Home Home Critica sociale e lotta di classe in letteratura e cinema: Fight Club.

Critica sociale e lotta di classe in letteratura e cinema: Fight Club.

La riflessione che segue ha origine dalla considerazione che le opere del cinema e della letteratura offrono, nelle loro diverse declinazioni, uno spaccato della società a cui appartengono, con i suoi miti e le sue contraddizioni. I temi affrontati, le ambientazioni e perfino le scelte stilistiche vanno interpretati alla luce del sentire comune, dell’ideologia, delle possibilità offerte dalla tecnica, delle aspettative e delle segrete inquietudini, dei dilemmi morali di un’epoca. Costituiscono pertanto un ritratto, un frammento di tempo estremamente ricco e variegato che, proprio grazie alla particolare e spiccata sensibilità del regista o dello scrittore, può offrire una chiave di lettura privilegiata per comprendere non solo la sfera della finzione, ovvero il soggetto ritratto nel film o nel romanzo, ma anche la realtà materiale in cui l’opera è stata concepita ed elaborata.

La domanda da cui trae spunto questo articolo è semplice e retorica. È possibile che delle istanze egualitarie, più o meno articolate, prendano piede a partire dal rifiuto dei prodotti più estremi del capitalismo e dell’occidentalizzazione, ovvero le disuguaglianze stridenti e il consumismo totalizzante e alienante che caratterizzano l’attuale società?
La risposta è affermativa ed è affidata a un vero e proprio cult, Fight Club, romanzo d’esordio dello scrittore americano Chuck Palahniuk, ambientato negli Stati Uniti degli anni novanta e da cui è stato tratto l’omonimo film di David Fincher, con Brad Pitt e Edward Norton.
Il protagonista di Fight Club è un modesto impiegato d’ufficio, uno dei tanti individui di quell’esercito formicolante di lavoratori che affolla autobus e tram giorno feriale dopo giorno feriale, in una grande città metropolitana, destinato a condurre un’esistenza, in ossequio alla propria passiva quotidianità, che vede come unico, tangibile segno del trascorrere del tempo, il raggiungimento di traguardi socialmente imposti, cioè laurearsi, trovare un impiego, comprare una casa, trovare una moglie, riprodursi e morire. Ma ancora non ha famiglia e vive in “un appartamento al quindicesimo piano di un grattacielo, una sorta di archivio per vedove e giovani professionisti”, sovente deserto a causa dei frequenti spostamenti in aereo. Le descrizioni di Palahniuk, essenziali, sprezzanti, asettiche, sono in realtà dotate di una dirompente carica espressiva, tale da scardinare con cinismo e in poche battute tutti i dogmi della civiltà occidentale che si annidano anche nelle più piccole cose.

Abbiamo tutti la stessa poltrona Johanneshov con lo stesso disegno Strinne a strisce verdi. […] Abbiamo tutti le stesse lampade Rislampa/Har costruite con filo di ferro e carta ecologica, non sbiancata. […]
L’orologio Vild da anticamera, di acciaio zincato, oh, non avevo potuto farne a meno.
La consolle a ripiani Klipsk, oh, sì.
Le cappelliere Hemlig. Sì.
La mia parure coordinata Mommala. Disegnata da Tomas Harila e disponibile in quanto segue:
Violetto.
Fucsia.
Cobalto.
Ebano.
Antracite.
Bianco latte o vinaccia.
Una vita intera per comprare questa roba. […]
Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto.

Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te.[1]

In tema di arredamento, l’illusione che il mercato possa rendere l’intera vita personalizzabile e su misura e sia in grado di soddisfare le esigenze di ognuno, crolla nel contrasto con la realtà della generazione Ikea.  “Abbiamo tutti la stessa poltrona”, “Abbiamo tutti le stesse lampade” è il mantra ripetuto,  ovvero anche tra le mura domestiche, l’intimità della sfera individuale è, nella società del neoschiavismo consumistico, soggetta all’impietosa legge dell’omologazione.
Il tale ottica il protagonista è volutamente anonimo, a indicare una condizione di spersonalizzazione duratura e irreversibile. Egli è costretto per lavoro, a una vita del tutto disarticolata e solitaria, tra pasti veloci, scali in aeroporto, notti in hotel e brevi riposi. Nel settore automobilistico, la qualifica di coordinatore delle operazioni di ritiro dal mercato lo costringe a movimenti continui, in cui i contatti con il prossimo si riducono a brevi colloqui e al modesto scambio di battute che si può avere con gli altri passeggeri, in aereo.

Ti svegli all’Air Harbor International.
A ogni decollo e atterraggio, quando l’aereo s’inclinava troppo, speravo nello schianto. […]
Ti svegli all’O’Hare.
Ti svegli al LaGuardia.
Ti svegli al Logan.[2]

Specialmente nell’ambito lavorativo egli fai i conti con la gerarchia, nella posizione di lavoratore dipendente sommerso da una asfissiante passività. “È un modo terribile di viaggiare, questo. Vado alle riunioni al posto del mio capo, quando lui non ha voglia. Prendo appunti. Poi torno da voi.”
Nell’azienda la logica del profitto ha prevalso sui rapporti umani e semplici relazioni matematiche stabiliscono, in un mero rapporto di convenienza, l’azione da eseguire.

Se una macchina nuova costruita dalla mia ditta parte da Chicago in direzione ovest a sessanta miglia orarie e il differenziale posteriore si blocca e la macchina si schianta e tutte le persone intrappolate dentro finiscono arse vive, la mia ditta dà mandato per un ritiro dal mercato?
Si mette il numero dei veicoli nel campo A e lo si moltiplica per il coefficiente di probabilità di guasto B, quindi si moltiplica il risultato per il costo medio C di un indennizzo diretto senza causa in tribunale.
A per B per C uguale X. Questo è quanto verrà a costare se non ritiriamo le macchine.
Se X è maggiore del costo di un ritiro, ritiriamo le macchine ed è tutto sistemato.
Se X è minore del costo di un ritiro, allora non ritiriamo. [3]

Va da sé che in un simile contesto disumanizzante, egli sia tremendamente alienato. L’unico modo che ha per sfuggire allo stato di insonnia cronica, una sorta di sorda condanna, è fingersi malato e frequentare gruppi di sostegno per gente affetta da cancro ai testicoli, leucemia, tubercolosi, parassiti del sangue e del cervello. Solo in mezzo al dolore di chi sta per morire, di chi tira avanti “con quell’invisibile pistola puntata alla testa”, trova sollievo, solo così riesce a piangere e, in un annullamento catartico, a dormire.
Primo passo: negazione di sé.
Il nichilismo, uno dei temi centrali del romanzo, ovvero la volontà di nulla, di autodistruzione, è prima individuale, poi sociale. All’inizio si manifesta nel tentativo di sprofondare in un dolore senza fondo, per ritrovare un barlume di umanità poi, attraverso la violenza, è portato alle sue estreme conseguenze e assume caratteri di classe, con l’apertura del Fight Club, infine di massa, verso una vera e propria palingenesi della civiltà.

La rottura dell’equilibrio si ha al momento dell’incontro con Tyler Durden. Tyler lavora come cameriere, come proiezionista notturno nei cinema, produce e vende sapone, “il metro di misura della civiltà”. I due si danno appuntamento in un pub e, dalla discussione che ne segue, decidono di fondare un Fight Club, in un crescendo narrativo che ha il culmine nel sesto capitolo del romanzo, vero e proprio nucleo da cui Palahniuk fece scaturire il resto dell’opera.

Hai visto il ragazzo che lavora in copisteria, l’hai visto un mese fa questo ragazzo che non si ricorda mai di fare i tre buchi in un ordine o infilare le striscioline di carta colorata tra le serie di copie, ma questo ragazzo è stato un dio per dieci minuti quando lo hai visto sgonfiare un impiegato grosso due volte lui e montargli sopra e tramortirlo di cazzotti finché non è stato costretto a smettere. […]
Ogni volta che rivedi il ragazzo, non puoi dirgli quanto bene ha combattuto. […]
Quelli del fight club non sono quelli del mondo reale. Anche se tu dicessi al ragazzo della copisteria che è un combattente fenomenale, non parleresti alla stessa persona.
Quello che sono io al fight club non è uno che il mio capo conosce.
Dopo una sera al fight club ogni cosa del mondo reale si ridimensiona. Niente può farti più incazzare. [4]

Secondo passo: scissione individuale.

Il Fight Club è un gruppo segreto che si riunisce di notte, nei finesettimana, nello scantinato di un bar. È la scintilla che innesca la reazione, è lo sfogo violento di chi giace nel limbo, tra l’essere integrato e allo stesso tempo emarginato da un sistema che ha esaurito le possibilità di riformarsi. Il Fight Club è la rivolta dei ceti medio bassi, dei dipendenti d’ufficio, degli impiegati, dei giovani avvocati, dei camerieri, in generale dei traditi dal sogno americano, ovvero i piccoli professionisti ormai proletarizzati nell’epoca del capitalismo finanziario e i lavoratori urbani dell’industria dei servizi, impossibilitati alla scalata sociale costantemente promessa e sventolata.
La violenza è la risposta, per non “morire senza cicatrici”, perfettamente interpretata dalla figura antieroica di Tyler Durden, di chi vede la propria unica funzione storica solo come perpetuazione di un sistema, una risposta quindi ad uno stato di perenne frustrazione e mancata realizzazione individuale, all’impossibilità di superare l’inappagamento esistenziale dovuto ad un lavoro alienante ed estraneo e ad un’epoca emotivamente repressa. Nel dolore fisico l’individuo ritrova le emozioni, nello scontro con l’altro riscopre un’identità e la possibilità di riaffermarsi. La dialettica del combattimento sfocia in una situazione d’imperturbabile equilibrio: “Niente era risolto alla fine del combattimento, ma niente contava”.

Il Fight Club contiene in sé il primo germe di rivolta sociale. Significativi sono i brevi “haiku” composti dal protagonista a lavoro, dopo i primi finesettimana di lotta:

Api operiaie
E fuchi in libertà
Schiava la regina
[5]

Terzo passo: coscienza di classe individuale.

Nel frattempo, lui e Tyler, si sono “trasformati in guerriglieri dell’industria dei servizi. Sabotatori di cenoni”. Armati di pantaloni neri e camicia bianca, lavorano come camerieri “dove i titani e le loro mogli gigantesse bevono champagne a barili e si parlano urlando, ornati di diamanti più grossi di quanto mi sento io”. Il loro compito è semplice: insozzare gli alimenti che vanno serviti ai tavoli e una “dolce crema di pomodoro con coriandolo e vongole” finisce per diluire un certo quantitativo di urina di Tyler. L’embrione della lotta di classe è il sabotaggio.
Quarto passo: atto vandalico come risposta irrazionale all’ingiustizia sociale.

È da questo spirito che nasce il Progetto Caos (Progetto Mayhem nel film), diviso in quattro Comitati: Incendi, Aggressioni, Scherzi e Disinformazione. Nasce per alzare il tiro dopo che i Fight Club erano diventati sempre più numerosi e sparsi ovunque, dopo che la violenza era diventata assuefazione e gli uomini si erano induriti e forgiati con essa. Dal punto di vista di Tyler, la lotta serviva a conoscere sé stessi e quindi a prendere consapevolezza della propria forza. Ora non bastava più battersi con il prossimo. Occorreva sfruttare tutto il potenziale antisociale accumulato nel sedimentarsi e sedimentarsi del progresso della civiltà occidentale.

Quello che dice Tyler dell’essere una merda e gli schiavi della storia, così mi sentivo. Avevo voglia di distruggere tutte le cose belle che non avrei mai avuto. Bruciare le foreste dell’Amazzonia. Pompare clorofluoroidrocarburi in cielo a mangiarsi l’ozono. Aprire le valvole nei serbatoi delle superpetroliere e svitare i tappi sulle piattaforme petrolifere. Volevo uccidere tutti i pesci che non potevo permettermi di comperare e annerire le spiagge della Costa Azzurra che non avrei mai visto.
Volevo che il mondo intero toccasse il fondo.
[…] avrei voluto piantare una pallottola tra gli occhi di ogni panda in pericolo che si rifiuta di scopare per salvare la propria specie e ogni balena o delfino che molla tutto e va a spiaggiarsi. […] 
Per migliaia di anni gli esseri umani hanno incasinato e insozzato e smerdato questo pianeta e ora la storia si aspetta che sia io a correre dietro agli altri per ripulirlo. Io devo lavare e schiacciare i miei barattoli. E rendere conto di ogni goccia di olio di motore usato.
Tocca a me pagare il conto per le scorie nucleari e i serbatoi di benzina interrati e i residui tossici scaricati nel sottosuolo una generazione prima che nascessi. [6]

Quinto passo: negazione del mondo.

Anche il Progetto Caos è una organizzazione segreta e rigidamente regolamentata ma, invece di rivolgere la sua azione all’interno, come il Fight Club, la rivolge all’esterno. Sono azioni compiute da insospettabili dipendenti sul posto di lavoro, spesso rivolte contro l’ordine gerarchico, altre volte delle improvvisate in luoghi pubblici. La casa-saponificio in cui Tyler e il protagonista vivevano diviene una sorta di caserma per i candidati che, dopo uno specifico iter, venivano accettati nel Progetto e che avevano con sé il minimo indispensabile del corredo abbigliamento e una certa quantità di dollari in contanti per eventuali spese di sepoltura.  Si assiste ad un meccanismo di selezione: non più la semplice adesione individuale, ma una attenta valutazione della determinazione e dell’abnegazione del singolo per una causa superiore, ovvero l’annullamento dei traguardi della modernità per un ritorno ad uno stato di pre (o post) storia.
Sesto passo: formazione e selezione di una avanguardia rivoluzionaria.

Il saponificio di Paper Street diviene quasi un luogo di culto, il sapone ne scandisce la ritualità, con la sua forza allo stesso tempo creatrice e distruttrice e proietta la trama in un tempo lontano, agli albori della civiltà.

«Ascoltami» dice Tyler. «Apri gli occhi.»
«Nella storia antica» dice Tyler, «i sacrifici umani venivano celebrati su una collina sopra un fiume. Migliaia di persone. Ascoltami. Si facevano i sacrifici e i corpi venivano cremati su una pira. […]
«La pioggia» dice Tyler «è caduta anno dopo anno sulla pira bruciata e anno dopo anno si bruciavano persone e la pioggia filtrava attraverso le ceneri del legno per diventare una soluzione di lisciva e la lisciva si combinava con il grasso disciolto dei sacrifici e un efflusso denso e bianco di sapone è fuoriuscito dalla base dell’altare ed è sceso verso il fiume.» […]
Dove il sapone è caduto nel fiume, dice Tyler, dopo mille anni di gente uccisa e pioggia, gli antichi hanno trovato che i loro vestiti erano più puliti se li lavavano proprio lì. [7]

Il sapone misura il progredire della civilizzazione, il continuo avanzare verso uno stato di igiene maggiore, ma a costo di dolore e sofferenza. Il sacrificio come condizione necessaria per il progresso o genericamente, per il superamento di uno stato presente di cose, è l’idea cardine del Progetto Caos, in cui il rito di iniziazione avviene con una bruciatura chimica, cioè il bacio umido di Tyler sulla mano del nuovo adepto, sulla cui traccia viene poi versata della lisciva in scaglie.  Similmente la saponificazione è portatrice di distruzione in quanto da essa si può separare la glicerina, e da questa ottenere la nitroglicerina e ogni forma possibile di esplosivo. Questa religiosità di fondo spiega perché l’intero arco narrativo è costantemente spezzato da fulminee, apparentemente inspiegabili intrusioni di chimica. Palahniuk è il maestro che non lascia nulla al caso.

L’irreversibilità del Progetto Caos è palese fin da subito, fin dalla presentazione: “Volevamo liberare il mondo dalla storia” e il fine è “la completa e immediata distruzione della civiltà”. Il dissolvimento dell’individuo della società consumistica permane anche tra le file del progetto, si sublima in esso, con lo scopo di creare un esercito di “scimmie spaziali”, tutte uguali, tutte vestite di nero, tutte sacrificabili in nome di un futuro ordine anarchico, perché è solo con il sacrificio che si registra l’avanzamento dell’umanità.
E dopo le manomissioni dei manifesti pubblicitari, gli incendi dolosi, dopo le irruzioni con mazze da baseball nei concessionari, gli assalti ai bancomat, nascono comitati a valanga, in ogni città, ognuno segreto e col suo capo, indipendente dagli altri e pesantemente infiltrato in mezzo a imprese pubbliche e private.

Il finale del libro differisce da quello del film, ma la scena comune si consuma ai piani alti di un grattacielo con le fondamenta piene di nitroglicerina e i pilastri portanti rivestiti di gelatina esplosiva. Per millenni c’è stato un connubio tra architettura e potere, in cui la prima giustificava ed esprimeva il secondo. L’edificio più imponente aveva il significato di un maggiore potere temporale ai tempi del papato, economico o finanziario nelle società a capitalismo avanzato, dove i palazzi più alti appartengono alle banche d’investimento. Il crollo del Parker-Morris Building è, in Fight Club, il simbolo dell’ordine finanziario che deve essere violentemente abbattuto per ristabilire l’uguaglianza, perché “se si cancella la traccia dei debiti allora torniamo tutti a zero. Si crea il caos totale”.
Settimo passo: identificazione del nemico di classe e azione.

Facevamo colazione nella casa di Paper Street e Tyler mi ha detto di immaginarmi di piantare ravanelli e patate sul green della quindicesima buca di un campo di golf dimenticato.
Darai la caccia agli alci nelle valli boscose intorno alle rovine del Rockefeller Center e cercherai molluschi intorno allo scheletro dello Space Needle, inclinato di quarantacinque gradi. Dipingeremo sui grattacieli le figure di enormi totem e simulacri di divinità maligne e tutte le sere quel che resta del genere umano si ritirerà negli zoo abbandonati e si chiuderà a chiave nelle gabbie per proteggersi dagli orsi e dai grandi felini e dai lupi che di notte passeggiano e ci guardano dall’altra parte delle sbarre. […]
Sarà il Progetto Caos a salvare il mondo. Un’era glaciale culturale. Un secolo buio prematuramente indotto. Il Progetto Caos obbligherà l’umanità a entrare in catalessi o in fase di remissione il tempo necessario alla Terra per riprendersi. […]
«Immaginati» ha detto Tyler, «a far la posta all’alce dalle finestre dei grandi magazzini tra file puzzolenti di splendidi abiti da sera e smoking che vanno in malora appesi alle loro grucce, porterai indumenti di pelle che ti dureranno fino all’ultimo dei tuoi giorni e ti arrampicherai per i rami grossi come tronchi del kudzu rampicante che abbraccia la Sears Tower. Come Jack sulla pianta di fagioli, sbucherai dalla volta gocciolante della foresta e l’aria sarà così tersa che vedrai figure minuscole battere il granturco e disporre a
essiccare strisce di carne di cervo nella corsia d’emergenza vuota di una superstrada abbandonata che si allunga, larga otto corsie e torrida ad agosto, per mille chilometri. [8]

Diverse sono state le interpretazioni in chiave psicanalitica del romanzo di Palahniuk e delle opere derivate. Chi scrive si limita qui ad ipotizzare che i progressi tecnici e le relazioni sociali sempre più intricate, entro gli stringenti rapporti di produzione capitalistici, non permettano all’individuo il libero sfogo delle proprie pulsioni; il conseguente malessere e l’appiattimento totale sulla sfera del consumo, unitamente all’assenza di libertà sostanziale, si traduce in un accumulo di tutti i moti distruttivi che si finiscono per riversarsi violentemente contro il mondo che li ha generati.
In Fight Club, istanze egualitarie e proto-comuniste si fondono al primitivismo, al desiderio di ricongiungersi alla natura e al nichilismo che nega la ragione e permea tutta l’opera in una costante predica di annullamento e distruzione.
Il risultato, con il crollo di ogni volontà costruttiva è in verità, molto lontano dall’essere rivoluzionario. Anzi condivide il medesimo peccato originale che è comune a molti dei primi socialismi, già passati nelle cinghie della storia e al setaccio della critica. Nulla di nuovo insomma, ma si sa, gli scrittori fanno gli scrittori, i marxisti fanno i marxisti e senza nulla rimproverare al genio di Palahniuk, che ha postulato il tramonto di un sistema già negli anni d’oro dell’America di Clinton e il cui intento era sicuramente diverso dalla rivoluzione, riportiamo il seguente passo, tratto dal terzo capitolo del Manifesto del Partito Comunista:

«Ma,  quanto al contenuto positivo, questo socialismo o mira a ristabilire i vecchi mezzi di produzione e di scambio, e con essi i vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società, oppure vuole, con la violenza, rinchiudere di nuovo i moderni mezzi di produzione e di scambio nel quadro dei vecchi rapporti di proprietà, che quei mezzi appunto hanno spezzato e che dovevano essere spezzati! In tutti e due i casi esso è al tempo stesso reazionario ed utopistico.»

Come si legge, Marx e Engels compresero bene che la freccia del tempo non poteva essere invertita una volta che lo sviluppo delle forze produttive aveva scardinato dei rapporti di produzione obsoleti e storicamente determinati.
Ciò vuol dire che nell’epoca attuale, a questo stato di sviluppo,  non è possibile sfociare nella situazione di preistoria e di assenza di ordinamento e rapporti sociali perseguita in Fight Club dal Progetto Caos, a meno di non ricorrere alla totale distruzione di ogni risultato tecnico o scientifico, di ogni mezzo di estrazione di energia e materie prime, così come alla cancellazione per generazioni e generazioni di ogni conoscenza collettiva, in una sorta di scenario post apocalisse nucleare. In tal senso il movimento con a capo Tyler Durden è, se non del tutto impossibile, al tempo stesso utopistico e reazionario.
La conclusione è che, se da un lato in determinate condizioni e epoche storiche può avvenire la formazione spontanea di una coscienza di classe,  è altresì necessaria una operante teoria rivoluzionaria per superare gli innegabili limiti dello spontaneismo e le sue più o meno inquietanti derive, come il romanzo Fight Club può, in modo del tutto esemplare, testimoniare.

di Massimiliano Romanello, Segreteria FGCI Roma

 

[1] Chuck Palahniuk, Fight Club, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, Capitolo 5, pp. 42-43.

[2] Ivi, Capitolo 3, p. 22.

[3] Ivi, Capitolo 3, pp. 27-28.

[4] Ivi, Capitolo 6, p. 48.

[5] Ivi, Capitolo 8, p. 64.

[6] Ivi, Capitolo 16, pp. 130-131.

[7] Ivi, Capitolo 9, pp. 78-79.

[8] Ivi, Capitolo 16, pp. 131-132.