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I giovani russi votano comunista

Per gli osservatori stranieri, le elezioni presidenziali russe sono state scontate e noiose. Come previsto, Vladimir Putin è stato rieletto: niente di nuovo visto che è al potere in Russia da ormai 18 anni. A seconda delle opinioni, sempre le stesse da anni, il suo spettacolare e previsto 76.7% (56.4 milioni di voti, +21% rispetto al 2012) dimostra la sua duratura popolarità quale leader della riscossa russa oppure i brogli e le manipolazioni di un’elezione fondamentalmente viziata.

Abbiamo quindi deciso di parlare col Dott. Vyacheslav Tetekin, il principale consigliere politico del Segretario del Partito Comunista della Federazione Russa Gennady Zyuganov. Incontriamo questo veterano di campagne elettorali la mattina delle elezioni, in cui anche questa volta ha svolto un ruolo di primo piano.  Ci troviamo prima della chiusura dei seggi ed ignorando quale sarà il risultato del candidato comunista, Pavel Grudinin: arriverà secondo coll’11.8% e 8.7 milioni di voti. Anche se meno di quanto preso da Zyuganov nel 2012 (17.2% e 12.3 milioni di voti), questo risultato lo renderebbe comunque felice.

Tetekin è conscio che il sistema è schierato contro I comunisti: “Il sistema elettorale russo è praticamente basato sulla frode. C’è una forte manipolazione, a cominciare dalla commissione elettorale.” Tetekin enumera quindi una serie di modi con cui varie autorità indirizzano il voto. Per esempio, si offrono 10.000 rubli ad impiegati pubblici poco pagati per fare gli scrutatori ai seggi facendogli capire che non li si richiamerà più se il voto nel loro seggio sarà “deludente”. Altrimenti, si possono far fare ai servizi sociali o agli infermieri visite a domicilio in cui si ricorda di votare Putin, magari offrendo aiuto per andare fino al seggio. Nella peggiore delle ipotesi, si può sempre costringere i lavoratori a fotografare il proprio voto e spedirlo ai propri manager. Inoltre, un sistema mediatico controllato da Putin si aggiunge alla lunga fila di ostacoli per chiunque corra contro il Presidente. Non sorprende dunque che Tetekin ci dica onestamente di non essere molto interessato ai risultati, nonostante non ci si aspetterebbe un tale commento da un consigliere di spicco del principale partito d’opposizione in Russia. Tetekin sospetta addirittura che si voglia creare ad arte un declino dei comunisti e che quindi si forgino i risultati per far finire Grudinin terzo dietro al Liberal Democratico Vladimir Zhirinovsky, la cui violenta retorica nazionalista non gli ha mai impedito di votare docilmente secondo I dettami di Putin (ad urne chiuse Grudinin prenderà più del doppio di Zhirinovsky).

Tetekin è quindi più interessato alla campagna elettorale in sé, che non al risultato finale. Ci dice infatti che il Partito Comunista è rimasto “sorpreso dal supporto popolare ricevuto” e da come la campagna si sia diffusa capillarmente. “Si dice che solo i vecchi votino comunista, solo i nostalgici dell’URSS che stanno morendo uno alla volta. In verità, è l’opposto: gli anziani son il principale bacino elettorale di Putin”. Al contrario, i giovani sono la fascia d’età che più di tutte vota comunista e tale tendenza politica si accentua tra i nativi digitali attivi su Internet.

“Con gli standard di vita in declino, la gente cerca scuse per il lungo dominio di Putin: è scaltro, è scafato. Sono tutte idiozie. Putin si può spiegare in modo razionale, marxista, unicamente con i prezzi del petrolio: quando successe a Yeltsin (1° gennaio 2000) erano a 18 dollari al barile, per poi salire fino a 120 dollari al barile. Il grosso è finito nelle tasche di oligarchi e amici degli amici, ma qualcosa è finito anche nelle tasche della gente comune. Quando poi i prezzi sono crollati a 40 dollari al barile, c’è stato il panico nelle stanze dei bottoni. Ora sono risaliti, ma non abbastanza e la gente lo sente sulla sua pelle: educazione e sanità sono sempre più care e non se ne vede la fine. Forse per questo i giovani sono più propensi a votare per qualcosa di diverso: sono stanchi del governo di Putin”.

Certamente, questo desiderio di diversità ha influenzato anche il Partito Comunista. Chiediamo dunque a Tetekin perché non sia stato candidato Zyuganov anche questa volta; il segretario del partito è lui alla fine. “Il Compagno Zyuganov è stato sul palcoscenico della politica per 25 anni: non dico che sia stanco, ma il Paese ha bisogno di nuove facce. Per cinque, sei elezioni abbiamo avuto gli stessi candidati: Putin, Zyuganov, Zhirinovsky e Yavlinsky. Grudinin non è un membro tesserato del Partito Comunista (e nemmeno Putin lo è di Russia Unita), ma è un socialista convinto, è più giovane ed ha avuto successo gestendo il Sovkhoz Lenin (una fattoria collettiva su base cooperativa, famosa e vicina a Mosca).” Inoltre, Zyuganov preferiva Grudinin tra i due possibili candidati presentati al comitato centrale, nessuno dei quali era membro del partito.

Questa estraneità non preoccupa Tetekin: “Grudinin è un socialista e non v’è dubbio su questo. Il socialismo in sostanza è la prima fase del comunismo”. Inoltre, Tetekin evidenzia la necessità per i comunisti d’uscire dal proprio orticello e costruire un’alleanza tra tutti i progressisti: “Il nostro elettorato di riferimento comprende anche tanti piccoli imprenditori, le cui piccole aziende o laboratori artigiani sono stati distrutti dagli oligarchi e dai loro affari. Questa è gente che ha imparato sulla propria pelle che non esiste un libero mercato: il capitale monopolista spazza via tutto”.

A sentire come Tetekin descrive l’impatto di Putin sulle classi lavoratrici, sembra dunque ironico che la stampa straniera definisca il Partito Comunista un’opposizione di regime, pronta a genuflettersi davanti al Governo, citando in tal riguardo il suo supporto, parziale, alla politica estera putiniana. “La Russia ha svolto un ruolo molto positive in Siria; è indubbio che abbiamo salvato quel Paese dalla barbarie dello Stato Islamico. Tuttavia, ciò è accaduto troppo tardi: la Russia non avrebbe dovuto permettere la distruzione di Jugoslavia, Iraq e Libia. Anche se non si trattava di stati socialisti, esse erano pur sempre nazioni indipendenti. Solo quando è arrivato il turno della Siria, Putin ha realizzato che ci stavano deprivando di alleati. L’intervento in Siria viene solo dopo una lunga lista di fallimenti nella politica estera putiniana.”

“C’è poi la questione della Crimea, anche se ha sempre fatto parte della Russia. L’attuale geografia politica dell’Ucraina è in realtà il prodotto di logiche interne all’Unione Sovietica. Poco dopo la Rivoluzione d’Ottobre Lenin decise di allargare la base proletaria del Bolscevismo in Ucraina, ancora contadina, annettendovi amministrativamente le zone russofone ed industrializzate dell’Est (Donbass, Kharkov, Dnepropetrovsk). Nel 1939 poi, Stalin annetté la Galizia, in precedenza austro-ungarica e polacca, che si è poi dimostrata terreno fertile per i fascisti. La Crimea infine fu trasferita solo negli anni ’50 da Khrushchev”. Tetekin ci dice poi che i comunisti sono addirittura più fermi nello spingere per un maggior supporto alla resistenza antifascista in Ucraina, definendo il Cremlino come timido sull’argomento.

Allo stesso modo, Tetekin non è convinto che dietro l’avvelenamento di Skripal in Inghilterra vi sia Putin. “Sono un forte oppositore di questo Governo, ma sono certo che la Russia non abbia niente a che fare con questo caso. Cui prodest? Non certo alla Russia: questa è l’ultima cosa che Putin vuole dopo gli scandali del doping, la caccia alle streghe in America e con la Coppa del Mondo in arrivo”. Al contrario, Tetekin scommetterebbe che siano il Governo inglese a guadagnarci; una rinnovata russofobia potrebbe aumentare la coesione intra-europea e semplificare i negoziati della Brexit, permettendo anche di brandire come traditore il Leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn per chiedere cose sovversive come i risultati dell’indagine. Dopo tutto, doppiogiochisti come Skripal sono sempre sotto controllo sia dei servizi russi che di quelli inglesi.

Per il resto, non ha tempo per il Governo. Quando menzione che certi a sinistra in Europa considerano Putin come un miglioramento rispetto a Yeltsin, s’inalbera: “È ancora la stessa cosa che con Yeltsin! Il sistema di Yeltsin è ancora al potere; la stessa ideologia, lo stesso stile, spesso le stesse persone. La manifattura è stata distrutta; Putin parla di nuovi missili, ma le componenti sono straniere, i macchinari sono stranieri. La Russia deve re-industrializzarsi e cambiare.”

Gli chiediamo come debba avvenire questo cambiamento. “La gente sente che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato e quindi il cambiamento arriverà dal basso. Noi speriamo che venga attraverso le urne, ma se tutto dovesse continuare come adesso il cambiamento verrà nelle strade.

di Ben Chacko,

articolo pubblicato sul Morning Star e su People’s World (tradotto da Frunze)