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L’inquinamento luminoso: breve sintesi di un problema tutto occidentale

Introduzione

Al giorno d’oggi, l’esistenza dell’uomo occidentale è tutta compressa entro l’immediatezza della dimensione cittadina, che costringe a vivere in un eterno brulicare di traffici, di commerci, di relazioni, in una frenesia di ritmi tale da lasciare ben poco spazio a tutto ciò che esula dalla legge della produttività, escludendo l’introspezione, la spiritualità, o anche la semplice contemplazione di ciò che si trova appena fuori dai nostri confini.
Si tratta di una vita razionalizzata all’estremo, in un certo senso appiattita, spinta alla terra, senza paesaggio o panorama, costretta in spazi privi di orizzonte e di ampie vedute, tra pareti, palazzi squadrati e schermi luminosi e ripetuta, esattamente uguale a sé stessa, giorno per giorno. E così ci siamo dimenticati di un grande spettacolo gratuito, sempre disponibile, che la natura ci offre da quando esistiamo: il cielo stellato.
Pur dimenandomi tra questo mondo, pur vivendo nello stesso trambusto metropolitano, non posso evitare di stupirmi ogni volta che sento qualcuno affermare di non aver mai visto la Via Lattea. Possibile? In tanti anni neppure una volta, anche solo di sfuggita?
Eppure è così e accade spesso, anzi è quasi la normalità, dato che una grossa percentuale della popolazione risiede in zone urbane o nelle grandi città. Ci siamo talmente disabituati al cielo che talvolta il discorso assume una piega quasi surreale.
Si narra di un black out, provocato da un terremoto, che negli anni ‘90 coinvolse la città di Los Angeles. La popolazione, allarmata, contattò le autorità per segnalare la presenza di una strana nube in cielo, mai vista prima. Era la Via Lattea. È un racconto che a primo impatto fa sorridere, ma che fa subito riflettere, in quanto evidenza del fatto che per prima volta crescono generazioni del tutto prive di quella consapevolezza astrale che da sempre ha accompagnato gli uomini e che l’articolo cercherà, senza pretese, di ripercorrere. E ciò è dovuto all’inquinamento luminoso, ovvero alla cancellazione del cielo stellato provocata dall’utilizzo sbagliato di luci artificiali.

PARTE I. IL CIELO TRA ARTE, LETTERATURA E CULTURA POPOLARE

Come è nata l’astronomia? Guardando il cielo. “La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze[1] è stata probabilmente anche la prima a svilupparsi, allorché i primi esseri umani si resero conto che alcuni fenomeni celesti si ripetevano periodicamente e che sulla loro ciclicità potevano essere scanditi i ritmi di vita. La conoscenza dei moti astrali aveva immediate finalità pratiche: i primi calendari erano basati sulle fasi lunari e oltre a misurare il susseguirsi dei mesi e delle stagioni, servivano a regolare i tempi della semina e del raccolto. Molte festività ricorrevano durante i solstizi o gli equinozi o erano stabilite, come la Pasqua, in base alla luna.
Nell’antico Egitto, la comparsa all’alba della stella Sirio, dopo il lungo periodo in cui la sua luce era oscurata da quella del Sole, annunciava le inondazioni estive del Nilo, su cui si fondava l’agricoltura della zona. Fenici e Greci avevano ben presente che la posizione delle stelle consentiva di stabilire la propria latitudine, quindi di orientarsi sulla terra e in mare, permettendo di conseguenza la navigazione.
Il libro V dell’Odissea di Omero, contiene una importante testimonianza, nel momento in cui Ulisse abbandona l’isola di Ogigia per fare ritorno a Itaca.

Lieto del vento, il chiaro Odisseo tese le vele.
Egli dunque col timone guidava destramente,
seduto: né il sonno gli cadeva sugli occhi
guardando le Pleiadi, Boote che tardi tramonta,
e l’Orsa che chiamano anche col nome di carro,
che ruota in un punto e spia Orione:
è la sola esclusa dai lavacri di Oceano.
Gli aveva ingiunto Calipso, chiara fra le dee,
di far rotta avendola a manca.

Mantenere a manca l’Orsa Maggiore equivaleva infatti a viaggiare verso est.[2]
In quanto interlocutore privilegiato delle più comuni attività umane, il cielo si ritrovò ad assumere un significato religioso: molti popoli consideravano il Sole e la Luna delle divinità e ritenevano che gli astri avessero un influsso sulla vita degli uomini. Impararono così a riconoscere e a tracciare delle figure nel cielo, legate alla mitologia e alla cultura agricola e pastorizia.
La denominazione attuale delle costellazioni, almeno quelle della parte di cielo accessibile dalle nostre latitudini, è dovuta alla tradizione greca. Oltre a Boote, a Orione e all’Orsa, già riscontrate, citiamo Perseo, Ercole, Cassiopea, Andromeda e così via, le cui figure si comportavano da ponte tra mito e vita comune.
Gli arabi invece, abituati a passare le notti nel deserto, diedero un nome alle stelle, ad una ad una, e molti di essi vengono usati ancora oggi.
In quanto misura dell’esistenza, della quotidianità e delle attività umane, il cielo stellato fece la sua comparsa e riversò il proprio influsso anche in ambiti differenti, non propriamente produttivi. Parallelamente al progredire delle civiltà, trovò infatti espressione non solo nella letteratura, ma anche nelle arti, dalle pitture rupestri fino all’architettura, ai grandi monumenti che venivano edificati secondo precisi allineamenti astrali.
A titolo di esempio, il disco di Nebra, rinvenuto in Germania, è ritenuto la più antica raffigurazione astronomica prodotta nella storia dell’umanità. Realizzato in bronzo, si ritiene che rappresenti il Sole, la Luna e le Pleiadi, un ammasso di stelle facilmente riconoscibile nella costellazione del Toro. [3]

Gli astronomi cinesi annotavano scrupolosamente ogni cambiamento nella volta celeste, che è solo apparentemente eterna e immutabile. Fu così che registrarono la comparsa della supernova del Granchio, nel 1054 d.C. , probabilmente ritratta in una pittura rupestre, opera del popolo americano degli Anasazi.[4]

Le conoscenze del mondo greco ed ellenistico, compendiate nel modello tolemaico, sopravvissero per tutto il Medioevo ed entrarono in crisi solo con Niccolò Copernico nel XVI secolo. Le osservazioni al cannocchiale di Galileo Galilei cambiarono per sempre la visione del cosmo, visto fino ad allora come perfetto e immutabile. Lo scienziato pisano infatti scoprì la natura stellare della Via Lattea, i crateri lunari, le fasi del pianeta Venere, i satelliti di Giove, facendo crollare ogni separazione aristotelica tra mondo sublunare e sovralunare. Da allora fu la fisica ad occuparsi dei problemi celesti, strappandoli alla superstizione e alla metafisica e stabilendo che anche il cielo rispondeva alle stesse leggi che regolano i fenomeni terrestri.
Galilei presentò le proprie scoperte in un’opera scritta in latino, il Sidereus Nuncius, che descrive le osservazioni astronomiche dello scienziato, per mezzo di un nuovo strumento ottico che avrebbe rivoluzionato per sempre lo studio dell’astronomia. Galileo, il primo a rivolgere il cannocchiale verso le stelle, sembrava ben consapevole della portata rivoluzionaria delle proprie scoperte e dalle sue pagine, oltre al rigore scientifico, traspare la costante meraviglia verso i segreti svelati degli astri.

[…]invece le Stelle fisse non si vedono mai terminate da una periferia circolare, ma hanno l’aspetto come di fulgori vibratiti torno torno i loro raggi e oltremodo scintillanti; infine, guardate col cannocchiale, appaiono di figura simile a quando sono guardate a occhio nudo, ma così ingrandite, che una Stellina di quinta o sesta grandezza sembra eguagliare il Cane, cioè la più grande di tutte le Stelle fisse. Ma poi, al di là delle Stelle di sesta grandezza, si scorgerà col cannocchiale un così numeroso gregge di altre, sfuggenti alla vista naturale, che appena è credibile; è dato infatti vederne di più, di quante ne comprendono le altre sei differenti grandezze; e di esse le maggiori, che possiamo chiamare di settima grandezza, o anche prima, delle invisibili, in virtù dei cannocchiale appaiono più grandi e luminose degli Astri di seconda grandezza visti ad occhio nudo. Per dare poi una o due prove della loro quasi inimmaginabile frequenza, la figura di due Costellazioni, perché dall’esempio di queste si possa giudicare di tutte le altre. Nella prima avevo stabilito di disegnare per intero la Costellazione di Orione; ma poi, sopraffatto dalla massa ingente di Stelle, e insieme dalla ristrettezza del tempo, rimandai questa impresa ad altra occasione; ce ne sono infatti, disseminate intorno alle antiche, entro i limiti di uno o due gradi, più di cinquecento.[5]

Nell’ultima opera del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij, i fratelli Karamazov, la meraviglia culmina immediatamente in un sentimento più profondo, l’estasi. Il giovane Alëša si trova al monastero, dove è in atto la lettura del Vangelo. Al centro della stanza c’è una bara scoperchiata, con dentro lo starec Zosima, il suo mentore che, prima di morire, gli aveva ordinato di “vivere nel mondo”.

Non si fermò neppure sul pianerottolo, e scese rapidamente la scala esterna. La sua anima colma di gioia aveva bisogno di libertà, di spazio, di vastità. Sopra di lui, a perdita d’occhio, si spalancò l’immensa volta celeste, piena di quiete stelle scintillanti. Dallo zenit all’orizzonte si stendeva in due strisce la via lattea, ancora indistinta; una notte fresca e calma fino all’immobilità avvolgeva la terra. Le bianche guglie della basilica e le sue cupole dorate luccicavano in un cielo di zaffiro. I magnifici fiori autunnali delle aiuole attorno alla casa si erano addormentati, in attesa del mattino. La pace della terra sembrava si fondesse con la pace del cielo, e il mistero della terra si riallacciava a quello delle stelle… Alesa era in piedi e guardava. A un tratto, come se l’avessero falciato, si gettò con la faccia a terra.
Non sapeva nemmeno lui perchè abbracciasse la terra, non si rendeva conto del perchè avesse tanto desiderio di baciarla, di baciarla tutta, ma la baciava, piangendo, singhiozzando, la bagnava delle sue lacrime, e nella sua esaltazione giurava di amarla, di amarla teneramente. «Bagna la terra con le tue lacrime di gioia, e amale, queste tue lacrime…» gli riecheggiò nell’anima.

 

Come se gli infiniti spazi del cielo, gli infiniti astri e stelle, gli infiniti mondi, lenissero ogni dolore e lo tramutassero in misericordia, condivisione della propria condizione di uomini, attaccamento alla terra e desiderio di redimerla. Un sentimento che bisognerebbe sempre tener presente, nella vita di tutti i giorni. In fondo, cosa sono i nostri affanni, i nostri problemi, cos’è la nostra esistenza di fronte all’immensità del cosmo?

Sempre nel secolo XIX troviamo una importante testimonianza in un grande autore Verista:

Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero e ascoltando il mare che gli brontolava lì sotto. E ci stette fin quando cominciarono ad udirsi certi rumori ch’ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietro gli usci, e sbatter d’imposte, e dei passi per le strade buie. Sulla riva, in fondo alla piazza, cominciavano a formicolare dei lumi. Egli levò il capo a guardare i Tre Re che luccicavano, e la Puddara che annunziava l’alba, come l’aveva vista tante volte. Allora tornò a chinare il capo sul petto, e a pensare a tutta la sua storia. A poco a poco il mare cominciò a farsi bianco, e i Tre Re ad impallidire, e le case spuntavano ad una ad una nelle vie scure, cogli usci chiusi, che si conoscevano tutte [. . . ].   Tornò a guardare il mare, che s’era fatto amaranto, tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata anche loro, riprese la sua sporta, e disse: – Ora è tempo d’andarsene, perché fra poco comincerà a passar gente [. . . ].[6]

Giovanni Verga chiude il romanzo “I Malavoglia” con il breve brano qui riportato, che è molto significativo, in quanto contiene una testimonianza diretta del rapporto tra uomo e cielo stellato. La decisione della definitiva partenza del giovane Ntoni matura sotto l’immagine dei Tre Re, ovvero le tre stelle della cintura di Orione e dalla Puddara, cioè l’ammasso delle Pleiadi, “come l’aveva vista tante volte“.
Ciò fa capire come la visione del cielo stellato, seppur nel contesto del lavoro quotidiano costituisse la normalità per le classi popolari, abituate all’agricoltura e alla pesca, alla vita passata all’aperto a contatto con i moti periodici, sempre uguali a sé stessi, di pianeti e costellazioni.
In più, i singoli oggetti celesti vengono identificati dalle popolazioni con nomi propri, locali, suscettibili a regionalismi. Ciò si evince anche in Giovanni Pascoli:

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle. [7]

La Chioccetta, nome contadino per le Pleiadi, si muove nell’ ”aia azzurra”, ovvero il cielo, seguita, durante la rotazione terrestre, dalle altre stelle, il cui caratteristico scintillio è sinesteticamente associato al pigolio di pulcini che seguono la madre.
Nella poetica del Fanciullino è centrale il motivo astrale, utilizzato spesso in contrapposizione con la realtà umana, o personale dell’autore. “La mia sera” si apre infatti con la netta contrapposizione tra la tempesta, il fragore del giorno e la quiete immobile e silenziosa della sera, impersonata da una calma visione.

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. [8]

Mentre invece, in “X Agosto”, Pascoli riconduce il pianto di stelle alla sua tragedia famigliare, in quanto il giorno di San Lorenzo coincide con l’anniversario della morte violenta di Ruggero Pascoli, padre del poeta.

San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

La pioggia di stelle cadenti più nota al pubblico, quella delle Lacrime di San Lorenzo, è causata dall’attraversamento della Terra di un tratto dell’orbita in cui sono presenti i detriti lasciati dalla cometa periodica Swift-Tuttle, i quali, incendiandosi a contatto con l’atmosfera terrestre, provocano il consueto spettacolo. Il poeta dà una interpretazione diversa: si tratta di un pianto di compassione per il destino tragico degli uomini.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Il cielo “infinito, immortale”, cui il poeta di rivolge in seconda persona, però rimane lontano, estraneo alle vicende terrene, fatto che trova un illustre precedente letterario nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi, dove la Luna si comporta da interlocutrice silente dell’uomo.
Anche Pascoli si fa trascinare dal pensiero nel pieno degli spazi e dei vuoti astrali, tuttavia egli è ateo, privo della dolente religiosità che si può constatare in Dostoevskij. E l’effetto è ben diverso. Di formazione positivistica, egli visse tra la seconda metà dell’Ottocento, secolo che con Fraunhofer sancì la nascita dell’astrofisica, e i primi anni del Novecento. Le scoperte scientifiche del XIX secolo avevano aperto all’uomo la via per l’infinito, ma la fiducia nella scienza, nel progresso tecnico e nell’avvenire cominciava ad incrinarsi, avvicinandosi agli anni della meccanica quantistica e della Grande Guerra. Proprio tale e improvvisa consapevolezza svela la precarietà della vita, sempre sospesa ai bordi del baratro e dell’abisso senza fondo, racchiusa in un pianeta, un punto che sfreccia solo e senza sosta nelle profondità astrali.

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,
su quell’immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!
Su quell’immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.
Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:
se mi si svella, se mi si sprofondi
l’essere, tutto l’essere, in quel mare
d’astri, in quel cupo vortice di mondi!
veder d’attimo in attimo più chiare
le costellazïoni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!
precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d’un millennio ogni momento!
di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;
forse, giù giù, via via, sperar… che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,
di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio! [9]

Qui si innesta in Pascoli una volontà di cadere, di precipitare, di annullare il proprio essere sotto la spinta della sola gravità. L’angoscia per il senso di vuoto e di mancanza di fronte all’immensità del cosmo è unita alla consapevolezza quasi scientifica, termodinamica, del disfacimento del mondo e dell’inessenzialità delle cose.
Giacomo Leopardi giunge alla stessa conclusione seguendo un percorso diverso. Ne “la Ginestra” il poeta si dedica ad una descrizione paesaggistica delle lande desolate, segno della arida distruzione attorno al Vesuvio. Rispetto ad un componimento giovanile l’ ”Infinito”, non c’è una siepe ad ostacolare lo sguardo e pertanto il poeta non si abbandona all’immaginazione, restando saldamente ancorato alla realtà, al vero. Egli solleva piano lo sguardo cercando l’orizzonte, dalle coste al mare, fino al cielo stellato.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo?

Il cielo causa nel poeta una inversione di prospettiva, frutto di una grande consapevolezza e razionalità: le stelle sono immense, ma appaiono come un punto, per la grande distanza. Oltre ad esse ce ne sono altre, c’è la Via Lattea, pur sempre composta da stelle, ma così lontana da apparire “nebbia”. E allora, dal loro sperduto punto di vista, come appaiono gli astri vicini a noi? Come si presentano il Sole e il Sistema Solare? E infine cosa ne è della Terra? La risposta è data: “o sono ignote”, o “paiono un punto di luce nebulosa”, con tutte le implicazioni che tale affermazione assume nei confronti del genere umano e della propria discendenza.

Tutte queste riflessioni hanno accompagnato l’umanità per secoli, ed erano comuni, a diversi gradi, sia al poeta, sia al popolano. Il cielo stellato poteva essere guida, spettatore, immensità da ammirare, soggetto da ritrarre o forse persino interlocutore. Il contadino, levatosi prima dell’alba, nella notte, conosceva le costellazioni, sapeva che quel gruppo particolare di stelle aveva un nome, gli era stato tramandato dai padri, di generazione in generazione. Fino alla metà del Novecento anche nelle città scendeva la notte e le volta celeste si rivelava agli occhi dei suoi abitanti. Oggi l’illuminazione urbana, sparata in eccesso, in modo dissennato, in tutte le direzioni e senza regola e non solo in basso, dove è funzionale, ha cancellato questo grande spettacolo a disposizione di tutti. Ma prima ancora che ce ne accorgessimo, prima che gli astrofili iniziassero a denunciare, a costituirsi in associazioni per la tutela della notte, fu la letteratura a parlarne.
Siamo negli anni sessanta e Italo Calvino pubblica una serie di novelle, prima sulle pagine dell’Unità, il giornale del PCI, poi le raccoglie in un libro, intitolato “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città”. In una di esse, Luna e Gnac, il protagonista è all’aperto, di notte.

La notte durava venti secondi, e venti secondi il Gnac. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi stelle che più si guardavano più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo visto in fretta in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell’insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il Gnac.
Il Gnac era una parte della scritta pubblicitaria  Spaak-Cognac sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient’altro. La luna improvvisamente sbiadiva, il cielo diventava uniformemente nero e piatto, le stelle perdevano il brillio,  e i gatti e le gatte che da dieci secondi lanciavano gnaulii d’amore muovendosi languidi uno incontro all’altro lungo le grondaie e le cimase, ora, col Gnac, s’acquattavano sulle tegolea pelo ritto, nella fosforescente luce al neon.

 

Le descrizioni di Calvino lasciano intendere una certa dimestichezza con il cielo, la stessa di Marcovaldo, animo in cerca della Natura nella realtà d’una grande metropoli, che in mezzo a questa tempesta di impressioni, tenta di insegnare ai figlioli la posizione dei corpi celesti, lamentandosi al contempo dell’inquinamento luminoso provocato dall’insegna, che maledice.

– Quello è il Gran Carro, uno due tre quattro e lì il timone, quello è il Piccolo Carro, e la Stella Polare segna il Nord. […]
– Magari! – scappò detto al padre, – andasse in pezzi! Vi farei vedere il Leone, i Gemelli…

Michelino, il figlio di Marcovaldo, prende alla lettera il padre e tira con la fionda, mandando in frantumi l’insegna luminosa.

– Aaah! – gridarono tutti e la cappa del cielo s’alzò infinitamente stellata su di loro.
Marcovaldo, interrotto a mano alzata  nello scapaccione che voleva dare a Michelino, si sentì come proiettato nello spazio. Il buio che ora regnava all’altezza dei tetti faceva come una barriera oscura che escludeva laggiù il mondo dove continuavano a vorticare geroglifici gialli e verdi e rossi, e ammiccanti occhi di semafori, il luminoso navigare dei tram vuoti, e le auto invisibili che spingono davanti a sé il cono di luce di fanali. Da questo mondo non saliva lassù che una diffusa fosforescenza, vaga come un fumo.
E ad alzare lo sguardo non più abbarbagliato, s’apriva la prospettiva degli spazi, le costellazioni si dilatavano in profondità, il firmamento ruotava per ogni dove, sfera che contiene tutto  e non la contiene nessun limite, e solo uno sfittire della sua trama, come una breccia, si apriva verso Venere, per farla risaltare sola sopra la cornice della terra, con la sua ferma trafittura di luce esplosa e concentrata in un punto.
Sospesa in questo cielo, la luna nuova anziché ostentare l’astratta apparenza di mezzaluna rivelava la sua natura di sfera opaca illuminata intorno dagli sbiechi raggi d’un sole perduto dalla terra, ma che pur conservava – come può vedersi solo in certe notti di primavera – il suo caldo calore.
E Marcovaldo, a guardare quella stretta riva di luna tagliata là tra ombra e luce, provava una nostalgia come di raggiungere una spiaggia rimasta miracolosamente soleggiata nella notte.

 

Spenta la luce molesta, contenuta quella urbana non dannosa, si aprono i cieli. Non si potevano trovare parole migliori per concludere.

 

di Massimiliano Romanello, Segreteria FGCI Roma

 

 

 

[1] G. Leopardi. Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII.

[2] La questione in realtà è più complicata. Al giorno d’oggi, la posizione del polo nord celeste è univoca e si trova a circa mezzo grado da α Ursae Minoris, che pertanto assume la denominazione di Stella Polare. Ma non è sempre stato così. A causa della precessione degli equinozi, dovuta all’attrazione gravitazionale della Luna e del Sole e alla non perfetta sfericità della Terra, l’asse terrestre percorre una circonferenza,  e indica nel corso dei millenni un diverso polo nord celeste. Ai tempi della guerra di Troia esso si trovava in mezzo alle due orse, al confine con la Minore. L’abilità del navigatore consisteva nel tenere sempre a mente, nel corso della notte, la direzione da seguire, in base allo spostamento relativo dell’Orsa Maggiore, costellazione nota e ben visibile.

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Disco_di_Nebra

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/SN_1054#cite_note-4

[5] Galileo Galilei, Sidereus Nuncius, 1610.
In questo passo Galilei descrive l’incredibile aumento del numero di stelle accessibili per mezzo del cannocchiale che, avendo una maggiore area rispetto alla pupilla umana – il cui diametro massimo è 7mm – consente di raccogliere più luce, svelando anche gli astri invisibili. L’espressione “stella di prima/seconda grandezza” è un riferimento alla scala delle magnitudini, introdotta dall’astronomo Ipparco di Nicea e usata anche ai giorni nostri. Minore è il valore della magnitudine, maggiore è la luminosità apparente della stella. Una stella di magnitudine 1 è circa 2.512 volte più brillante di una di magnitudine due, la quale è circa 2.512 volte più brillante di una stella di magnitudine 3 e così via, in modo tale che con una differenza di cinque magnitudini, un astro appaia cento volte più luminoso di un altro. La magnitudine più alta accessibile a occhio nudo è, in condizioni ottimali, quindi in assenza di inquinamento luminoso, la sesta. Il secondo e più potente cannocchiale di Galileo, di 51mm di diametro, poteva, in via del tutto teorica, raggiungere la decima.

[6] Giovanni Verga. I Malavoglia. Capitolo XV

[7] Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno, Canti di Castelvecchio, 1903.

[8] Giovanni Pascoli, La mia sera, Canti di Castelvecchio, 1903.

[9] Giovanni Pascoli, La vertigine, Nuovi Poemetti, 1909.