Giovedì 19 ottobre, presso la sezione del PCI “Olga Benario”, si è svolta la presentazione di “Ufficio Sinistri. Il buco nero in cui è scomparsa la sinistra”, di Roberto Vallepiano. Il libro intende presentarsi come una cassetta degli attrezzi, contenente gli strumenti di analisi politica necessari per capire la moderna società capitalista. Il suo bersaglio polemico è la sinistra, con tutte le sue ambiguità e la sua mancanza di prospettive. Di seguito alcune riflessioni intorno ai temi svolti nel libro di Roberto Vallepiano, che ha l’indubbio merito di averli trattati con straordinaria chiarezza.

La riflessione dell’Autore si sviluppa a partire dalla situazione odierna, su cui non è necessario spendere troppe parole: ci si rende facilmente conto che la società è stata integralmente americanizzata, che la lotta di classe ha subito una dura battuta d’arresto, e che la sinistra è stata cooptata dal capitale nella gestione degli utili. Sarebbe difficile immaginare un punto più basso di questo, soprattutto alla luce del fatto che le masse – prive di figure di riferimento – si ritrovano prive dei mezzi adeguati per comprendere la realtà.

Il libro pone proprio quelle questioni che, negli ultimi tempi, in pochi hanno avuto il coraggio di affrontare in modo così diretto. Ma nonostante ciò, va quantomeno riconosciuto che se l’eredità di Gramsci e Togliatti è stata raccolta da personaggi ambigui come Bertinotti, Vendola e Luxuria, a un certo punto qualcosa deve aver smesso di funzionare.

La denuncia dei ripetuti tradimenti della sinistra si sofferma sull’opportunismo connaturato al suo ceto dirigente, con riferimenti di volta in volta puntuali. Eppure, nonostante la trasversalità di tale polemica, l’argomentazione non si risolve in un discorso banalmente moralistico: non ci si imbatte in discussioni edificanti su cosa sia la vera sinistra e quale la falsa, ma vengono evidenziati gli elementi teorici e politici assenti, ormai da troppo tempo, nel dibattito “di sinistra”. Ne viene fuori il quadro di una sinistra che ha divorziato dal marxismo e dalla sua tradizione culturale, e che lascia ricadere su di sé i deficit teoretici del liberalismo, relativamente alla disamina dei processi sociali di emancipazione.

Tale atteggiamento non è solo frutto di ripetuti errori, ma di un progetto esplicitamente revisionista e profondamente anticomunista che trova, appunto nel pensiero unico del politicamente corretto, il suo manto ideologico. Ciò ha dato ossigeno a una generazione radical chic, gonfia di una presunta “superiorità ontologica”, che non è altro se non il riflesso dell’odio di classe emanato dal suo ceto dirigente, perennemente disinteressata e distaccata dalle masse; d’altra parte, nemmeno le masse avrebbero potuto mai mostrarsi coinvolte da una politica di tale natura, essendo questa estranea agli interessi popolari.

La classe politica di sinistra si è costituita attorno a un generico antiberlusconismo, passando attraverso la logica strumentale del voto utile e del meno peggio, dando vita a un blando populismo di sinistra, dimentico di ogni questione sociale, di classe, e nazionale. Nel primo caso, ciò avviene perché la categoria della lotta di classe, insieme al resto della teoria marxista, è stata confinata nei retaggi del pensiero novecentesco, giudicato fin troppo vetusto, mentre i temi del lavoro, dei diritti sociali, della critica globale al sistema capitalista e del suo superamento, sono stati avvolti nel silenzio. Nel secondo caso, ai valori patriottici e nazionali – che riappaiono, peraltro, in quasi tutte le rivoluzioni vittoriose – è stato sovrapposto un pensiero cosmopolita deleterio per la comprensione delle dinamiche sociali. Per inciso, lo stesso problema dei processi migratori è stato recepito, a un certo punto, tramite un atteggiamento puramente caritatevole, e non attraverso le lenti del marxismo. Riducendosi a moralismo e abbandonata la teoria politica, il pensiero di sinistra svicola dal conflitto reale, e di esso non resta che un complesso disarticolato di giudizi quantomeno astratti, e dunque sterili.

Di fronte al potere berlusconiano, non appariva allora nessuna rivendicazione politica del socialismo, ma una sommaria lotta per i diritti individuali – di per sé disgregativi, rispetto alla carica comunitaria intrinseca ai movimenti comunisti. Ne deriva una cultura che è un miscuglio inservibile e moralistico, che spaccia come diritti fondamentali i diritti di alcune minoranze; in tutto questo, il dogma fondamentale del libero mercato non viene mai discusso, tant’è che tutte le rivendicazioni del politicamente corretto non fanno che infrangersi sordamente contro di esso.

Era prevedibile che, da queste posizioni, sorgessero critiche ripetute alle esperienze politiche degli altri Paesi. Alla innocua critica degli aspetti iniqui capitalismo, doveva affiancarsene un’altra, speculare e tutt’altro che innocua, contro ogni tentativo di mettere in discussione lo stato di cose. Nel nome della libertà, non è stato un caso l’aver reciso, dapprima, il legame col quel che fu l’URSS e, in seguito, non aver risparmiato critiche superficiali a Cuba, alla Cina, alla Corea del Nord (e via dicendo), per poi concludere con l’accettazione del solito copione mediatico del “dittatore pazzo” che opprime il suo popolo, tutt’ora strombazzato da certi mezzibusti di regime, ogni volta che qualcuno osa opporsi al suprematismo americano.

I tempi moderni reclamano una soluzione, ma al contempo ci impongono un compito inevitabilmente arduo, che di certo non può essere affrontato senza rimettersi completamente in discussione. Di fronte tutto questo, deve essere chiaro, le soluzioni facili devono essere rigettate come illusorie. Solo ripartendo dal principio, abbandonando le fallimentari logiche elettoralistiche, e riassumendo su di sé una progettualità di lungo termine, contrapposta all’opportunismo del fare politica solo nel presente immediato, sarà possibile costruire una cornice all’interno della quale il movimento comunista potrà riacquistare la sua forza.

di Giovanni Spina, Segretario FGCI Catania

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