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Dal Pd a Di Maio: cosa c’è dietro il loro salario (al) minimo?

Da alcuni anni sempre più frequentemente torna alla ribalta il tema della fissazione ex lege di un salario minimo orario garantito. Non è una rivendicazione sconosciuta al movimento dei lavoratori: il progressivo avanzamento della retribuzione oraria (accompagnata alla rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario) è un punto fermo della storia secolare della lotta sociale sul piano mondiale.

Stupisce, allora, che negli ultimi anni una simile parola sia stata fatta propria da personaggi che non si sono propriamente distinti per la loro propensione all’estensione dei diritti dei lavoratori. Un esempio per tutti: gli esponenti del PD. E’ di poche ore fa la proposta di Maurizio Martina della fissazione della soglia del salario minimo mensile a quota 1000 euro. Stupisce, però, che l’attuale segretario del Pd dimentichi che, al governo, il suo presidente del Consiglio Renzi propose un livello di garanzia salariale mensile minima pari a 600 euro. Nulla di impressionante: è il Pd di opposizione che cerca di riciclarsi dandosi una spruzzata di giustizia sociale addosso. Ma l’effetto della simulazione dura poco perchè, come ampiamente dimostrato dal popolo italiano il 4 marzo, non c’è memoria corta che possa dimenticare i disastri combinati fino a pochi mesi addietro dai novelli(ni) paladini del salario.

La proposta di minimo salariale orario viene oggi presentata dal neoministro del lavoro Di Maio, in un incontro coi riders, una delle nuove forme di sfruttamento totale praticato dalle multinazionali dei servizi. Il Movimento 5 stelle, in realtà, non è nuovo alla proposta di livelli salariali minimi. E’ una logica assai affine al reddito di cittadinanza proposto dai grillini.

Non sono noti i dettagli della proposta di Di Maio, tuttavia viene difficile essere ottimisti dalle premesse di partenza: la ratio del reddito di cittadinanza a 5 stelle, così come la proposta avanzata da Renzi durante gli anni del suo governo, si caratterizzano per la previsione di un livello minimo salariale che si aggira intorno agli appena 600/700 euro mensili, decisamente più in basso della media già sufficientemente bassa del livello salariale generale attuale.

La proposta così presentata si inserisce esattamente nella logica dell’abbattimento del costo del lavoro che, nel quadro delle compatibilità europee, rappresenta la sola strada per la permanenza a livelli di “compatibilità” nel mercato europeo ed internazionale. Insomma, la fissazione del minimo salariale, tanto più dopo la liberalizzazione dei licenziamenti arbitrari a tutto vantaggio dello strapotere contrattuale dei padroni, può rappresentare oggi persino un arretramento sul piano dei diritti generali del lavoro, costringendo ad una riduzione generalizzata del livello dei salari. Un salario, insomma, al minimo.

Noi comunisti dobbiamo lottare, e ancora di più oggi che una tale proposta si ripresenta nel dibattito pubblico, per accompagnare un’ adeguata previsione di livello salariale minimo (che non può assolutamente attestarsi ai 600/700 euro attualmente in campo) inserita in un quadro di rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori, intanto attraverso ripristino ed estensione dell’art. 18 e con la riaffermazione della centralità della contrattazione collettiva.

Se è vero che il governo “giallo-verde” è da sfidare sui temi e sulla questione sociale principalmente, noi non ci faremo trovare impreparati.

di redazione