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Foodora lascia Italia per non rispettare i diritti? Vada pure a… sfruttare via

A bicycle and a delivery bag with the logo of Foodora a Berlin-based online food delivery company, part of the emerging 'gig economy' is seen in Paris, France, April 6, 2017. Picture taken April 6, 2017. REUTERS/Gonzalo Fuentes

Risulta quasi sorprendente l’immediata limpidezza di talune dichiarazioni passate con disinvoltura tra i fogli della stampa, dalle apparenze innocue, ma che inconsapevolmente svelano il volto – e la natura del profitto – che si cela dietro alla grande illusione che prende il nome di gig economy .

Gianluca Cocco, amministratore delegato di Foodora Italia, ha così accolto le notizie riguardanti il “decreto dignità” , targato Di Maio, con cui si intende regolamentare la condizione dei riders, i fattorini che, per consegnare cibo a domicilio, da qualche tempo affollano in bicicletta le vie delle nostre città:

“Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia.”

E ancora:

“Il decreto ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato. Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso.”

Chiarissimo. Dunque fin quando alle multinazionali è concesso di servirsi, per fini di profitto, di lavoratori privi di tutele, pagati a cottimo e senza aumenti salariali in caso di condizioni climatiche avverse, tutto va bene. Diversamente, quando si prospetta il superamento della generica condizione di “collaboratore” per riconoscere finalmente dei diritti ad una intera categoria di giovani sfruttati, ecco che l’azienda fa le valigie per spostarsi altrove.
Si tratta dell’ennesima, inaccettabile evidenza di un sistema economico che subordina la dignità umana al profitto, offrendo servizi che mettono al centro dell’attenzione il consumatore, viziato e riverito, a scapito del lavoratore, umiliato e offeso.

Schierandoci con forza al fianco dei lavoratori e contro ogni sfruttamento, sostenendo le lotte per l’emancipazione del lavoro e i diritti sociali, per una retribuzione adeguata, dignitosa, per i pieni diritti contrattuali, invitiamo il lettore volenteroso a seguire il nostro esempio suggerendo ai managers di Foodora, se sono proprio decisi a lasciare l’Italia, un bel posto dove andare…

 

di Massimiliano Romanello, Segreteria FGCI Roma