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Il 4 marzo e la transizione del dopo voto

Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.”

Sono queste le ore in cui la profezia di Antonio Gramsci prende corpo. Il 4 marzo è stato sconfitto il sistema politico complessivo, generato nella cosiddetta “Seconda Repubblica“, che si è alternato alla guida del Paese nel corso degli ultimi 25 anni circa. E’ stato, in particolare, archiviato il sistema imperniato sulle forze parlamentari che ha governato la fase più acuta della crisi economica e politica in Italia, datata inizialmente al 2011. Esse hanno governato in sostanziale continuità, in ossequio pedissequo all’ideologia liberista che innerva i trattati e le politiche europee. Si è trattato di una continuità sostanziale, nelle politiche concretamente adottate, e sostanziale, nelle forme di governo espresse nelle “larghe intese” e nella coalizioni trasversali. Il 4 marzo ha confermato la rottura politica di questa continuità, già espressa con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

L’euro è il centro del conflitto

Non sfuggono a nessuno le sostanziali ambiguità che contraddistinguono il “contratto” frutto della convergenza tra la Lega ed il Movimento 5 stelle (la stessa denominazione della convergenza politica, propria del lessico del diritto che regola gli interessi dei privati, ben rappresenta l’impostazione politica-ideologica di una simile convergenza politica…). Quello che certamente si può affermare è che una parte della società italiana, compresa parte della borghesia nazionale del nostro Paese, abbia scelto di scommettere in una tale convergenza e di sostenere una linea critica nei confronti della UE. Non più quindi equilibri politici fondati sulla base di una “protesta“, ma qualcosa di diverso, qualcosa di più. Il nome di Paolo Savona (e la sua disponibilità) a ricoprire la carica di Ministro dell’Economia di un tale governo conferma queste evidenza. Ciò non toglie le già citate ambiguità e la probabile difficoltà ad immagine un percorso di rottura immediato con il vincolo monetario europeo. Tuttavia, la sola messa in discussione del tabù dell’euro è bastata per generare una pressione internazionale esercitata da parte di UE e mercati finanziari, di portata pari a quella del 2011, sul nostro Paese ed, ancora una volta, sul Presidente della Repubblica.

La scelta di Mattarella: l’abuso della funzione presidenziale e la post democrazia

Grave appare la scelta del Presidente della Repubblica di porre un veto sul nome proprio di Savona. Non sono bastate le parole rassicuranti dello stesso ministro mancato, diffuse nella mattinata del 27 maggio, e rivolte ai suoi critici. Il peccato originario della messa in discussione del dogma intoccabile della moneta unica ha ispirato il veto del Presidente della Repubblica, per esplicita affermazione dello stesso Mattarella. Quest’ultimo, infatti, non ha ritenuto di contestare nessun altro nome dei componenti il governo 5 Stelle/Lega. Compreso quello di Matteo Salvini alla giuda degli Interni: una nomina che, certamente, avrebbe potuto cozzare non poco con i principi sanciti dalla nostra Costituzione, in virtù di quanto previsto in tema di ordine pubblico e immigrazione dal “contratto” oramai celeberrimo. Le chiare parole di Mattarella hanno specificato alle orecchie di tutti l’impossibilità di affidare l’incarico di Ministro dell’economia a chiunque immagini l’Italia fuori dalla moneta unica, per garantire gli interessi degli “investitori” internazionali (un altro modo per riferirsi all’esoterico mondo dei mercati finanziari).

Non sulle libertà costituzionalmente garantite, non sui diritti fondamentali contenuti nella Costituzioni, ma contro una determinata posizione politica si è scagliato il veto di Mattarella. Non ricordiamo, da parte del Presidente, un’ altrettanta diretta e perentoria presa di posizione quando la Costituzione fu oggetto delle attenzioni riformatrici (in senso chiaramente deteriore) ad opera di una maggioranza parlamentare trasformistica e, prima ancora, eletta con una legge elettorale illegittima secondo la pronuncia della Corte costituzione. La scelta odierna di Mattarella, come rilevato da eminenti costituzionalisti mai stati compiacenti nei confronti delle posizioni del duo 5 Stelle/Lega, rappresenta un abuso della funzione presidenziale. Ma è anche di più: è il tentativo di mettere fuori dalle dinamiche politico-istituzionali, di mettere “fuori legge”, qualsiasi posizione radicalmente critica con il dogma della moneta unica e con il dogma della irreversibilità dell’ Unione europea e dei suoi vincoli (per altro, nel momento storico in cui questo si rivela un falso clamoroso, Brexit docet).

Non ci sono terze posizioni: scegliere il lato della barricata

La vicenda consumata in queste ore dimostra che posizioni ambigue, di comodo, conciliative nei confronti del giudizio dell’Unione europea non hanno più nessuno spazio vitale e nessun fondamento logico. L’Unione Europea dimostra oggi chiaramente al popolo italiano tanto la sua irriformabilità, quanto la sua impermeabilità alle istanza democratiche degli Stati, delle istituzioni democratiche e dei popoli. E’ in corso una normalizzazione del Paese, non dissimile da quello che è accaduto nella Grecia di Syriza, che può portare a conseguenza persino inimmaginabili oggi. Avremo modo di ritornare su quanto accaduto, ma appare oggi prioritario compiere delle scelte di fondo inequivocabili: stare dalla parte della Istituzioni democratiche, della sovranità dello Stato per inverare i contenuti della Costituzione, della sovranità popolare; porsi contro il dominio dell’economia sulla politica, contro le imposizioni UE e dei mercati. Assumere queste parole, significa porre la premessa per poter esercitare, da parte dei comunisti in primis, un ruolo nella fase di transizione che si è aperta. La fine di un vecchio assetto politico può corrispondere ad una fase di conflitto per liberare il Paese dai vincoli che affliggono il nostro popolo, quelli UE in primis. Scegliere la chiarezza, in questo frangente, significa impedire che la lotta contro l’Unione europea sia, a livello di massa, monopolio dei gattopardi della borghesia italiana che vorrebbero sostituire l’oppressione delle catene dell’austerity con quelle della distruzione dello Stato sociale e con l’aumento dei privilegi dei potenti, attraverso la Flat tax; la precarietà dilagante del Jobs Act con quella fondata sulla compressione generale dei salari generata dal reddito di cittadinanza dei Cinque stelle. Impedire che la transizione che si è aperta sia monopolizzata da uno scontro di potere tra sole componenti diverse delle classi dominanti. Occorre esserci nella transizione: per impedire al vecchio di perpetrarsi, per aiutare il nuovo a nascere, per sconfiggere i mostri. Per la democrazia e per far vivere la prospettiva di una società diversa.

di Francesco Valerio della Croce, Segretario nazionale FGCI