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Approvazione DEF: il cambiamento è rimandato mentre Salvini, Conte e Di Maio si inchinano alla UE

GIUSEPPE CONTE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SERGIO MATTARELLA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LUIGI DI MAIO VICE PRESIDENTE CONSIGLIO MATTEO SALVINI VICE PRESIDENTE CONSIGLIO

Un bell’inchino pieno è quello che ha eseguito ieri la maggioranza del “cambiamento” alla Camera dei Deputati nei confronti delle prescrizioni dell’Unione europea. Ieri, infatti, è arrivata la prima approvazione del Documento economico finanziario 2018, che tira le somme delle politiche del governo uscente e propone quelle previste dal nuovo governo per il triennio 2019 – 2021.

Il primo atto economico significativo approvato dalla maggioranza su cui si regge il governo del cambiamento, in realtà, il cambiamento non lo ha visto nemmeno nella punteggiatura: infatti, il DEF approvato dalla maggioranza è lo stesso elaborato dall’ex ministro Padoan dell’ex governo Gentiloni.

Si dirà: non poteva essere altrimenti, visto il ritardo con cui viene approvato il documento (che, secondo la legge, deve essere approvato e inviato a Bruxelles entro il 30 aprile dell’anno). Ma queste sono osservazioni da azzeccagarbugli: la prova della continuità sostanziale all’impianto liberista che ha caratterizzato i precedenti governi – sotto l’egida dell’Unione europea – sta nella risoluzione della maggioranza Lega/5Stelle che ha accompagnato l’approvazione del DEF alla Camera.

In essa, non si trova alcuna traccia di discostamento dalle porcherie in materia economica e sociale realizzate dal governo Renzi.

La risoluzione, poi, impegna il governo:

“a) a presentare al Consiglio europeo e alla Commissione europea un aggiornamento del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma ai sensi della lettera d), in armonia con l’indirizzo politicoeconomico emerso dal programma di governo presentato al Parlamento per la fiducia;
b) ad assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle
clausole di salvaguardia inerenti l’aumento delle aliquote IVA e delle accise su benzina e gasoli;
c) ad individuare le misure da adottare nel 2018 nel rispetto dei saldi di bilancio ed a riconsiderare in tempi brevi il quadro di finanza pubblica nel rispetto degli impegni europei per quanto riguarda i saldi di bilancio 2019-2021;
d) ad individuare gli interventi prioritari necessari per dare attuazione alle linee programmatiche indicate dal Presidente del Consiglio dei ministri nelle sue comunicazioni alle Camere e su cui ha ottenuto la fiducia, sottoponendo tempestivamente tali nuovi indirizzi all’approvazione parlamentare e presentando quindi al Consiglio europeo e alla Commissione europea un aggiornamento del Programma di stabilità e del Programma nazionale di riforma.”

Insomma, per quanto riguarda “la ciccia” delle promesse in campo economico e sociale del governo Conte tutto rimandato a data da destinarsi. Ciò che invece e certo e sancito nero su bianco già da questo primo atto è il rispetto pieno dei vincoli economici d’emanazione comunitaria. Una dichiarazione programmatica che contraddice totalmente quanto prospettato dal governo Conte all’atto della fiducia ricevuta dalle Camere.

E infatti: il reddito di cittadinanza? Forse, tra due/tre anni. La riduzione delle tasse? Per le imprese subito, per le famiglie, forse, l’anno prossimo. Quota cento per andare in pensione? Solo per chi avrà maturato molti anni di contributi versati, pochissimi interessati quindi. Per quanto riguarda il resto, non c’è traccia nei primi atti della maggioranza.

Insomma, i suonatori sono cambiati ma la musica sembra la stessa dal governo Monti in poi: suonarle alle classi popolari.

di Redazione