatore. Immaginiamo uno scrittore. Da cosa dipende il valore della sua opera? Non dipende forse primariamente dal fatto che egli ha compiuto sì un lavoro mentale, ma l’ha poi formalizzato per effetto di una trasformazione materiale, ovvero lo ha messo su carta, ne ha discusso, lo ha divulgato in qualche modo?
Consideriamo un grande scienziato, diciamo Isaac Newton, che dopo la famosa scena della mela ebbe la felice intuizione di ricondurre la dinamica dei corpi celesti alla stessa forza, la gravità, che fa cadere gli oggetti sulla Terra. Se Newton non avesse scritto l’opera Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, se non avesse comunicato a nessuno la sua intuizione, in poche parole se anche avendo capito alla perfezione i meccanismi che regolano il moto degli astri si fosse portato il segreto nella tomba, la sua conoscenza avrebbe recato un valore – di qualsiasi tipo –  all’umanità?
Allo stesso modo lavora l’utente dei social, anche se in un modo molto meno nobile. Egli vive una esperienza, ha un pensiero, una intuizione e la condivide. Così facendo essa entra in relazione con il mondo ed è pronta eventualmente a tramutarsi in profitto.

Immaginiamo un individuo, diciamo Alice, che rivela un gradimento circa un particolare prodotto al suo amico Bob. Bob poi si reca presso l’azienda di Carl e in cambio dell’informazione acquisita viene pagato 10. Carl a questo punto può inviare ad Alice non più pubblicità generiche, ma mirate, in modo tale da massimizzare la probabilità di vendere.
C’è stato un passaggio di denaro. Le aziende non pagherebbero se non per ottenere in cambio una quantità di valore pari o superiore a quello da loro investito. Chi produce il valore? La fonte di informazioni? L’azienda che acquista? O forse l’intermediario? Possiamo evidentemente escludere la terza ipotesi immaginando di sostituire a Bob una macchina, di proprietà dell’azienda stessa o di terzi, che faccia il medesimo lavoro e che, per definizione, non può produrre plusvalore. Oppure immaginando che Alice venga direttamente pagata da Carl durante una ricerca di mercato.
La fonte di valore è dunque l’azienda con tutte le attività che la compongono? No, perché possiamo sostituire ad essa un fondo o un capitale inerte, estraniato da processi meramente produttivi, che viene erogato semplicemente durante la fase di acquisto. Ciò implica che il valore è stato prodotto dalla sorgente di informazione, cioè da Alice e che i dati personali, le informazioni, acquistano valore allorché entrano in relazione dialettica con l’ambiente esterno, come nel caso della grande opera di Newton. Gli utenti dei social sarebbero pertanto dei lavoratori intellettuali, non pagati in relazione a ciò che producono.  Utenti allo stesso tempo produttori di valore e prodotto di vendita, poiché è, in ultima istanza, la loro vita ad essere venduta. Ecco allora svelato il mistero!
Il valore è prodotto dagli utenti, viene loro espropriato dal social network e viene quindi scambiato con le aziende in cambio di una certa quantità di denaro. Il plusvalore non proviene quindi (se non in misura estremamente inferiore), come sostiene il compagno Grecu,  dai lavoratori intellettuali che si appropriano della conoscenza e la traducono in profitto, ovvero dai dipendenti regolarmente assunti da Facebook e dai suoi meccanismi automatizzati di raccolta. Sarebbe difficile infatti giustificare profitti che ammontano a decine di miliardi di dollari, sulla base del plusvalore di qualche migliaio di ingegneri. Infatti seguendo tale logica, con l’intelligenza artificiale, con algoritmi di collezione dati sempre più efficienti, riducendo la manodopera umana, arriveremmo all’assurdo di un social network che non fa profitto, contro ogni evidenza empirica. Tale contraddizione è risolta ammettendo l’origine del valore nel bacino di utenza.

Approfitto della risposta al compagno Grecu per mettere altra carne al fuoco e per sviluppare fino ai limiti estremi la mia teoria. Come da abitudine, modellizziamo una realtà complicata, partendo da un caso semplice per giungere via via a maggiori livelli di complessità e astrazione.
Partendo dal presupposto che sono gli utenti a produrre valore, immaginiamo un social network con un solo iscritto, che puntualmente, ogni giorno, cede informazioni alla piattaforma. Il profitto sarebbe proporzionale a ciò che egli produce. Se gli utenti divengono dieci, cento, mille, esso non corrisponderà alla semplice somma dei valori individualmente emanati. Avrà una componente aggiuntiva, non trascurabile anzi assai rilevante, costituita dai dati acquisiti in base alle interazioni tra singoli utenti. Quando l’utente Alice invece di cedere e basta, si relazione con Bob, è come se aprisse un canale con esso. L’insieme di tutti i canali aperti dagli utenti (pensiamo ad esempio ai gruppo o alle pagine Facebook) è una ulteriore fonte di informazioni e costituisce la rete sociale.  Quindi è come se il proletariato, oltre a essere espropriato del proprio lavoro, contribuisse anche alla edificazione del mezzo di produzione che lo sfrutta, contribuendo a creare il social network, in tutte le sue articolazioni. Una situazione che credo non abbia eguali nella storia.

In questa sede affermo che Facebook è oramai un campione di capitalismo. Una nuova azienda non fa in tempo ad affermarsi sul mercato, che già viene acquisita da questi pochi colossi di Internet, disposti più che mai a conservare e perfezionare la loro posizione di dominio. Mentre un po’ di tempo fa l’interazione di un utente con un post era limitata al semplice “Mi piace”, oggi sono state aggiunte le reazioni, ovvero diversi tipi di espressioni facciali. La spiegazione è molto semplice: una pubblicazione in bacheca può piacere per diversi motivi, può ad esempio suscitare ilarità, sdegno, commozione. Per mezzo dell’inserimento di reazioni invece si conoscerà invece come l’utente reagisce a ogni singolo contenuto, informazione importantissima per fini pubblicitari. Ciò è indicativo di un sistema volto ormai al precipizio, in cui la pubblicità ha un valore determinante nel plasmare abitudini e stili di vita delle masse, e costituisce un elemento sovrastrutturale oramai indispensabile al mantenimento della struttura capitalistica stessa.
Il consumismo sfrenato è divenuto legge e il sistema non sembra rendersi conto del problema, anzi si alimenta con esso, noncurante di una insostenibilità che porterà all’annullamento di ogni risorsa. È bene rendersi conto di questa triste realtà ed iniziare a contrastarla.

Confesso che avrei voluto terminare il mio precedente articolo con un accenno alle nazionalizzazioni, ma non l’ho fatto, mostrando cautela, per dubbi non legati a questioni di principio, ma a finalità pratiche. Il compagno Grecu si è invece apertamente schierato, a ragione, per tale causa (“è di vitale importanza che le infrastrutture delle telecomunicazioni e le società che le gestiscono tornino completamente in mano pubblica e senza gestioni privatistiche”).
Ecco i miei dubbi e invito i lettori dell’articolo a pensare ad una possibile risposta: se l’Italia decidesse di nazionalizzare Facebook, come dovrebbe comportarsi? Dovrebbe dichiarare proprietà dello Stato i server che permettono alla piattaforma di funzionare e che contengono dati e informazioni su tutti noi. Ma dove stanno questi server? Forse negli Stati Uniti? Forse in qualche angolo sperduto del mondo?[4] Evidentemente fuori dalla portata del nostro stato nazionale.
Allora forse il discorso di una nazionalizzazione dovrebbe essere dibattuto su scala europea. Ma l’UE ha raggiunto il giusto livello di maturità? È forse interessata a un simile discorso?
Non dobbiamo chiederci se nazionalizzare, ma come nazionalizzare.
Tempo fa, muovendomi distrattamente in internet, mi ha colto l’incredibile somiglianza tra queste due mappe.

La prima è la divisione del pianeta in tre superstati, Oceania, Eurasia ed Estasia, come enunciata nel romanzo 1984 di Orwell.
La seconda, più triste in quanto reale, mostra la diffusione dei social network nelle diverse aree geografiche. Salvo poche differenze (il Giappone e l’India non appartengono all’Estasia, l’Europa è passata dall’Eurasia all’Oceania), salta immediatamente all’occhio come la divisione politica, economica, militare del mondo tra Stati con interessi contrapposti, trovi sfogo anche ad livello ideologico, prettamente informatico, riguardo la piattaforma sociale da utilizzare. Tale lettura si configura come una ulteriore critica all’Unione Europea che, pur essendosi costituita come polo imperialista, mostra ancora totale subalternità ideologica e culturale al mondo anglosassone e agli Stati Uniti d’America. L’UE, per mezzo della NATO, sembra una più una testa di ponte per contrastare, in funzione americana, gli interessi russi, che una entità politica autonoma. Salvo timide reazioni [5] infatti, non riesce ancora a creare una alternativa credibile allo strapotere di colossi come Google o Facebook. Ciò dovrebbe indurci a una maggiore disillusione circa la funzione progressiva di tale ente.
Non mancano certo segnali positivi [6], tardivi esempi di come la ragion di Stato possa concretamente tutelare i cittadini e la loro privacy. Occorre sperare solo che alle parole seguano i fatti.

 

di Massimiliano Romanello, Segreteria FGCI Roma

 

P.S. Ringrazio ancora il compagno Grecu per la critica mossa. Spero che queste riflessioni siano apprezzate e lo invito ad iniziare una vera e propria collaborazione sul tema.

 

[1] M. Romanello, Per un’analisi marxiana dei social network e della modernità digitale, su CòmInfo, 6 settembre 2017. http://www.fgci.info/2017/09/06/unanalisi-marxiana-dei-social-network-della-modernita-digitale/

[2] Basti vedere a tal fine la critica di Marx al programma di Gotha, la critica dello stesso Marx al “cittadino Weston” , i duri attacchi di Lenin a Bogdanov e Kautsky, o ancora, lo smontamento, da parte di Engels, del sistema teorico concepito da E. Duhring.

[3] S.Grecu, “Lavoro mentale e classe operaia”. Alcune riflessioni sul quaderno di Guglielmo Carchedi , 23 ottobre 2017.  http://www.fgci.info/2017/10/23/lavoro-mentale-e-classe-operaia-alcune-riflessioni-sul-quaderno-di-guglielmo-carchedi/#_ftn1

[4] Sono domande retoriche. Il Sole 24 Ore riporta che “Attualmente Facebook dispone di cinque data center in tutto il mondo. Quattro di questi sono negli Stati Uniti, uno in Europa (più precisamente a Lulea, nella Lapponia svedese).”
L’articolo è consultabile al link nella nota 6.

[5] Una multa di 110 milioni di euro a Facebook. La cifra fa ridere, rispetto ai profitti della società californiana.
Dall’articolo: Facebook, maxi-multa Ue da 110 milioni: “Disse di non poter collegare gli account social con Whatsapp, ma poi lo fece”, il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2017. http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/18/facebook-maxi-multa-ue-da-110-milioni-disse-di-non-poter-collegare-gli-account-social-con-whatsapp-ma-poi-lo-fece/3594021/
C’è poi la multa di 2,4 miliardi di Euro a Google, in attesa di scoprire l’esito del ricorso della società.
Dall’articolo: Google, 2,4 miliardi di euro di multa dall’Unione europea, Wired, 27 giungo 2017. https://www.wired.it/attualita/tech/2017/06/27/google-multa-unione-europea/

[6]Ue prepara web tax, stop a vantaggi per Google, Amazon, Facebook & co.”, Huffington Post, 9 settembre 2017. http://www.huffingtonpost.it/2017/09/09/ue-prepara-web-tax-stop-a-vantaggi-per-google-amazon-facebook-and-co_a_23202599/
Ma soprattutto: “La Russia a Facebook: spostate i server nel Paese o vi spegneremo”. Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2017. http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-09-26/la-russia-pronta-bloccare-facebook-la-gestione-dati-personali-141419.shtml?uuid=AEDPuxZC&refresh_ce=1 

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