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Rileggere Friedrich Engels centoventitré anni dopo

Friedrich Engels (Barmen, 28 novembre 1820 – Londra, 5 agosto 1895)

L’abitudine di utilizzare le ricorrenze per parlare degli importanti personaggi della storia alla quale ci richiamiamo, la storia del movimento operaio, dà talvolta l’impressione di volere estinguere un debito di riconoscenza nei loro confronti, riducendo però tali personaggi a figurine dell’album di famiglia o dei quadri appesi in sezione.
Questa abitudine potrebbe avere un significato più serio e meno religioso se la ricorrenza fosse un pretesto per riaprire la discussione, riannodare il filo della riflessione, se cioè servisse ad interrogare la nostra storia, confrontarci con essa e apprendere. Rompendo il vetro del quadretto in sezione, scopriremmo in tal modo che certi volti, certe menti, continuano ad avere molto da dirci.

Credo sia questo il caso di Engels e, proprio per questo, in occasione del centoventitreesimo anniversario della sua morte, non vorrei riservargli un ricordo imbalsamato, ma cercare di mostrare la vitalità della sua lezione con una serie di appuntamenti per delinearne la vita e l’opera e per compiere delle valutazioni sulla attualità politica e ideologica della sua proposta teorica.

Credo che un giovane militante comunista debba pensare a questi giganti della nostra storia come a suoi compagni: cercare di percorrere le vie tortuose del loro impegno intellettuale e politico, raccoglierne l’esempio, riflettere sulle loro proposte e, nel caso, anche litigarci. Litigarci però a partire da una considerazione, che si tratta cioè di teorici che non meritano di essere trattati come «cani morti»: la loro riflessione, infatti, era non solo il frutto di decenni di studio, ma dell’impegno politico dalla parte della causa dell’emancipazione delle classi subalterne.

Friedrich Engels era innanzitutto questo: un grande teorico del movimento operaio, l’amico e collaboratore più stretto di Marx, un compagno, cioè un rivoluzionario che fino alla sua morte ha dispensato preziosi consigli e indicazioni politiche e organizzative a tutto il movimento operaio europeo.

La vita e l’opera di Engels (prima parte: dall’adolescenza al 1848).

Engels nacque a Barmen nel 1820, in una delle regioni che più sentirono l’influenza della Rivoluzione francese e dell’ascesa di Napoleone e che però mantenne una sua marcata religiosità propria del protestantesimo pietista.
La sua famiglia era di estrazione borghese e tale religiosità devozionale fu parte consistente dell’educazione ricevuta dal giovane: da certe premesse, sembrava avere una strada spianata verso una grigia tranquillità borghese, in un contesto, quello di Barmen, caratterizzato dal paternalismo dei mercanti manifatturieri strettamente collegati alla predicazione pietista.

Tutt’altro era il carattere di Engels, che a più riprese evase da questo piccolo mondo e, durante la sua adolescenza maturò, tramite molte e svariate letture («scandalose», agli occhi dei suoi familiari), una sostanziale rottura col pietismo, in nome del cristianesimo liberale.
Emancipatosi  da esso prima e dal cristianesimo poi, alla fine degli anni ’30 entrò in contatto con la sinistra hegeliana. La Vita di Gesù di David Friedrich Strauss fu decisiva per introdurlo alla lettura di Hegel ed il contatto con gli ambienti politici ed intellettuali della sinistra hegeliana lo condussero a posizioni democratico-radicali e poi, successivamente, al comunismo che in tali ambienti cominciava ad affermarsi.

Nel 1842 Engels partì alla volta di Manchester, al seguito del padre, socio di un’impresa tessile. Si tratta di un evento decisivo nella sua vita.

In Inghilterra, Engels venne a contatto con il socialismo inglese (ispirato alle idee di Robert Owen) ed al movimento operaio cartista (che chiedeva diritti politici universali). La conoscenza approfondita tanto del funzionamento del sistema industriale e del regime di fabbrica, quanto delle condizioni di vita e di lavoro degli operai, sfociarono in due opere che hanno segnato la storia del marxismo: i Lineamenti di una critica dell’economia politica (1843) e La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844). Nello stesso periodo, Engels, tra alterne vicende, divenne amico e collaboratore di Karl Marx.
Queste due opere si situano su un terreno già molto avanzato rispetto al comunismo di cui si discuteva negli ambienti giovani-hegeliani: la descrizione degli effetti del regime di fabbrica si lega ad un tentativo di sottoporre a critica le categorie dell’economia politica classica e di contrapporre la realtà concreta alle rappresentazioni armoniose della società proprie sia dei corifei del libero commercio quanto di sostenitori del protezionismo (come Friedrich List).

Come sottolinea Engels, ciò che Adam Smith definisce un «vincolo di unione e di amicizia fra le nazioni come fra gli individui», cioè la libertà del commercio, altro non è che l’universalizzazione dell’«ostilità fra gli uomini», che muta «l’umanità in una rapace orda di belve (ché altro non sono gli uomini lanciati nella concorrenza)».

Engels discute le categorie dell’economia politica per demistificarle: esse mistificano in una falsa totalità interclassista la realtà degli antagonismi sociali: «L’espressione ricchezza nazionale fu introdotta la prima volta per la smania di generalizzare, propria degli economisti liberali. Finché dura la proprietà privata, questa espressione non ha senso. La “ricchezza nazionale” degli inglesi è grandissima, eppure essi sono il popolo più misero della terra. O bisogna abbandonare questa espressione, o bisogna ammettere i presupposti che le danno un significato. Lo stesso può dirsi delle espressioni economia politica, economia nazionale, economia pubblica. Finché sussistono le presenti condizioni, questa scienza dovrebbe chiamarsi economia privata, poiché tutto quello che essa ha di pubblico non esiste che in vista della proprietà privata».
Eppure queste espressioni prive di senso non solo sono in uso tuttora, ma costituiscono una parte consistente del senso comune (che tocca, talvolta, anche il movimento comunista), che assume che si possa realizzare un “bene comune”, che si possa perseguire una prosperità “nazionale” prescindendo dalla concretezza dei rapporti e delle lotte tra le classi.

Questi primi tentativi critici si possono discutere, nella misura in cui pongono al centro della critica scientifica la concorrenza sul mercato e non il costituirsi del modo di produzione come rapporto sociale di capitale e lavoro salariato e nella misura in cui sono spinti da una vigorosa indignazione morale. Se, come avrebbe detto Hegel, «nulla di grande è stato compiuto nel mondo senza passione», occorre considerare questi primi tentativi (che Marx comunque continuerà a citare più di vent’anni dopo nel Capitale) come l’avvio di una ricerca: a pochi mesi dalla pubblicazione dei Lineamenti di una critica della economia politica, Marx redigerà, a Parigi, i cosiddetti Manoscritti economico-filosofici del 1844, nei quali l’opera engelsiana è citata con apprezzamento quale notevole antecedente.

Il socialismo diventa scientifico quando alla nostalgia dell’immaginario bel tempo andato ed al culto feticistico dell’esistente (che assume l’esistente come naturale) sostituisce la considerazione storica della situazione presente: quando cioè se ne mostra la necessità, che non è caduta dal cielo, ma è storicamente determinata (e quindi, di conseguenza, storicamente superabile, ma solo a partire dalle condizioni realmente esistenti e non a partire dal sogno e dall’utopia).

Abbiamo distinto la posizione engelsiana dal comunismo “filosofico” tedesco, ma occorre distinguerla anche dalla posizione dei socialisti utopisti (come Owen): i socialisti utopisti non vanno oltre la loro filantropia borghese, Engels, invece, comprende come la questione della lotta per una società socialista sia da legare alla lotta degli sfruttati stessi. Il passo successivo dovrà essere la costruzione per via politica di un soggetto storico capace di fare la storia a partire dalla comprensione della posizione che occupa in essa.

Proprio questi tentativi precedono infatti l’avvio di una ricerca comune, quella di Marx ed Engels, che porta alla fondazione del materialismo storico. In scritti come La Sacra Famiglia e L’Ideologia Tedesca, Marx ed Engels “faranno i conti” con la loro formazione nella sinistra hegeliana cominciando ad avvertire la necessità di costruire una nuova concezione del mondo, dando così, nella critica a Feuerbach, una prima esposizione della concezione materialistica della storia.

Se l’emancipazione degli sfruttati deve essere compito degli sfruttati e non di un gruppo di uomini illuminati delle classi colte, diventa inservibile la forma cospirativa che molti gruppi socialisti avevano: si tratta invece di incontrare le masse proletarie, elevarne il livello di coscienza e organizzarle.
Marx ed Engels entrarono così nella Lega dei Giusti e, facendole assumere la forma di una società di propaganda e combattendo altre tendenze interclassiste, la trasformarono al suo primo congresso in Lega dei comunisti.

Marx ed Engels ebbero il compito di redigere un Manifesto della Lega dei Comunisti. Dopo alcuni tentativi engelsiani, fu principalmente Marx (sebbene esso sia firmato da entrambi) a redigere il Manifesto del Partito Comunista: in esso si supera la forma catechistica dei primi tentativi di spiegare cosa sia il comunismo, per delineare una teoria della lotta di classe, una lettura complessiva della modernità capitalistica, i compiti storici del proletariato.
Il Manifesto uscì a Londra nel febbraio del 1848. Quell’anno avrebbe visto, in Europa, l’esplosione di moti rivoluzionari dai quali il proletariato europeo, alleato della borghesia, sperava di ottenere una forma di governo democratica che liquidasse i ceti aristocratici. Non fu così e non poteva che essere così: la borghesia, infatti, di fronte al costituirsi del proletariato come classe consapevole di sé dismise i panni rivoluzionari e le idee dell’89 e intraprese la difesa dello status quo e la controrivoluzione. L’antagonismo tra borghesia e proletariato, con buona pace dei sogni utopistici, si è imposto palesemente al proletariato europeo.

Marx ed Engels parteciparono al movimento rivoluzionario in Germania, ma l’avvento della controrivoluzione li spinse nuovamente in esilio forzato. Stavolta anche Marx si recò in Inghilterra, a Londra. A Londra, Marx ed Engels rifondarono la Nuova Gazzetta Renana, ma si trovarono presto isolati anche tra gli esuli tedeschi. Questo fu il clima che li costrinse a ritornare ad approfondire le loro conoscenze ed i loro studi: Engels tornò alla fabbrica tessile di Manchester e Marx restò a Londra dove, tra qualche scritto giornalistico per il «New York Daily Tribune» e l’altro, cominciò ad avviare studi sempre più approfonditi sull’economia politica. Sono gli studi che lo condurranno a pubblicare, di lì a qualche anno, Per la critica dell’economia politica (1859) e, successivamente, Il Capitale (1867, prima edizione tedesca del primo libro).
Anche Engels avviò, nei limiti del tempo che gli era concesso, studi ad ampio raggio. Colpisce, di Engels, la capacità di entrare rapidamente in possesso di una scienza e di osservarla con sguardo acuto: dalla storia e critica militare alla filologia comparata, dall’economia politica alle scienze naturali, Engels era dotato di un grande spirito enciclopedico e tuttavia era privo del dilettantismo proprio dei positivisti del tempo suo.

Engels era convinto che la concezione del mondo rivoluzionaria, propria delle classi sfruttate, dovesse essere una visione scientifica del mondo. Vedremo, negli articoli successivi, cosa intendesse Engels per tale “visione scientifica del mondo” e che significato abbia oggi la sua proposta teorica.

di Salvatore Favenza, FGCI Caserta