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Caldarozzi sine DIA

Gilberto Caldarozzi è il nuovo numero due della Direzione Investigativa Antimafia.

La nomina risale in realtà a Settembre, ma è passata in sordina fino al recente interessamento del Comitato Verità e Giustizia di Genova. Il Comitato riunisce ragazzi che furono sottoposti all’arresto per i fatti della Diaz e di Bolzaneto, nel 2001.

Caldarozzi in quella storia di sangue c’entra eccome: era il braccio destro di Francesco Gratteri, e nel 2012 fu condannato per aver prodotto delle prove fasulle nel tentativo di coprire le atrocità che gli agenti commisero a Genova nel 2001. La condanna è stata scontata, così come l’interdizione dai pubblici uffici, terminata proprio nel 2017.

Nei 5 anni di interdizione Caldarozzi ha lavorato per conto di Gianni De Gennaro come consulente sulla sicurezza per Finmeccanica. Anche il nome di De Gennaro è legato ai fatti della Diaz.

Una storia intricata in cui la Diaz rappresenta un crocevia ,e dove ricorrono gli stessi nomini, tutti con un elemento in comune: l’avanzamento di carriera. Gratteri e De Gennaro hanno ottenuto promozioni importanti, anche in campo politico e ministeriale. Caldarozzi viene ora premiato anche lui per le sue eroiche gesta di Genova.

Per dovere di cronaca vanno anche riportati altri meriti,  dato che Caldarozzi ha contribuito all’arresto di Provenzano e Santapaola, boss di Cosa Nostra.

Bastano forse questi meriti per giustificare la promozione di Caldarozzi? Verrebbe da pensare, ingenuamente, che tutto sommato questa nomina possa essere condivisibile. Se Caldarozzi è stato complice di quanto accaduto alla Diaz, contro ragazzi inermi, figuratevi di quanta durezza potrebbe essere capace nei confronti dei mafiosi, di quanto questa durezza potrebbe essere importante per vincere la lotta senza quartieri contro l’organizzazione mafiosa.

È un pensiero deleterio che non deve contagiarci. La follia del ritenere che la mafia sia un fatto di soli arresti, non condurrà mai alla soluzione della questione. Gli arresti, le confische, sono velleitarie se non supportate da un progetto serio di recupero degli spazi sociali che lo Stato ha abbandonato, e dove la mafia prolifera e continuerà a proliferare per quanto privata dei suoi momentanei boss.

In periodi di crisi spesso si è ricorso alla nomina di personaggi non proprio limpidi, anzi, a volte gli stessi mafiosi sono stati scientemente posti a capo delle Istituzioni, perché ritenuti in grado di mantenere una pace effimera grazie all’autorità ottenuta proprio in quanto mafiosi. Evidentemente, questa soluzione neanche tanto innovativa non ha portato a risultati accettabili, visto che la mafia ancora è presente e prolifera nel nostro Paese.

Ancora, il fenomeno mafioso si regge su elementi economici e sociali concreti, ma anche su elementi  simbolici, non meno importanti. Porre Caldarozzi come numero due della DIA rischia di avere un effetto boomerang. Come è possibile fidarsi di qualcuno che ha contribuito alla “macelleria messicana” messa in atto contro dei ragazzi? Per l’ennesima volta, si chiede al comune cittadino di fidarsi delle istituzioni, si chiedono continui sforzi di eroismo con denunce e affini, ma da parte delle istituzioni tale sforzo non viene minimamente incentivato. Guardate chi premia lo Stato che promette di difendervi, guardate chi fa carriera nei suoi ranghi, e fidatevi della politica che rende possibili tali avanzamenti.

Siamo presi tra due fuochi di uno scontro incrociato tra mafia e Stato, mentre i cittadini dovrebbero essere partecipi alla lotta insieme allo Stato. Ma per essere partecipi occorrono capitani credibili e affidabili, e Caldarozzi in quest’ottica non appare il massimo.

Ultimo punto, le nomine della DIA sono gestite dal Ministro dell’Interno, nella persona di Minniti.

Sarebbe troppo facile infierire.

 

di Gennaro Chiappinelli, Segreteria FGCI Roma e Dipartimento Naz.le Giustizia e Antimafia