Home La Battaglia delle Idee L’alternanza scuola-lavoro: formazione o sfruttamento?

L’alternanza scuola-lavoro: formazione o sfruttamento?

L’alternanza scuola-lavoro è senza dubbio uno dei temi più caldi e attuali nel mondo dell’istruzione italiana e costituisce un interrogativo tutt’ora aperto riguardo le politiche del nuovo Governo a trazione Lega-Movimento 5 Stelle: non è infatti chiaro se essa verrà abolita, modificata o se rimarrà in vigore tale e quale a quella che ora è. Introdotta con la Legge della Buona Scuola, varata dal Governo Renzi e in particolare dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini, essa prevede un determinato numero di ore, in orario sia scolastico che extrascolastico, che lo studente deve impiegare in attività di preparazione al mondo del lavoro, in particolare stage nei quali il giovane svolge mansioni con un chiaro rimando all’attività lavorativa, in modo da predisporlo ad essa una volta terminato il ciclo di studi. Tale novità nella formazione dei giovani ha comportato però una serie di inevitabili critiche rivolte ad essa da più parti. Le questioni fondamentali sono state (e continuano ad essere) a tal proposito due:

– Quale è il reale potenziale formativo dell’alternanza scuola-lavoro nella formazione degli studenti?

– Quanto la norma è realmente efficace? Quale realizzazione comporta una legge simile?

Le risposte ai due quesiti sono state innumerevoli e disordinate, nonché tra di loro spesso contrastanti, anche e soprattutto tra chi si opponeva all’introduzione dell’alternanza. E’ dunque necessario che i comunisti italiani adottino delle posizioni chiare ed efficaci al fine di contribuire da un lato a una migliore comprensione del fenomeno e dall’altro ad elaborare una risposta efficace a una simile novità nella formazione dei giovani.

E’ innanzitutto necessario riconoscere che un periodo di formazione lavorativa non può nuocere al giovane, poiché ne favorisce la crescita, lo sviluppo, la maturità e l’elasticità mentale. Ma allo stesso tempo il periodo di esperienza nel mondo del lavoro non deve assolutamente prendere il sopravvento rispetto alla formazione intellettuale del ragazzo, il quale è naturalmente dotato di maggiore capacità di apprendimento rispetto a un adulto (si pensi soltanto che l’età migliore per apprendere una lingua è nei primi dieci anni di vita dell’uomo), né deve essere ostacolo ad essa. Sacrificare dunque le lezioni di teoria e formazione a favore di quelle di pratica lavorativa diventerebbe controproducente: il ragazzo avrebbe tutto il tempo per conoscere il mondo del lavoro, una volta terminati gli studi, ma non potrebbe godere della stessa predisposizione del cervello all’apprendimento una volta diventato adulto! E’ dunque senza dubbio auspicabile che l’età giovanile sia dedicata agli studi, sebbene un breve periodo di formazione lavorativa possa rivelarsi utile.

Deve essere poi lo Stato a favorire l’inserimento dei nuovi lavoratori nella società,  e non la logica feroce e disumana della concorrenza e dell’adattamento nel mondo del lavoro, sperimentata già dal liceo.
Già Mao Tse-Tung, nel 1939, sosteneva che i giovani necessitassero di lanciarsi anima e corpo nella lotta rivoluzionaria, a partire dal più umile dei lavori, svolgendo attività non superficiali, ma concrete e reali, sostenendo che essi, nel loro impeto, peccassero di inesperienza, e che questo fosse il vero limite alla loro forza. Deng Xiao Ping interverrà successivamente nello specificare la teoria maoista: il lavoro è fortemente utile e formativo, e per gli studenti degli istituti superiori l’accento dovrebbe essere sulla partecipazione ad un lavoro collegato ai loro studi. Possono anche svolgere qualche lavoro […] ma senza esagerare. […] Il compagno Mao ha sempre insistito sulla necessità di elevare il livello scientifico e culturale, ed è assolutamente necessario non interrompere la continuità degli studi. […] Il primato della formazione intellettuale, in quell’età, è indiscutibile. Tali affermazioni vennero utilizzate anche al fine di evidenziare il potenziale pericolo che un servizio lavorativo obbligatorio (che in Italia è stato a lungo identificabile con il servizio militare), di una determinata durata, nel periodo tra la fine del Liceo e l’inizio dell’Università, avrebbe causato: i giovani in poco tempo finivano col dimenticare ciò che avevano appreso, e sia la continuità che la qualità degli studi risultavano fortemente danneggiati. Anche dagli insegnamenti del Comunismo cinese possiamo dunque dedurre quale sia la migliore risposta al primo quesito che l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro ha posto nell’opinione pubblica: nel periodo della formazione dei giovani deve essere indubbiamente l’istruzione ad avere il sopravvento, né essa deve essere in alcun modo danneggiata o risentire dell’introduzione di una preparazione del ragazzo al lavoro, sebbene anche quest’ultima possa rivelarsi utile e preziosa, se sfruttata in maniera abile. L’istruzione superiore potrebbe infatti essere arricchita della possibilità di conoscere meglio il lavoro alla quale essa prepara, possibilità realizzata in una serie di attività extrascolastiche che non entrino in contrasto con le ore di lezione o con l’annuale programma didattico (da svolgersi, ad esempio, in un numero limitato di pomeriggi ogni mese, nei quali lo studente è esentato dallo studio individuale senza che ciò arrechi danno alla sua formazione).

Venendo al secondo interrogativo, dobbiamo constatare la quasi totale inefficacia dell’introduzione dell’alternanza negli istituti superiori italiani. I tanto elogiati stage non sono altro che una preparazione alla precarietà e all’incertezza lavorativa: in un numero incalcolabile di scuole gli studenti si sono lamentati di svolgere attività inutili o comunque non inerenti al proprio ciclo di studi (dal fare fotocopie all’ascoltare una serie di conferenze senza un nesso logico tra di loro fino al pulire i pavimenti). A risentirne, oltre al morale dei ragazzi, consci di stare sprecando il proprio tempo, è stata l’istruzione: le eccessive ore di “lavoro” hanno fatto sì che diminuissero le ore di lezione, che i programmi fossero compressi o tagliati e che sia insegnanti che studenti si trovassero in seria difficoltà nel riuscire gli uni ad insegnare e gli altri a comprendere e studiare (laddove in una scuola questo dovrebbe essere il principio base): professori e alunni si trovano spessissimo in una condizione di stress emotivo che certo non favorisce l’apprendimento. Inoltre le logiche di classe si sono imposte anche qui con prepotenza: gli studenti vengono spesso sfruttati da aziende e multinazionali (non ultimo l’accordo con McDonald’s), le quali ottengono manodopera gratuita, senza che i ragazzi possano ribellarsi o astenersi dal partecipare: lo svolgimento di un determinato numero di ore di formazione lavorativa è necessario al fine dell’accesso all’esame di maturità.

Se dunque paragoniamo una possibile interpretazione dell’esperienza lavorativa nella formazione giovanile, sulla quale pensatori come Mao Tse-Tung e Deng Xiao Ping si erano espressi a favore, laddove essa fosse razionalizzata ma soprattutto aliena alle logiche della concorrenza e dello sfruttamento capitalistico, all’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro in Italia, figlia invece proprio dello sfruttamento padronale e di una politica completamente asservita agli interessi della borghesia e del Capitale, non possiamo che opporci in maniera ferrea a quest’ultima, partendo tuttavia da una critica costruttiva  e propositiva, che sappia analizzare il fenomeno e opporvi una alternativa concreta ed efficace.

di Lorenzo Gensini, Segreteria FGCI Roma

Bibliografia:

Mao Tse-Tung, Scritti scelti. 

Deng Xiao Ping, Conversazione con i principali dirigenti del Ministero dell’Istruzione.