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Tiro mancino: Trattativa Stato-Mafia

di Gennaro Chiappinelli , Segreteria FGCI Roma e Dipartimento Naz.le Giustizia e Antimafia

Il  20 Aprile 2018 entra di diritto nelle date storiche della lotta alla mafia.

A Palermo si è affermato che la Trattativa Stato-Mafia vi fu, ed è la prima volta che succede.        Diciamocelo: che la Trattativa ci fosse stata era già chiaro a molti, ma il fatto che essa venga accertata in una sentenza, anche se di primo grado, segna una svolta cruciale. Uno schiaffo a chi ancora oggi sostiene l’inesistenza degli accordi che dopo le stragi del ’92 e del ’93 portarono lo Stato a intavolare una trattativa con gli esponenti mafiosi.

I nomi dei protagonisti sono già noti a chi mastica di queste vicende: spiccano l’immancabile Marcello Dell’Utri, gli allora vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex capitano dei carabinieri De Donno, Antonino Cinà oltre all’allora boss Leoluca Bagarella. Condanne a vario titolo e a varie pene, che però nel loro insieme disegnano lo schema di contatti che negli anni ’92 ’93 e ’94 portarono le cariche dello stato a trattare con i vertici della mafia, la Cupola.

In questo schema i rappresentanti delle forze dell’ordine avrebbero avviato la trattativa, portata poi a compimento con l’aiuto di Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e fedelissimo di Berlusconi. Il reato contestato è quello di “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato” rubricato al numero 338 del codice penale.  Sentenza accolta dai pm impegnati nel processo, in primis Di Matteo e Tartaglia senza dimenticare Teresi e Del Bene. Di Matteo,titolare dell’inchiesta dall’inizio, ha riconosciuto l’importanza storica della sentenza, oltre a segnalare i rapporti intercorsi tra i vertici mafiosi e in particolare il primo Berlusconi politico.

Su queste dichiarazione si è scatenata la furia di Forza Italia, che minaccia querele. Un tiro mancino subito da chi cerca di fare chiarezza e rinsaldare il legame di fiducia tra istituzioni e cittadini lesionato proprio dai sospetti che aleggiano sulla questione della trattativa.

I rappresentanti dello Stato, Mori, Subranni e De Donno avrebbero inoltre ricevuto un trattamento eccessivamente duro, che ignora il servizio da loro reso come servi dello Stato. Questa critica va condannata, perché è proprio dal legame con le istituzioni che la mafia ricavava e ricava gran parte della sua forza. Soprattutto in un momento evolutivo in cui la mafia da “serbatoio di voti” diventa protagonista politica, influenzando lo Stato e in alcuni casi presentando i propri esponenti per rinsaldare quel legame emerso il 20 Aprile ma che insanguina e debilita il nostro Paese ormai da decenni. Gli esponenti delle istituzioni, proprio in quanto tali, andrebbero (salvo ribaltoni in 2° Grado) condannati duramente. Come ricordato, è necessario ripristinare il legame di fiducia tra istituzioni e cittadini, legame rotto proprio dalle scelte degli uomini che rappresentano le prime, scesi a patti con chi tramite la minaccia e l’aura di intoccabilità soggioga i secondi. Un tiro mancino realizzato da quegli uomini a danno delle istituzioni.         Fa bene ricordare invece l’assoluzione per Nicola Mancino,  ministro dell’ Interno in quegli anni bui, per il quale non sussiste il reato contestato di falsa testimonianza.

Una sentenza che eventualmente tornerà alla ribalta in giudizio di 2° grado, ma che va annoverata tra quelle storiche dell’antimafia. Per la prima volta si conferma con una sentenza che la Trattativa vi fu, e che a condurla furono pezzi importanti dello Stato e della politica. Dal 20 aprile, la lotta alla mafia acquisisce un ulteriore elemento di certezza,  grazie al lavoro di pm come Di Matteo che meritano la nostra solidarietà rispetto agli attacchi loro rivoli. Proprio perché se una parte dello Stato è soggetta a infezioni, vi è anche una parte sana che andrebbe tutelata da tutti, aldilà dei colori politici.

Si diceva, la sentenza resa il 20 Aprile rappresenta l’evoluzione di una realtà in potenza a una realtà in atto. L’attestazione di fatto che per chi si occupa di mafia non poteva che essere evidente anche prima del 20 Aprile 2018.

Se il 20 Aprile è destinato a rimanere impresso negli annali, c’è un’altra data tristemente celebre ma non meno importante: il 30 Aprile 1982 veniva assassinato dalla mafia Pio La Torre, dirigente del PCI autore nel 1976 di una preziosa relazione di minoranza insieme ad altri parlamentari, nella quale già  si coglie la denuncia del  legame ricercato tra mafia e Stato.

La lotta alla criminalità organizzata si muove su due binari, uno giudiziario: la recente sentenza prende atto dell’esistenza di una Trattativa tra Stato e Mafia cui parteciparono gli stessi esponenti delle istituzioni, e l’ingresso di un tale elemento nel panorama giuridico potrà avere effetti importanti  su tutto il sistema giuridico;l’altro politico:  la legge n646 dell’82 che aggiunse all’art 416 del codice penale il celebre 416-bis porta anche il nome di La Torre, e non è un caso. La politica deve fornire alla giustizia gli strumenti per poter agire incisivamente, e solo da questa collaborazione potrà venire sradicato il fenomeno mafioso che infetta il nostro Paese, ha preteso le vite di giudici e uomini politici, ma proprio per quei sacrifici si è indebolito. Il 30 Aprile 1982 e il 20 Aprile 2018 sono collegati da un filo rosso che passa per altre date cruciali, è nostro compito non reciderlo e mantenerne vivo il ricordo.

Dobbiamo ricordare che uomini delle istituzioni hanno fatto tiri mancini alle istituzioni stesse, e con esse ai cittadini che in quelle istituzioni si riconoscono, ma allo stesso tempo ci sono stati e ci sono uomini che il tiro mancino l’hanno fatto ai danni delle associazioni criminali.

Se l’Italia è il Paese della mafia, come ricordava Giancarlo Caselli,è anche vero che l’Italia è il Paese dell’Antimafia.