Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale del 4 marzo, la campagna elettorale ripropone nuovamente il tema del taglio delle tasse. In tutto lo spettro politico italiano non c’è partito che non dica di voler mettere mano alla fiscalità generale, riducendone il peso per favorire la ripresa economica. Nella coalizione di centro-destra viene proposta la flat tax, ossia un’aliquota unica del 25% che raggruppi tutte le principali imposte del nostro sistema tributario, rimuovendo i diversi scaglioni attualmente presenti.

La proposta, formulata dall’Istituto Bruno Leoni, ha le sue radici nella rivoluzione neoliberale dei primi anni ottanta, della quale furono emblematici il repubblicano Ronald Reagan negli Stati Uniti e la conservatrice Margaret Thatcher nel Regno Unito. Aldilà dell’aspetto etico-morale di un tale sistema fiscale, su cui, ricorda l’ex ministro dell’economia Vincenzo Visco, vi è un dibattito che risale ai tempi dell’Atene di Solone [1], ciò che è fondamentale sottolineare sono i suoi palesi connotati di classe.

Nella proposta dell’Istituto Bruno Leoni si legge:

 – All’Istituto Bruno Leoni abbiamo elaborato una proposta di riforma così sintetizzabile: (1) una sola aliquota – pari al 25% – per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (Irpef, Ires, Iva, sostitutiva sui redditi da attività finanziarie); (2) abolizione dell’Irap e dell’Imu; (3) introduzione di un trasferimento monetario – il “minimo vitale” – differenziato geograficamente, indipendente dalla condizione professionale dei singoli ma non incondizionato e contestuale abolizione della vigente congerie di prestazioni assistenziali o prevalentemente assistenziali; (4) ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (ed in particolare della sanità) mantenendo fermo il principio della gratuità del servizio per la gran parte dei cittadini ma imputandone, ai soli cittadini più abbienti, il costo (in termini assicurativi) e garantendo loro contestualmente il diritto di rivolgersi al mercato (opting out).[2] – 

I punti 3 e 4 risultano i più discriminanti per le classi subalterne. Il sussidio monetario verrebbe conferito agli incapienti, ossia a chi si trovi sotto quello che la proposta definisce il “minimo vitale”. Tale sussidio però, e qui sta l’attacco al welfare, sarebbe condizionato dal taglio della spesa sanitaria e di quella volta alle prestazioni assistenziali attualmente esistenti. I costi della sanità andrebbero così a gravare sulle famiglie o gli individui percettori di un reddito 5 volte superiore al minimo vitale. Come, però, hanno sottolineato Massimo Baldini e Silvia Giannini su lavoce.info, un sistema fiscale così strutturato favorirebbe una “trappola della sanità”, ovvero il tentativo, da parte delle classi medio-alte, di restare al di sotto della soglia, tramite l’evasione fiscale, in modo da evitare di assumersi il carico degli oneri sanitari, andando così a gravare ulteriormente sul bilancio dello Stato [3].

L’attacco alla spesa sanitaria e alla spesa sociale non è l’unico aspetto di classe della flat tax. Qualora divenisse realtà, un sistema fiscale basato su un’aliquota unica favorirebbe ancor di più lo squilibrio nella distribuzione del reddito, promuovendo ancora di più lo spostamento della ricchezza verso l’alto. Baldini e Giannini, a tal proposito, dimostrano come una coppia di lavoratori dipendenti del Nord con due figli e un reddito di 40 mila euro annui vedrebbe aumentare il proprio reddito solamente di 268 euro, mentre la stessa famiglia con un reddito più che doppio andrebbe a guadagnare quasi 9 mila euro.

Un taglio delle tasse così pesante per le classi più abbienti produrrebbe una drastica perdita di gettito fiscale, andando a compromettere pesantemente il bilancio dello Stato. Laura Pennacchi, in un articolo sul manifesto dello scorso luglio [4], calcola che le perdite per le casse statali ammonterebbero a circa 95 miliardi di euro, producendo quello che viene chiamato “starving the beast” (“affamare la bestia governativa”). Ovviamente, un buco di tale entità andrà coperto con drastici tagli alla spesa pubblica, in particolare quella sociale, ai servizi pubblici, al welfare, alla sanità, all’istruzione. Un attacco feroce, diretto a quelle classi subalterne che da quelle voci di spesa vengono tutelate.

Ma l’ossessione, a destra come a sinistra, del taglio delle tasse non mette in luce gli aspetti strutturali della disuguaglianza presente nella società. Sempre Laura Pennacchi, dalle pagine del manifesto [5], lo scorso novembre ha evidenziato come il tema della disuguaglianza non riguardi solamente la sfera distributiva bensì anche, e soprattutto, quella della produzione. Il trend della disuguaglianza è infatti legato ai processi di finanziarizzazione neoliberale che hanno rivoluzionato la sfera della produzione: oggi, spiega Pennacchi, la capacità predatoria dello 0,1% di appropriarsi di sempre maggiori fette della ricchezza prodotta è consentita dalla loro posizione nel processo di produzione. Inoltre, grazie a dei meccanismi specifici frutto delle nuove tecnologie, come lo stock buybacks e gli incentivi non salariali ai manager (es. stock options), questi ultimi propendono per profitti a breve termine, deprimendo gli investimenti e con essi la crescita economica.

Il focus sulla leva fiscale e sulla tassazione non va quindi a colpire i nodi strutturali che caratterizzano, e alimentano, la disuguaglianza sociale. Ciò che andrebbe sviluppato è perciò un piano di lavoro pubblico, finalizzato alla creazione di una piena occupazione di qualità, un piano di investimenti pubblici volto a migliorare la produttività di un intero sistema produttivo e un sistema fiscale progressivo, come sancito dalla nostra Costituzione.

di Valerio Spositi

Riferimenti

[1] Vincenzo Visco, “Flat tax, un conto pesante per i ceti medi”, Il Sole 24 Ore, 28 giugno 2017, testo disponibile al sito: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-06-28/un-conto-pesante-i-ceti-medi-195655.shtml?uuid=AEzpQsnB&refresh_ce=1

[2] Nicola Rossi, “Una «flat tax» al 25%, via Irap-Imu: fisco più semplice e più equo”, Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2017, testo disponibile al sito: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-06-25/una-flat-tax-25percento-via-irap-imu-fisco-piu-equo-104142.shtml?uuid=AEFvzSlB

[3] Massimo Baldini e Silvia Giannini, “Chi guadagna e chi perde con la flat tax”, lavoce.info, 14 luglio 2017, testo disponibile al sito: http://www.lavoce.info/archives/47866/guadagna-perde-la-flat-tax/

[4] Laura Pennacchi, “Piano d’investimenti pubblici e tasse, nodi ineludibili per la sinistra”, il manifesto, 22 luglio 2017, testo disponibile al sito: https://ilmanifesto.it/piano-dinvestimenti-pubblici-e-tasse-nodi-ineludibili-per-la-sinistra/

[5] Laura Pennacchi, “Contro la disuguaglianza non basta la leva fiscale”, il manifesto, 22 novembre 2017, p. 15.

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