di Giuseppe Mannino, FGCI Catania

“Il comunismo non è oggetto di libera scelta intellettuale o vocazione artistica, è una necessità materiale e psicologica.”
(Peppino Impastato)

La notte del 9 maggio 1978 a Cinisi pochi prestano attenzione al ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Su quel piccolo paesino siciliano si è abbattuta un’altra più grave tragedia: vengono ritrovati sparsi, per le campagne, i resti del corpo di un giovane uomo. Si tratta di Giuseppe Impastato (05/01/1943 – 09/05/1978), noto alla comunità cinisense per la militanza nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Un impegno politico che gli costerà la vita.

Peppino aveva fama presso i suoi compaesani di essere un “rompi scatole”, proprio perché utilizzava la politica come mezzo di aggregazione degli ultimi contro i potenti. E in Sicilia due categorie di uomini detengono – ieri come oggi – le sorti della popolazione: mafiosi e politici. Peppino aveva ben compreso il dialogo fra queste due categorie e lo denunciava apertamente dalla sede della sua radio libera, Radio Aut. Nel farlo egli utilizzava delle informazioni accurate ed un’ironia sprezzante: due armi che rendevano Peppino non un semplice giornalista antimafia, ma un pericolo per tutta l’organizzazione mafiosa.
Pericoloso lo era davvero: fu in grado di capire le vere ragioni della costruzione della terza pista all’aeroporto di Punta Raisi, che sarebbe servita per rafforzare il narcotraffico fra l’isola mediterranea e gli Stati Uniti, gestito da un’immensa rete criminale capeggiata da Gaetano Badalamenti, capocosca di Cinisi e vicino di casa di Peppino. Il giovane, conscio della pericolosità di tale progetto, insieme a Danilo Dolci mise in piedi una grandiosa protesta non-violenta che portò quasi all’interruzione dei lavori del progetto. La mafia sapeva di poter contare sull’appoggio di alcuni esponenti politici e non prestò attenzione alla protesta ed ai suoi ideatori. Peppino prese allora ulteriore consapevolezza: la rivoluzione che avrebbe liberato il popolo siciliano doveva arrivare nei palazzi del potere.

Fu così che prese una decisione: si sarebbe candidato alle elezioni comunali del 1978 a Cinisi, con la lista di Democrazia Proletaria. Tenne numerosi comizi nei quali denunciava i rapporti fra la politica e la cosca di Tano Seduto (questo il soprannome che Peppino aveva dato a Badalamenti); l’ultimo si tenne due giorni prima che venisse assassinato.

La strada che portò alla verità sulla sua morte fu impervia: per più di vent’anni le autorità etichettarono la sua morte come un suicidio o come causa di incidente. Secondo l’Arma dei Carabinieri Peppino sarebbe saltato in aria mentre preparava un atto terroristico. Tale motivazione venne subito ritenuta assurda: Peppino non era un violento e non avrebbe mai utilizzato il tritolo per fare politica.

Soltanto nel 2001 la verità verrà a galla grazie all’impegno delle madre, Felicia Bartolotta, e di numerose associazioni che chiesero chiarezza sulla morte del giovane siciliano. Saranno così condannati i boss Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti.
Questa è la coraggiosa storia del compagno Impastato, una storia che noi della FGCI di Catania ricordiamo e commemoriamo tutt’oggi, nonostante siano passati quarant’anni dalla sua morte; la quale ci dimostra come l’impegno rivoluzionario dei giovani possa far tremare i potenti.
La federazione catanese della FGCI parteciperà con tutte le sue forze alla manifestazione di giorno 9 a Cinisi, per dimostrare ancora una volta al potere criminale e mafioso che i “rompi scatole” non si fermano. Mai.

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