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Lo stalking e la lotta alla violenza di genere

When a Woman says No, She Means It

Non tutte le storie vanno a buon fine. La mia è finita portandomi fuori dall’Italia, lontano dalla mia casa, lontano dalla mia famiglia.

Amavo tanto quell’uomo, e il mio amore mi si girò contro, lasciandomi più sola e più demoralizzata di quanto non fossi  stata prima.

Dieci anni fa entrò nella mia vita con tutta la sua timidezza, la sua voglia di essere amato e questo mi disarmò.
Poi mi raccontò della sua patologia, che ci legó ancora di più.

Per 10 lunghi anni mi fece intorno terreno bruciato,allontanandomi da tutte le mie amiche, diceva che non facevano per me.

La mia famiglia ha vissuto il mio cambiamento, da solare e allegra che ero diventavo giorno dopo giorno sempre più triste, spegnendomi sempre di più, per 10 lunghi anni.

Una sera mentre cenavamo mio fratello mi guardò negli occhi, non lo faceva spesso, grazie a quell’uomo avevo alzato una barriera anche con lui.

Da quello sguardo mi si aprì il mondo, mi rividi nei suoi occhi per quella che ero, e per quella che ero diventata.

Non mi piacque ciò che vidi.

Presi il telefono, quella sera lo lasciai, per la prima volta, lui pianse, si disperó. Il giorno dopo venne a minacciarmi al negozio dove lavoravo, dovevo tornare con lui, altrimenti avrebbe fatto del male alla mia famiglia. Non ci ho creduto e sono andata avanti per la mia strada fin quando non iniziò a seguirmi sempre più spesso.

Iniziarono ad arrivare telefonate anonime a tutte le ore della notte e del giorno. Quando per l’ennesima volta cambiai numero di cellulare iniziò a telefonare a casa facendo preoccupare sempre di più i miei genitori.

Andai da mio fratello e gli dissi che volevo farci pace, tornare con lui.
Avevo troppa paura per loro e per me, le varie denunce non mi portavano a nulla, avevo perso la mia serenità, così mio fratello mi mostrò una lettera indirizzata a me arrivata quella mattina, era una proposta di lavoro.

Quando realizzai che mio fratello aveva mandato richieste di lavoro per me, lontano, lontano da quell’uomo che tanto avevo amato ma che era diventato il mio incubo più grande, avrei dovuto arrabbiarmi, mentre invece per la prima volta mi sentii libera.

Non è stato facile andare via.

Mi sono fatta una promessa, quella di tornare e non avere più paura, ormai il terrorismo psicologico non ha più effetto su di me, sono un’altra persona oggi e ho una nuova forza, quella che non sapevo di avere, quella che attingo tutti i giorni dalla mia famiglia.

 

Questa storia, che fonde in sè elementi di fantasia a fatti realmente accaduti,non si discosta dalla realtà dei fatti in cui la donna rischia ogni giorno di trovarsi.

Secondo la relazione della Commissione parlamentare sul Femminicidio,negli ultimi quattro anni i casi di stalking sono cresciuti del 45%,un dato certamente poco confortante a cui si aggiunge l’aumento,in Italia,dei casi di Femminicidio,più del 25%.

Lo stalking,alla pari di ogni forma di violenza di genere, è il frutto della società patriarcale in cui viviamo.

In essa la donna, anche quando non è vittima di tali violenze, partorite dalla mente malata di certi elementi, diviene un vero e proprio oggetto, la cui posizione di sudditanza rispetto all’uomo non può essere messa in discussione,altrimenti rischia la sopraffazione violenta di chi non vuole che i ruoli abbiano la giusta equità.

A ciò si aggiunge la paura di affrontare non solo il proprio persecutore,ma anche i giudizi di una società che sembra essere tornata indietro nel tempo, in cui il patriarcato trova la sua prima “àncora”,dimenticando quella stagione di lotte,avvenute nel secolo scorso, che hanno portato ad abbattere quelle secolari differenze di ruolo e di genere (L’uomo fonte di reddito e la donna ad occuparsi della casa).

Di tale arretramento culturale ne è complice l’attuale sistema capitalista, la seconda “àncora” del patriarcato,il cui individualismo e la sopraffazione economica dei soggetti più deboli, si è sposato e ha favorito ben volentieri l’atteggiamento neo-conservatore della nostra società, indebolendo ogni forma di stato sociale e stroncando quindi ogni nuovo sviluppo nell’emancipazione economica e sociale della donna.

La lotta alla violenza di genere non può che passare nella difesa e nell’estensione dei diritti economici e civili.
Ciò può avvenire solo contrastando e rovesciando, culturalmente e politicamente, il sistema neoliberista,ormai garante della regressione culturale che ha pervaso la nostra società e in cui la violenza di genere ha ritrovato terreno fertile.
Tale lotta, oltre a quelle presenti nel mondo del lavoro e dei saperi, deve unire ad essa  anche quelle dei migranti.

di Imma Romano e Antonio De Caro, FGCI Napoli