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Marchionne è morto.

Da inizio anno a ieri (25 Luglio 2018) 418 lavoratori sono morti sul proprio posto di lavoro. Chi con un contratto di 6 giorni. Chi con un contratto più lungo, ma sempre precario. Un bollettino di guerra. Guerra tra classi, che al momento sta vedendo la vittoria, per semplificare i concetti, della classe sfruttatrice su quella degli sfruttati. In tutto ciò da giorni (sì, perché comunque era nell’aria anche prima di ieri la prossimità del fatale evento) si parla solo di lui: Marchionne. Un autentico boss del Capitalismo, preso ad esempio dai suoi simili, lodato dai poteri forti, dai media e dal sistema.
Da giorni si parla delle sue condizioni nella malattia prima, della sua morte poi. Delle conseguenze che avrà sui mercati globali la sua dipartita, di come sia stato importante nell’economia mondiale, di che italiano illustre si sia trattato come cervello, figura e peso. Ma nessuno dedica un decimo dello spazio dato a M. a quei 418 morti sul lavoro. Neanche presi tutti insieme gli articoli che parlano di loro coprono lo stesso spazio mediatico dato alla morte del big boss delle delocalizzazioni. Un fatto gravissimo: “Ci sono morti che pesano come piume, altre che pesano più del piombo” recita un vecchio detto. Evidentemente nell’Italia di oggi le vite dei lavoratori sono piume, quelle dei padroni piombo. E in tutto ciò anche tra noi compagni il dibattito si è visto polarizzato su M. , tra chi sosteneva la “pietà per il nemico morto” e chi invece “nessuna pietà per il nemico, mai“. Tanto impegno sui social network sarebbe stato meglio speso ricordando i 418 morti. Nessuno a parte i familiari, ovvero i genitori, i coniugi o i figli, terrà vivo il loro ricordo. Dovremmo farlo noi, i comunisti, il PCI e la FGCI: il nostro ruolo sarebbe quello. Invece molti sono stati colonizzati dallo strapotere mediatico dato alla figura del boss.
Marchionne è morto. Il capitalismo è vivo. 418 lavoratori sono morti, altri moriranno. Combattere il capitalismo è il nostro dovere, non fossilizzarci sulle dipartite dei suoi maggiori esponenti. Lo dobbiamo a quei 418 morti. Che non possiamo né vogliamo dimenticare: lottare, continuare la lotta politica a favore dei diritti dei lavoratori, è il modo migliore di onorare quei morti. Per inciso, spesso, molto spesso, ben più giovani di Marchionne.
Al lavoro e alla Lotta.

di Dennis Vincent Klapwijk, Resp. Nazionale Lavoro FGCI