Per fare gli auguri ad un giovanotto di duecento anni è bene interrogarsi sul suo stato di salute. Come sta Marx? Il nostro tempo ha ancora bisogno della sua lezione? E qual è l’atteggiamento prevalente del nostro tempo nei suoi confronti?

Cominciamo dalla fine.

Rispetto al florilegio di becchini proprio degli anni Novanta (quando, a seguito della caduta dei regimi socialisti nell’Europa dell’Est, la moda prevalente era quella di celebrare il funerale di Marx e del comunismo, di proclamare la storia finita ed il comunismo una pericolosa illusione del passato) sembra che, con la crisi che dal 2007 ha colpito il capitalismo, anche sui giornali della borghesia questo clima di fiducia nei confronti delle magnifiche sorti e progressive del capitale si sia smarrito e che, d’un tratto, la silhouette di un uomo con la barba sembri fare nuovamente capolino nel dibattito pubblico.

La Banca d’Inghilterra, illustri settimanali anglosassoni o anche la meno nobile informazione quotidiana di casa nostra, tutti sono concordi nel dire che «Marx aveva ragione», con i seguenti argomenti: l’innovazione tecnologica è utilizzata dal capitale per espellere un numero sempre maggiore di lavoratori dai processi di produzione; le crisi del capitalismo si mostrano come fisiologiche, connaturate alla natura di questo modo di produzione; esse sono sempre più violente e profonde e l’uscita da una crisi prepara la crisi successiva. Il modo di produzione capitalistico, insomma, spinge sempre più le sue contraddizioni fino alla barbarie.

Marx merita senza ombra di dubbio tutte queste attenzioni. Forse ne meriterebbe molte di più. Sembra infatti che si tenda a costruire una troppo facile «icona pop» di Marx, nella quale viene meno tutto l’impeto trasformativo di uno scienziato sociale che intendeva essere tutt’altro che un «profeta», ma un rivoluzionario.

La stampa borghese ha le sue regole. Si può ricordare il rivoluzionario di Treviri purché al ricordo di un Marx incontrato come profeta o come filosofo nel giardino del pensiero non si dia alcun seguito politico. Si può ricordare Marx come critico di questo mondo, ma si deve isolare l’icona del santo dalle sorti del movimento che dalla sua prassi ha avuto origine. Si può dire, se tutto va bene, che il comunismo un giorno verrà, perché tutte le società possono vivere e crepare, purché si sposti l’alba del sol dell’avvenire in un futuro remoto. Il capitalismo ha i secoli contati.

Al ricordo religioso di Marx, d’altra parte, troppo spesso si accompagna una totale delegittimazione che si rivolge contro i tentativi di superamento del capitalismo avvenuti nel Novecento o che si verificano tuttora, come la rivoluzione russa o quella cinese. Si verifica, cioè, quella che Domenico Losurdo ha definito una «fuga dalla storia» e l’approdo alla religione, al culto dei martiri, all’ascetismo cristiano.

La risposta alla domanda: “qual è l’atteggiamento prevalente del nostro tempo nei confronti di Marx?” non può che essere quella che si poteva dare già più di cento anni fa.

Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce.

(Lenin, Stato e rivoluzione)

Ma veniamo al nostro Marx.

Nell’articolo Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, Lenin definì il marxismo come il successore della filosofia classica tedesca, dell’economia politica inglese, del socialismo francese. L’opera di Marx sta lì a mostrare come il confronto-scontro con queste tre tradizioni di pensiero, confronto-scontro strettamente legato alla nascita ed alla formazione del movimento operaio internazionale, sia il perno centrale di tutta la sua attività: dalla formazione filosofica giovanile, all’incontro coi socialisti francesi, allo studio dell’economia politica classica.

Marx ereditò dalla filosofia classica tedesca ed in particolare da Hegel la dialettica, scoprendone il nucleo razionale entro il guscio mistico. La dialettica dà conto del movimento contraddittorio della realtà ed in particolare della realtà del modo di produzione capitalistico, mostrando come siano le stesse condizioni create dalla produzione capitalistica a rendere possibile il suo superamento.

Marx si confrontò con l’economia politica classica con un esame critico delle sue categorie. Questo esame critico era volto a demistificare la pretesa dell’economia politica classica di presentarsi come una scienza fatta di leggi naturali ed eterne: si trattava di mostrare, cioè, che determinati rapporti sociali e di produzione sono propri di un’epoca storica, di una determinata formazione sociale, che cioè non saranno destinati a restare tali per l’eternità. Non è eterna la divisione del lavoro, non è eterno il rapporto sociale lavoro salariato-capitale, non è eterno il denaro, non è eterno il modo di produzione capitalistico.

Gli economisti hanno una singolare maniera di procedere. Per loro non ci sono che due tipi d’istituzione, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi naturali. In questo ricordano i teologi che stabiliscono due tipi di religione. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini mentre la loro è un’emanazione di Dio.

(Karl Marx, Miseria della filosofia)

Le leggi di sviluppo del capitalismo, invece, mostrano non solo la sua instabilità (che sfocia nelle crisi) ma anche il suo fondamentale antagonismo di classe, nonché le potenzialità del suo superamento.

Basta guardare il mondo che ci è attorno e come proprio questo carattere antagonistico, l’accumularsi di miseria da un lato e ricchezza dall’altro, sia ancora lo scenario nel quale ci muoviamo. Quindi sì, il nostro tempo ha bisogno proprio della sua lezione. De nobis fabula narratur.

È questo che differenzia il socialismo di Marx e di Engels dalle teorie socialiste con le quali essi si confrontano: la centralità della lotta tra le classi. La lotta di classe non è qualcosa «da fare»: non avviene la lotta di classe solo quando una classe si arma e ne depone un’altra. La lotta di classe è connaturata al funzionamento stesso del modo di produzione capitalistico e per questa ragione sono utopistici sia i progetti volti a far tornare indietro le lancette della storia, per trovare il comunismo nell’ascetismo cristiano e nella comunione della miseria, sia i progetti che pretendono di instaurare il socialismo tramite la concordia, la pacificazione tra le classi, il riformismo.

Solo in un ordine di cose in cui non vi saranno più classi e antagonismo di classe, le evoluzioni sociali cesseranno d’essere delle rivoluzioni politiche.

(Karl Marx, Miseria della filosofia)

Il socialismo di Marx è un socialismo che trae dalla modernità le premesse per un superamento dello sfruttamento e della miseria, essendo fondato sulla ricerca nelle condizioni materiali, nei rapporti sociali di produzione, nella comprensione della contraddizione in movimento che il modo di produzione capitalistico è, della possibilità di un intervento pratico per la trasformazione dei rapporti sociali. C’è ancora tanto da apprendere ed i tentativi di costruzione di una società socialista costituiscono parte di questo processo d’apprendimento, ma il progetto intrapreso da Marx – a duecento anni dalla nascita del Moro – ha ancora una lunga strada davanti a sé, nell’impegno non solo ad interpretare il mondo, ma a trasformarlo.

BUON COMPLEANNO,
KARL MARX!

di Salvatore Favenza, FGCI Campania

 

Nota bibliografica.

In quest’articolo si rimanda implicitamente o esplicitamente ai seguenti scritti di Marx:

  • Tesi su Feuerbach, in Karl Marx, Friedrich Engels, La concezione materialistica della storia, a cura di Nicolao Merker, Editori Riuniti, Roma 1998
  • Miseria della filosofia, tr. it. di Enzo Agozzino, in Karl Marx, Le opere che hanno cambiato il mondo, a cura di Newton Compton, Roma 2011, pp. 145-239
  • Prefazione a Per la critica dell’economia politica, in Karl Marx, Le opere che hanno cambiato il mondo, cit., pp. 546-549
  • Il Capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo. Il processo di produzione del capitale, in Karl Marx-Friedrich Engels, Opere complete, Vol. XXXI, Tomo primo, a cura di Roberto Fineschi, La Città del Sole, Napoli 2011

I seguenti scritti di Lenin:

  • Che cosa sono gli «Amici del popolo» e come lottano contro i socialdemocratici, in Lenin, Opere scelte in due volumi, Volume I, Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1949, pp. 71-122
  • Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, in Lenin, cit., pp. 53-57
  • Stato e rivoluzione, nelle Opere scelte it. di Editori Riuniti, Roma 1965, consultato online qui: https://www.marxists.org/italiano/lenin/1917/stat-riv/sr-1cp.htm

Ed al seguente scritto di Domenico Losurdo:

  • Fuga dalla storia. La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi, La Scuola di Pitagora, Napoli 2012
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