Home Home Trattativa Stato-mafia: “sentenza epocale”. Il commento esclusivo di Antonio Ingroia

Trattativa Stato-mafia: “sentenza epocale”. Il commento esclusivo di Antonio Ingroia

Due giorni fa, la Corte d’Assise di Palermo ha reso note le imponenti motivazioni della sentenza che ha scoperchiato il velo sulla nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”, nata sulla trattativa tra lo Stato e la mafia volta alla ricostituzione di un nuovo patto politico-mafioso. Per commentarla, abbiamo chiesto un commento esclusivo per il nostro sito e per la FGCI al dott. Antonio Ingroia – che ringraziamo per la sua collaborazione e la sua disponibilità – che ha fatto della sua vita intera un impegno continuo per la lotta alla mafia. 

E’ una sentenza epocale“. Così la definisce Ingroia. Le argomentazioni e le motivazioni alla sentenza costituiscono, secondo l’ex PM, una lettura giudiziaria coraggiosa di una stagione, quella che ha prodotto le “oscure origini della Seconda Repubblica”. Nel nostro colloquio, Antonio Ingroia spiega che la Seconda Repubblica è stata fondata sulle stragi e sulla trattativa con la mafia, tendendo alla costituzione di un nuovo patto tra politica e mafia che soppiantasse quello su cui si è retto l’architrave della storia nazionale dal secondo dopoguerra ai primi anni Novanta, cioè quello con la Democrazia Cristiana.

Le motivazioni mostrano l’esistenza di un disegno completo: la trattativa c’è stata, ha interessato pezzi dello Stato, comprese articolazioni politiche e servizi segreti. L’effetto tragico e ulteriormente criminale della trattativa è rappresentato dalla stagione delle stragi e delle morti per mano mafiosa. E, a pochi giorni passati dall’anniversario della strage di Via D’Amelio, i giudici – sulla base delle evidenze emerse nel corso del processo -dicono che la trattativa ha accelerato l’uccisione del giudice Paolo Borsellino.

Un piccolo pezzo di verità, in un Paese precipitato in un vortice che parte sempre dal silenzio e muove nella direzione della menzogna.

Le motivazioni costituiscono una chiave di lettura della “Borsellino Quater”, evidenzia Antonio Ingroia. La strage di Via D’Amelio ha contribuito al depistaggio delle indagini sulla trattativa. In quegli anni, organi deviati hanno costruito “verità” false e prefabbricate.

In questo quadro, le responsabilità politiche risultano evidenti: la sentenza condanna tutti gli imputati di minaccia nei confronti del governo. Dal 1992 fino al 1994, ben tre governi consecutivi (Ciampi, Amato, Berlusconi) sono stati oggetto delle minacce della mafia: i primi cedimenti evidenti sono arrivati nel 1993, con le revoche del 41bis, e durante tutti quegli anni vi è stato un lavorio volto al traghettamento del vecchio patto politico mafioso della Prima Repubblica all’interno della Seconda, individuando un nuovo referente politico stabile per la mafia.

Marcello Dell’Utri – afferma Antonio Ingroia –  già nel 1992 era parte di questo lavorio, iniziato già con l’omicidio di Salvo Lima. Sarà lui, tra gli altri, a spingere Silvio Berlusconi a “scendere in campo” ed assumere quel ruolo di referente di un “mondo dell’illegalità”.

Nel 1994 si realizzava e completava il progetto, con un patto stipulato: gennaio fu un mese cruciale, con il mancato attentato allo Stadio Olimpico di Roma (quella che avrebbe dovuto essere la strage mafiosa più eclatante e sanguinaria), con le parole di Graviano rivolte a Spatuzza di rassicurazione, con riferimenti espliciti a Dell’Utri e Silvio Berlusconi. La Trattativa, sebbene “ripulita” dallo spargimento di sangue delle stragi continuava sottobanco. Così come le minacce nei confronti dei governi (in questo quadro si inseriscono gli intermediari mafiosi recatisi da Dell’Utri per chiedere il “rispetto dei patti” da parte del governo Berlusconi).

Da quel momento, inizia una stagione berlusconiana, contrassegnata anche da responsabilità trasversali nell’arretramento sulla lotta alla mafia.

Se, però, questa sentenza chiarisce la gestazione della Seconda Repubblica, al dott. Ingroia abbiamo chiesto se essa parli anche alla “Terza”. Siamo in una stagione diversa – spiega Ingroia – la mafia di allora era più forte, florida, capace di un controllo del territorio maggiore e più ambiziosa, tanto da spingersi al condizionamento diretto dei governi.

La strategia mafiosa odierna è cambiata: la mafia di oggi è più volta alla finanziarizzazione dei suoi affari. C’è stata una “riduzione di scala” anche dell’influenza politica, caratterizzata dall’interlocuzione con signorotti locali, cittadini, provinciali e regionali. Ma a maggior ragione, ricorda Ingroia, sarebbe necessaria una offensiva antimafia più intensa. Le responsabilità sono rinvenibili sia nell’ambito politico quanto in quello giudiziario. Episodi come la revoca della scorta allo stesso Ingroia – verso cui abbiamo espresso ed esprimiamo piana solidarietà – con delle scorte oggi in voga più come “status symbol” che per necessità primaria, l’abbandono di testimoni di giustizia senza più alcuna protezione, sono esempi eloquenti di questo calo di attenzione, per usare un’espressione eufemistica.

Le sentenze – ci dice l’ex PM – possono, tuttavia, essere “scossoni per risvegliare dal torpore”, occasioni da utilizzare.

Arrivando alla più stretta attualità, Ingroia sfida proprio la nuova classe politica, diversa da quella implicata con il muro di gomma eretto nel passato contro la verità e la giustizia. Essa è chiamata alle proprie responsabilità. Nel “contratto” di governo, ricorda Ingroia, il tema della lotta alla mafia è pesantemente trascurato.

Serve, dice ingroia, uno Stato capace di processare se stesso. Di fare i conti col passato. Uno Stato della Costituzione contro lo Stato del muro di gomma. Questi conti non possono, evidentemente, essere regolati solo nelle aule giudiziarie.

La proposta, in tal senso, avanzata di Ingroia è quella di una commissione civico-parlamentare, di creazione legislativa ma che coinvolga esponenti delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, magistrati, esperti, cittadini con competenze professionali e storie, su modello delle esperienze statunitensi (come la commissione sul delitto Kennedy).

Ingroia raccoglie e rilancia anche la proposta di Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo, di un pool specializzato presso la Procura Nazionale Antimafia capace di intervenire sui fascicoli più importanti nella storia dello stragismo e della mafia come quelli attualmente in essere a Palermo, Caltanissetta, Firenze, Roma, Reggio Calabria.

In conclusione, ricorda Antonio Ingroia, serve una battaglia per la verità che, citando Gramsci, è sempre rivoluzionaria e costituisce lo strumento per cambiare le cose.

 

a cura di Francesco Valerio della Croce, Segretario naz.le della FGCI