Home in evidenza Del “Decreto dignità”: come Di Maio finge di abolire il Jobs Act

Del “Decreto dignità”: come Di Maio finge di abolire il Jobs Act

Tanto tuonò che piovve: l’avevamo richiesto, l’avevamo chiamato, l’avevamo interrogato e alla fine ha risposto. Di Maio è vivo e vegeto, questo Paese ha un Ministro del Lavoro. Peccato che si pronunci solo quando si tratta di rubare la scena al suo collega all’Interno.

Il ministro del Lavoro Di Maio ha annunciato la volontà di firmare il “Decreto dignità”. I grandi giornali nazionali si sprecano: “Via il Jobs act” titola il Corriere della Sera. Ma cosa porta il giornale più importante della borghesia italiana ad commento così tanchant? Il fatto che il ministro 5 stelle ha deciso di reintrodurre la “causale” obbligatoria per i contratti a tempo determinato. Un passo avanti, rispetto all’attuale condizione dei rapporti di lavoro assolutamente sbilanciata a favore della controparte padronale.

Ma basta veramente questo per parlare di cancellazione del Jobs Act? Assolutamente no. E si fa presto a dimostrarlo: è noto che, quando la causale nel contratto a termine era obbligatoria, la legge disponesse un’apposita sanzione nel caso di inidoneità della stessa, cioè la conversione del contratto nella sua forma a tempo indeterminato. Una misura netta e assolutamente volta alla tutela delle ragioni dei lavoratori, il più delle volte assunti per svolgere vere e proprie mansioni di un rapporto a tempo indeterminato.

Ma è proprio qui che si nasconde la fregatura a 5 stelle: mentre fino all’avvento della riforma del lavoro renziana il contratto di lavoro a tempo indeterminato godeva di una tutela particolare rappresentata dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori che impediva i licenziamenti arbitrari (tutela, in verità, già pesantemente colpita dalla riforma Fornero del 2012), oggi – con la piena liberalizzazione dei licenziamenti per motivo economico – questo tipo di tutela non esiste più. Non esiste più, sostanzialmente, la garanzia di un lavoro stabile che per decenni ha contraddistinto il rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Non è un caso che sia così. E’ stato, tra gli altri, anche questo il fine del Jobs Act: utilizzare il nuovo contratto a tutele – a parola – “crescenti” (ma, in verità, totalmente assenti) per impedire che i precedenti contratti a tempo determinato (il 90% dei quali erano illegittimi per vizi relativi al contratto stesso) oggetto di sanzione venissero convertiti nella loro tipologia a tempo indeterminato corrispondente. Con tutte le tutele precedenti alla riforma Renzi ed alla riforma Fornero.

E’ pertanto evidente come lo spot di Di Maio non cambi di una virgola nella sostanza il Jobs Act. Non è dato nemmeno sapere, inoltre, se sarà riproposta nemmeno la sanzione rappresentata dalla conversione del contratto in tempo indeterminato. Se il ministro del lavoro vuole essere veramente un ministro del “cambiamento” è bene che cominci a colpire il cuore del Jobs Act: cominci ripristinando l’art. 18, ponendo fine allo sbilanciamento contrattuale a favore delle imprese e dei padroni, cancellando la piena libertà di licenziare per motivo economico. Se non lo farà, come al momento non fa, sarà solo un banale apprendista dei suoi predecessori.

Deludenti, infine, le sue parola sulle morti sul lavoro quotidiane. Finalmente il ministro ha trovato qualche minuto per occuparsene, ma la soluzione trovata sembra – anche in questo caso – più uno spot che una rivoluzione, lanciato lì proprio per occupare qualche minuto di chiacchiera: Di Maio annuncia l’assunzione di 1000 nuovi ispettori del lavoro. Anche qui, un passo in avanti, che se non accompagnato da un contenimento della mano libera lasciata ai privati nei confronti dei lavoratori e delle loro vite, risulterà inutile a ridurre anche di una sola vittima la strage giornaliera che si verifica nei luoghi di lavoro del nostro Paese.

di Redazione